Intrufolarsi tra le stradine appartate del quadrilatero romano è quasi terapeutico: aiuta a schiarirsi le idee e raccogliersi nuovamente in se stessi, dopo una passeggiata negli ampi vialoni di Torino.

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Piazza della Consolata ci invita − un po’ civettuola, con i colori pastello dei suoi palazzi − a fermarci in uno dei locali che si affacciano invitanti sul ciottolato. Qui le macchine non possono transitare e con la bella stagione i tavolini promettono una sosta rilassante.

Vale decisamente la pena soffermare l’attenzione su una vetrina piena di cioccolatini e confetti, al numero 5 di Piazza della Consolata.

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Tutti, passando per Torino, hanno provato il bicerin (tipico caffè torinese). Maquanti hanno provato il bicerin di Cavour? Ebbene sì, questo piccolo bar risalente al ‘700, ha ospitato sui suoi tavolini di marmo il conte Camillo Benso, che come rito irrinunciabile si recava ogni mattina Al Bicerin per consumare il suo caffè misto a cioccolata e crema di latte, per poi raggiungere il Parlamento.

Dopo aver assaggiato il famoso bicchierino viene il sospetto che la genialità strategica dello statista fosse in qualche modo connessa a una colazione così deliziosa. Quando si dice “cominciare bene la giornata”… Il bicerin fu inventato proprio lì, come dice il nome del caratteristico caffè, e viene presentato in un bicchiere trasparente – in piemontese, bicerin – che si pavoneggia con le sfumature di cioccolato, crema di latte e caffè.

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È solo con il palato soddisfatto da una delle bevande gustosissime del piccolo bar, che potremo dedicarci a osservare quello che ci circonda: in tre metri per cinque di bar si concentra un ambiente che sembra cristallizzato nella storia e ci offre profumi antichi al lume di candela. Per un momento sembra anche a noi di Nuok di poter pianificare il prossimo trattato segreto per farci beffa dell’Austria!

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Parrebbe che il successo del bar e dell’omonima bevanda debba la sua esplosione alla vicinanza con il Santuario della Consolata, perno della vita religiosa torinese. Usciti dalla chiesa dopo aver ricevuto la Comunione, i fedeli recuperavano le energie dopo il digiuno con una sosta agli splendidi tavolini in marmo.

Con le spalle Al bicerin, non si può non ritrovarsi fagocitati dalla struttura imponente della Chiesa di Santa Maria della Consolazione, il cui frontone neoclassico ammicca al campanile romanico, primo indizio di una storia interessante e travagliata.

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Rimanendo all’esterno della struttura, vale la pena circumnavigare la basilica percorrendo Via della Consolata fino a guardare il fianco destro della struttura. Serve spirito di osservazione per accorgersi di una piccola targa, poco sotto la cupola, con scritto “PROIETTILE ASSEDIO 1704”. Ebbene sì! Incastrata tra le mura del Santuario c’è ancora una palla di cannone risalente all’assedio francese di quell’anno. Piuttosto insolito come ornamento architettonico, ma senza dubbio una curiosità che vale la pena ammirare a Torino.

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Sarà forse per la ferita di arma da fuoco che i torinesi chiamano, confidenzialmente, la Maria del Santuario Consolata invece cheConsolatrice, come indicato nel frontone in latino? Fa sorridere il senso di protezione con cui ci si rivolge a una figura sacra, alla quale di solito si chiede invece misericordia. L’interno della chiesa è barocco puro e può vantare tra i suoi architetti l’intervento di Filippo Juvarra che progettò l’attuale altare maggiore, ridisegnò il presbiterio e la cupola.

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Ad oggi è ancora suggestiva la leggenda di un cieco che, vista in sogno l’icona di Maria al tempo smarrita, la ritrovò nell’anno 1104, riacquisendo anche la vista.

Forse non è un caso, allora, che all’interno del chiostro del Santuario della Consolata, in Via Maria Adelaide 2, la Taverna del Priore ospiti mensilmente un’iniziativa dell’A.S.D. Polisportiva UICI Torino onlus, in collaborazione con laSezione provinciale di Torino dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: ovvero, le cene al buio.

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Una volta iscritti alla cena, tutto quello che bisogna fare è presentarsi in orario,indossare vestiti a prova di macchia e prepararsi a conoscere tante persone simpatiche. Si viene infatti condotti dal personale della Taverna al piano di sotto e a questo punto saranno i ciechi le nostre guide, nonché camerieri, in questa esperienza unica.

L’area in cui si mangia è protetta dalla luce e si viene condotti al proprio posto in fila indiana, con le mani sulle spalle della persona davanti. Il nostro cameriere/insegnante, che si occuperà di noi per tutta la cena, impara con precisione i nomi e i posti corrispondenti, per rispondere a qualunque esigenza o dubbio. Il primo impatto è emozionante e disorientante: l’oscurità è totale e i rumori delle persone intorno a noi ci fanno perdere completamente il senso dello spazio. Meno male che le mani del nostro angelo guida sono sempre pronte a indicarci la direzione!

Raggiunto il nostro posto, veniamo disposti con persone mai viste prima a mangiare proprio di fronte a noi, per sperimentare cosa significa conoscere qualcuno senza l’imprinting visivo. Ma quando i primi piatti vengono serviti, comincia la vera sfida. Usare le posate è un’impresa ardua e servirsi da bere altrettanto. Durante tutta la cena possiamo fare domande ai membri dell’associazione per cercare di capire davvero cosa significa vivere da ipovedenti. È un’esperienza che ci regala consapevolezze su un mondo poco conosciuto ma, soprattutto, su noi stessi alle prese con gli altri quattro sensi. Al termine della cena, quando le luci si accendono, è divertente vedere le persone con cui si è parlato durante la cena.

Consigliatissimo giocare a “indovinarsi” prima della rivelazione finale!

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