Cadono le maschere in Siria

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Andrej Fomin, Oriental Review 13 ottobre 2016

Nelle ultime settimane, la battaglia per Aleppo ha svelato con vivida chiarezza il nucleo della politica globale contemporanea. La doppiezza dell’attacco del 17 settembre dell’US Air Force alle posizioni dell’Esercito arabo siriano vicino Dayr al-Zur, le grida isteriche contro la Russia esplose dal Pentagono, le minacce velate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti contro il contingente russo in Siria, i media occidentali che riferiscono apertamente dell’invio di armi ai terroristi di al-Nusra, e il fantasmagorico dramma nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dell’8 ottobre, sono tutti punti di una sola cosa: non ci sono coalizioni internazionali contro lo SIIL, ma solo l’esercito russo e i suoi alleati che combattono il terrorismo internazionale, strumento di Stati Uniti e NATO. I contorni del grande conflitto internazionale di oggi sono chiari. Ma ancora non tutti ne capiscono scopo e cause. La conoscenza convenzionale, secondo cui un egemone globale decrepito che esporta “democrazia” in una nazione stabile ora si ritrova in un vicolo cieco, non spiega molto. Ma perché tale ostacolo si rivela essere la Siria, che non è certo il Paese più importante del mondo? Perché non, per esempio, l’Egitto assediato, dove i “combattenti per la democrazia” dei Fratelli musulmani vinsero anche sei poi dovettero cedere il potere a un potente governo tutt’altro che filo-USA? Perché è la Russia il Paese che si oppone all’aggressore? Dopo tutto, la Russia era sull’orlo del collasso non molto tempo prima e non era per nulla un importante concorrente dell’economia occidentale. E perché gli Stati Uniti alzano così ferocemente la posta in gioco, portando il pianeta sull’orlo della terza guerra mondiale? E sì, naturalmente, molti esperti sul Medio Oriente snocciolano varie risposte a questi “perché”. Ma con un’attenta analisi è chiaro che sono solo note del vero motivo.
Il primo e più frequente argomento citato sono petrolio e gas. Presumibilmente, i giacimenti in Siria hanno fatto del Paese un obiettivo ricercato dall’occidente che, sulla scia di Iraq e Libia, poteva acquisirne gli idrocarburi spazzandone via il governo. Ma in realtà vi sono solo 2,5 miliardi di barili di riserve accertate in Siria, lo 0,1% del totale mondiale. E questo chiaramente non basta a spiegare l’intervento terroristico in Siria: se l’occidente si concentrasse solo sul petrolio, sarebbe più logico orchestrare l’esportazione della democrazia in Venezuela, che ha il 17,5% delle riserve mondiali. Fu anche ipotizzato che la ragione dell’aggressione risalisse al 2009, al rifiuto di Damasco di permettere che un gasdotto dal Qatar all’Europa ne attraversasse i confini. Ma anche ciò sarebbe un’esagerazione. Il disaccordo avrebbe potuto essere un motivo per il Qatar, ma difficilmente per l’occidente. Il gasdotto di per sé era così rischioso da esser un bluff o pretesto, ma non serio motivo per lanciare la pluriennale campagna terroristica contro Assad. C’era una tendenza popolare negli ultimi anni ad esaminare qualsiasi conflitto con il petrolio, accusando i giacimenti di idrocarburi delle tribolazioni, una semplificazione eccessiva e simile all’approccio monetarista dell’economia, in cui tutte le complessità della vita economica sono valutate esclusivamente in termini di debito e credito. Per la politica globale tuttavia, il petrolio ha senso solo come strumento (anche se molto importante) per salvaguardare gli interessi e raggiungere obiettivi geopolitici: Hitler tentò disperatamente di raggiungere i campi petroliferi di Baku, non di per sé, ma per tagliarne l’accesso a Mosca e quindi assestare un colpo mortale all’URSS. E’ inaccettabile confondere strumenti ed obiettivi, perché ciò distrae dalla verità.
