Charlie Hebdo: la satira deve deridere i potenti, non i deboli

Può definirsi satira quella dell'ultima vignetta di "Charlie Hebdo", in cui ci si fa beffe dei terremotati e delle vittime del terremoto? Di Filippo Bovo - 2 settembre 2016

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Orrore, indignazione, disgusto: questi sono i primi sentimenti che si provano alla vista dell’ultima vignetta del tanto decantato e declamato “Charlie Hebdo” sul terremoto avvenuto pochi giorni fa in Italia centrale. Non perdiamo tempo a descriverla: preferiamo che siate voi a vederla e giudicarla, allegandovela in fondo a quest’articolo. Di sicuro quel che è successo ad Amatrice e in molte altre località limitrofe non può essere giudicato come uno “spaghetti séisme”, per dirla alla francese. Al contrario s’è trattato di una tragedia che, se fosse occorsa in Francia, probabilmente avrebbe visto i redattori e i disegnatori di “Charlie Hebdo” esprimersi in maniera ben diversa. Forse sempre senza rispetto, secondo una certa loro concezione di cosa debba essere la “satira”, ma sicuramente anche senza scivolare nel solito becerume razzista nel confronto degli italiani “macaronì”.

Checchè se ne dica, una cosa è la satira e un’altra cosa è la mancanza di rispetto verso il dolore e la morte. Ridere dei morti “impilati” nelle macerie paragonandoli a delle lasagne, solo perché sono italiani e come tali per forza di cose “pastasciuttai”, è razzismo stolto e grossolano. Non è di sicuro satira. In un simile contesto, di fronte ad una tale tragedia, la satira si sarebbe semmai espressa con modalità nettamente diverse, non necessariamente invitando al raccoglimento o alla solidarietà (eventualità comunque non esclusa a priori), ma magari puntando il dito sulle responsabilità di chi ha eretto certi edifici di nuova concezione poi crollati esattamente come tutti gli altri se non peggio, sulla mancanza di prevenzione o sulla corsa alla speculazione mediatica e politica da parte di certi esponenti del mondo del giornalismo e così via. Avrebbe insomma rivolto un invito alla riflessione, necessaria e pertanto neppure inopportuna o sgradita. Invece in questo caso s’è preferito infierire sule vittime, sui morti, sui feriti. No, questa non è satira: è “merde”, per dirla alla francese, o forse addirittura necrofilia.

Il fatto che “Charlie Hebdo” abbia subito, lo scorso anno, quello spropositato attacco terroristico di cui tutti ancora ci ricordiamo, non gli fornisce comunque giustificazioni o patenti con cui prendersi gioco di persone innocenti, paragonandole a piatti di pasta e di lasagne solo perché italiane. Il “JeSuisCharlie” non si dà sulla fiducia, o a credito, per i secoli dei secoli. Se “Charlie Hebdo” ha fatto una bischerata, e sto misurando i termini, allora questa bischerata dev’essere stigmatizzata: ciò che è avvenuto un anno e mezzo fa alla redazione del giornale parigino non può servire come scusante.

La satira ha una lunga storia, nata nell’antica Roma. Quintiliano diceva: “Satura tota nostra est”, “La satira è tutta nostra”, di noi romani, per intendere che tra tutti i generi artistici e letterari che caratterizzavano la vita culturale romana, quella era l’unica ad avere un’origine prettamente autoctona, mentre le altre provenivano dall’antica Grecia o dalla Magna Grecia. La Fabula Atellana, antesignana dell’odierna “commedia dell’arte”, anch’essa profondamente ironica se non addirittura satirica, proveniva infatti dalla città greca di Atella, in Campania. I Fescennini, nati in epoca monarchica o al più tardi nei primi scorci della Repubblica, erano invece componimenti e recite di livello molto scurrile, un’esagerazione della satira, anch’essi d’origine prettamente romana. Ma pure nel loro caso ben ci si guardava dal deridere i morti o i feriti. Va poi detta anche un’altra cosa: i romani, a differenza dei greci, non erano neppure particolarmente razzisti. Prova ne sia che nelle epoche successive avrebbero costruito un impero che sarebbe stato il primo “melting pot” della storia, retto da imperatori spagnoli, traci, africani, asiatici, ecc, e nel quale discriminare qualcuno in base al colore della pelle o alla provenienza geografica sarebbe stato un atteggiamento semplicemente inimmaginabile. Nella vignetta di “Charlie Hebdo”, invece, il solito razzismo di chi è abituato a guardare gli italiani dall’alto al basso si percepisce in quantità industriali.

Anche i greci, comunque, nella loro raffinata produzione artistica di stampo ironico erano ben lontani dall’inciampare in simili bischerate. Per quanto fossero fondamentalmente più rigidi dei romani, che dalla loro cultura attinsero comunque a piene mani, mai si permisero certe mancanze di rispetto verso la sofferenza e la morte. Si pensi, per esempio, ad Aristofane, che si faceva beffe del demagogo Cleone o del filosofo Socrate, una mancanza di rispetto indirizzata verso il potere o verso la cultura, ma mai nei confronti del popolo o dei più deboli: e questa è una differenza importante. Lo stesso, tornando ai romani, si poteva dire di Giovenale e delle sue Satire.

Gli antichi ci consegnano dunque una lezione importante: la satira deve rispettare il dolore e la sofferenza, e soprattutto indirizzarsi contro il potente, sia esso il detentore del potere politico o della cultura. Quando prende in giro il popolo, non è più satira: è solo un giocattolo o un passatempo in odor di classismo e di razzismo nelle mani di qualche radical chic annoiato, che del popolo non sa niente o che addirittura ne è inorridito (“questi plebei…”).

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