In this picture taken on March 21, 2013 spotted deer play at Yala National Park, in the southern district of Yala, around 250 kms southwest of Colombo. Yala National Park is the most visited and second largest national park in Sri Lanka. AFP PHOTO/ Ishara S. KODIKARA (Photo credit should read Ishara S.KODIKARA/AFP/Getty Images)

Racconti di strategie di lotta e competizioni animali, costi compresi. Storie che l’autore del libro confronta curiosamente con la “corsa agli armamenti” del genere umano

È sempre molto suggestivo assistere in primavera alle lotte dei cervi maschi in amore, ascoltare i loro bramiti, vedere lo scontro tra i palchi e la torsione del collo che resiste agli sforzi dell’avversario. E la biologia vuole che il vincitore abbia il privilegio di accoppiarsi con la femmina fertile. Quello che non sempre è evidente è il costo di queste lotte e, prima ancora della lotta, il costo energetico relativo alla formazione dei palchi. I risultati delle ricerche riportate da Douglas J. Emlen nel suo interessante e suggestivo volumetto sono abbastanza sconcertanti e spesso in contrasto con i luoghi comuni trionfalistici sui vincitori delle competizioni sessuali.

Infatti, durante tutta la stagione degli accoppiamenti, i cervi in calore perdono una gran quantità del loro peso e la loro forma fisica decade: l’accrescimento dei palchi ha un effetto devastante sulla loro salute. Le ossa, perdendo calcio e fosforo, si demineralizzano provocando una “osteoporosi da palchi” e, una volta impegnati nel combattimento, i vincitori feriti, ammalati e stanchi non sempre riescono a convincere all’accoppiamento le femmine (che forse, tra i cervi, non hanno tendenze infermieristiche). Per i daini la situazione è analoga: alcune ricerche hanno mostrato che circa i tre quarti della popolazione maschile residente in Phoenix Park (Stati Uniti) sono morti prima di diventare abbastanza grossi da conquistare un territorio e che il 90% dei sopravvissuti non è riuscito ad accoppiarsi neppure una volta nel corso della vita.

Neppure gli animali “piccoli”, come gli scarabei stercorari, sono esenti da prezzi energetici altissimi. Esperimenti di selezione artificiale condotti dall’autore negli anni della sua formazione biologica hanno dimostrato che lo sviluppo delle loro strutture di offesa, le corna, aveva provocato in questi scarabei, la perdita o l’atrofia degli occhi, o delle ali o, addirittura, degli organi genitali. Costruire armi, sostiene Emlen, è costoso ma è altrettanto dispendioso mantenerle: impegnare energia in questo vuol dire togliere risorse a tutto l’organismo.

L’osservazione e l’analisi delle strutture difensive o aggressive degli animali porta l’autore a considerare la loro evoluzione da un punto di vista molto più generale, facendo suggestivi confronti tra questa e la “corsa agli armamenti” del genere umano. Più si è grossi più è facile sopraffare gli avversari ma quando si è troppo grossi si può perdere agilità e si possono correre seri pericoli. I denti a sciabola dei felini primitivi permettevano loro di uccidere grosse prede ma li costringevano anche a posture sempre più innaturali, rallentando la velocità della loro corsa. Analogamente, le pesanti corazze usate dai guerrieri medioevali erano assai utili nei combattimenti a cavallo ma impedivano al cavaliere disarcionato di rialzarsi velocemente e di difendersi da armi di aggressione a distanza, come gli archi lunghi e, più tardi, i moschetti.

Dunque anche tra noi umani, impegnati nel continuo tentativo di sopraffazione tra popolazioni o tra individui, i vecchi sistemi di offesa o difesa non servono più quando i loro costi energetici diventano troppo alti: si rompono gli equilibri pre-esistenti e bisogna ricorrere a nuove tecnologie per superare efficacemente quelle dell’avversario.

In generale, solo i paesi più ricchi possono devolvere parte del loro bilancio per ottenere armamenti potenti, sempre a scapito di altri servizi solitamente necessari al benessere della popolazione. Come nel regno animale, però, buona parte degli armamenti hanno solo effetto deterrente e raramente si corre il rischio che vengano effettivamente usati. Vale la pena di ricordare la crisi di Cuba, la competizione spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, il crollo di quest’ultima nel 1991. Situazioni di equilibrio, in cui la competizione tra nazioni potenti e ricche avviene ad armi (quasi) pari si alternano a situazioni in cui l’equilibrio si rompe e nuove tecnologie permettono il sopravvento di una delle due parti. Il confronto tra quanto accade nelle società umane e i meccanismi evolutivi che si sviluppano a livello biologico è veramente sconcertante, come lo è prendere coscienza dei meccanismi di “imbroglio” che animali e nazioni sviluppano per farsi credere più forti di quanto effettivamente siano. Gli animali imbroglioni, infatti, azzerano l’efficacia delle tattiche dei maschi dominanti ottenendo gli stessi vantaggi a costi inferiori. E i modi di imbrogliare sono tanti, fantasiosi ed efficaci.

L’autore, esplorando e documentando i comportamenti di tante specie animali, propone al lettore alcune considerazioni: solo tra lejacane (una specie di uccelli che vivono sul canale di Panama) le armi sono appannaggio del genere femminile. Perché di solito solo uno dei due sessi è armato? E perché è quasi sempre quello maschile?

Douglas Emlen è un biologo evoluzionista, Professore di Biologia nell’Università del Montana. Nelle sue ricerche, occupandosi in particolare delle corna degli scarabei, ha studiato lo sviluppo delle armi impiegate da diverse specie sia in attacco che in difesa. Le sue conoscenze in ecologia, genetica, filogenetica e biologia dello sviluppo hanno permesso di delineare la storia evolutiva di tali armamenti, trovando interessanti analogie con le varie armi costruite dalla specie umana e con la loro evoluzione nel tempo, in una finora inarrestabile corsa agli armamenti.

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