Molto meno significativa come spiegazione della guerra in Siria, sul punto di esplodere in conflitto globale, sono gli argomenti che citano, ad esempio, le animosità in Siria e nella regione, o la diffusione dell’islamismo e il collasso dello Stato in Iraq, Paese ormai terreno fertile dell’estremismo, o il confronto fra sunniti e sciiti o Arabia Saudita e Iran, o la sovrappopolazione nella regione, o la scarsità d’acqua, ecc. Tutto ciò, in vari gradi naturalmente, contribuisce alla gravità del conflitto, ma non spiega perché truppe di decine di Paesi, tra cui i due più potenti, Stati Uniti e Russia, siano attive in Siria. C’è una spiegazione molto più convincente del conflitto in Siria, anche se non è considerata sufficientemente scientifica. La distruzione del Paese è della massima urgenza per le élite sovranazionali che alimentano il caos in Medio Oriente, rendendo possibile la diffusione della destabilizzazione in Eurasia e rovesciarne i centri di potere economico alternativi, in particolare Cina e Russia. Presumibilmente la Federal Reserve non può sopravvivere a dilagare del debito, e la guerra in Siria è usata per destabilizzare eventuali concorrenti in questo confronto economico. In effetti l’economia cinese nel 2014 superava il PIL degli Stati Uniti, e sembrerebbe che tra questi due colossi economici, uno cadente e l’altro in ascesa, ne derivi lo scontro militare e politico. Gli analisti politici statunitensi e cinesi hanno avuto molto da dire su ciò negli ultimi anni. Tuttavia, nel conflitto siriano, ed è un fatto incontestabile, la Cina si è tenuta lontana dalla mischia. Per cinque anni, ed anche nell’attuale fiammata, Pechino ha mantenuto la consueta neutralità, semplicemente lamentando le sofferenze dei siriani e condannando il terrorismo. In termini economici la Russia non rappresenta una vera minaccia per gli Stati Uniti, ma in Siria è l’esercito russo il primo nemico degli statunitensi, i cinesi non ci sono. E guardando alla geografia, il conflitto in Siria potrebbe diffondere il contagio dello SIIL nel Caucaso russo (attraverso un corridoio che passa dalla Turchia) molto più rapidamente di quanto tale piaga possa arrivare, per esempio, nella regione autonoma cinese del Xinjiang Uyghur. In tale logica, sarebbe stato più intelligente promuovere lo SIIL in Afghanistan o Pakistan, punto di partenza migliore per dirigere il caos terroristico verso la Cina. Inoltre, è del tutto lecito ritenere che se la Russia non fosse un significativo attore geopolitico, Pechino non avrebbe affrontato gli Stati Uniti sulla Siria, ma si sarebbe invece accordata con l’occidente, sulla base di un compromesso non molto vantaggioso per la Cina, secondo una visione storica che puntasse all’inevitabile declino della civiltà occidentale.
Per la Russia invece, il conflitto con l’occidente non ha assolutamente nulla a che fare con l’economia. E’ inane suggerire che l’economia russa, nonostante l’autentico progresso degli ultimi 15 anni, sia una minaccia per l’economia globale degli Stati Uniti, in cui la Cina gioca ancora una parte integrante. Sì, le associazioni geopolitiche quali i BRICS potrebbero potenzialmente rovesciare il sistema monetario stabilito dalla Conferenza della Jamaica, così come il consenso di Washington, ma neanche questo è concorrenza economica, ma proiezione finanziaria di una prova di forza militare e politica. Di cosa si tratta essenzialmente? Perché la Russia è ancora l’epicentro di un conflitto globale che minaccia di esplodere? Perché lo Stato russo, che ha subito una trasformazione dolorosa alla fine del 20° secolo, da cui deve ancora riprendersi pienamente, è costretto a resistere all’attacco dell’egemone che dirige gli sviluppi internazionali e possiede strumenti assai più avanzati per un confronto?
Per comprendere l’essenza di ciò che accade, va infine riconosciuto che le azioni dei vertici della civiltà occidentale, non gli impiegati del dipartimento di Stato e del Pentagono, ma i veri responsabili del piano globale della Pax Americana, ritenute pragmatiche, in realtà sono dettate da ideali e obiettivi molto specifici. Le loro parole sull’eccezionalismo americano quale ideale società libera, faro di democrazia e ultima speranza della Terra, sono più di semplici slogan e jingle pubblicitari, ma esprimono la sensazione di essere la forza speciale in questo pianeta. Già nel 18° secolo, Jonathan Edwards dichiarò che gli statunitensi sostituivano gli ebrei quale popolo eletto da Dio. E i padri fondatori videro nella loro opera il culmine della storia del mondo. Nel 20° secolo, Ronald Reagan, che accusò l’Unione Sovietica di essere l’”impero del male”, sostenne chiaramente il ruolo dell’”impero del bene” degli Stati Uniti. In tal senso, Bush, Clinton e Obama non inventano nulla, solo che esprimono con parole diverse tale messianismo. Una naturale espressione di tale ideologia è la politica estera degli Stati Uniti come “esportatori di democrazia” e arbitri e poliziotti mondiali. Il sequestro di risorse, petrolio e gas, così come dei compensi finanziari, sono solo un bonus e strumento per raggiungere tali ideali. Il concetto chiave è “libertà”, intorno cui viene costruito il resto dell’”esclusività”, indicata come libertà umana (cioè come benedizione), ma in realtà i “padroni del mondo” l’intendono come libertà del capitale, cioè politica del “tutto ciò che va bene” all’homo economicus. Secondo loro, il mondo ideale dovrebbe essere un mercato di beni e servizi, essere umano compreso. Il denaro diventa l’equivalente di ogni manifestazione dell’universo, così come della sua essenza primaria. Tutto ciò che viene indicato come pragmatismo in realtà deriva da tale visione “monetaria” della vita. Tuttavia, l’espansione della moneta, nelle dimensioni spaziale e spirituale, non si limita ai profitti di oggi, ma persegue l’obiettivo a tutti i costi d’inghiottire il mondo e riformattare l’umanità entro meccanismi finanziari (processo conosciuto come progresso, analogo allo sviluppo della tecnologia). Va anche spiegato che “libertà” e “progresso”, intesi così, sono assolutamente in contrasto con 2000 anni di cristianesimo, e che sono letali per l’umanità? È un dato di fatto, negli ultimi decenni, che la civiltà occidentale punti al totale rifiuto del cristianesimo con il pretesto della “tolleranza”, promuovendo la depravazione con il pretesto dei “diritti gay”, mentre la Russia è diventata il campione dei valori tradizionali e della fede. E’ semplicemente una coincidenza che l’insorgere di questa grande battaglia tra “libertà del capitale” e “libertà dell’anima” emerga sul suolo siriano, dove il mondo cristiano fece i primi passi? Il cristianesimo è nato tra le rocce di quella regione del Medio Oriente e del Mediterraneo, e secoli dopo si ebbero i tentativi di seppellirvelo. È interessante notare che gli ideologi dello SIIL, addestrati nelle prigioni degli Stati Uniti, abusano selettivamente dei versi del Corano, citando l’hadith 6924 che descrive la battaglia tra il Bene e il Male nella città siriana di Dabiq. Sono, come coloro che pendono dalle loro labbra, consapevoli del fatto che siano solo carne da cannone ingannata dal Diavolo per l’ultima battaglia? Le moltitudini che ogni giorno masticano la gomma vacua nota come CNN, capiscono che la storia non è spinta da interessi petroliferi e fugaci, ma dalla battaglia tra principi opposti, forze che trascinano l’umanità in direzioni diverse, verso il basso nella Geenna o in alto verso la Terra della lealtà?
Strano ma vero: negli ultimi secoli una sola potenza, la Russia, ha ostacolato chi si dichiarava “grande benedizione”, “razza pura” o “faro di democrazia” cercando di soggiogare l’umanità. Gli storici possono passare tutto il tempo che vogliono a cercare di convincerci dell’obiettività dell’ascesa di Hitler e della sua campagna orientale; che Gran Bretagna e Stati Uniti non notarono il male nazista e che poi, con noncuranza, aiutarono l’economia tedesca con i prestiti; ma è ovvio che Hitler, come lo SIIL di oggi, furono attentamente guidati ad aggredire la Russia. E dopo che l’esercito sovietico distrusse quello di Hitler, erano pronti all’”impensabile”, attaccare l’URSS. Non ci provarono mai, ma negli anni del dopoguerra avanzarono la prospettiva dell’uso della loro bomba atomica per intimidire Mosca. E’ stupido cercare di spiegare tale infamia come mera conseguenza della situazione di stallo tra sistemi comunista e capitalista perché, come abbiamo visto dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il comunismo non c’è più, ma la Russia è ancora il nemico.
“Salvare il mondo dalla diffusione del male assoluto”, tale è la missione globale e il destino della nazione russa e dello Stato russo come fenomeno storico. Questo destino non è stato scelto, ma la Russia è destinata a salvare ancora una volta il mondo dalla distruzione, altrimenti non sarebbe più la Russia. Ciò non implica infallibilità o eccezionalità dei russi, dato che la battaglia si svolge anche in loro, ma conferisce alla nazione una speciale responsabilità sul destino del mondo. Questa missione spiega l’irrazionale odio selvaggio per la Russia e i russi che infiamma la “superclasse” globale, e che si riflette in terabyte di quotidiana prezzolata propaganda militante. E’ importante per tutti i cittadini razionali del mondo capire che quando guardano le notizie sulla Siria, il vero problema non è Assad, e nemmeno gli interessi nazionali di uno Stato. La questione è lo stallo metafisico tra due principi universali, nella guerra dei mondi in cui ogni cittadino dovrà fare la propria scelta esistenziale.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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