Fra Trump e Erdogan è quasi rottura

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L’incontro fra Trump e Erdogan ha confermato il pessimo stato dei rapporti tra Usa e Turchia, Paesi destinati ad entrare in collisione malgrado i tentativi del Presidente turco per evitarlo.

Andando alla Casa Bianca Erdogan aveva due obiettivi: uno geopolitico, centrato sulla questione curda e la posizione della Turchia nella regione; l’altro personale, ovvero riguardante l’appoggio che Washington è disposta a dare alla permanenza di Erdogan al potere. In entrambi i casi non ha ottenuto nulla, anzi, messaggi chiari che equivalgono ad una rottura netta fra Trump e Erdogan. Al di là dei cavilli senza importanza, gli Usa continueranno a sostenere il Pkk/Pyd, e non hanno alcuna intenzione di concedere l’estradizione per Fethullah Gulem, l’arcinemico ispiratore del golpe del 15 luglio.

Respingendo le richieste di Erdogan, Trump gli ha inflitto l’ennesimo schiaffo ed ha certificato in modo definitivo che gli Usa continueranno a puntare sui Curdi per farne i propri strumenti in Medio Oriente; un’umiliazione che il Presidente turco avrebbe potuto evitarsi facilmente dopo che l’8 maggio la Casa Bianca aveva firmato un ordine esecutivo per la fornitura di armi pesanti al Pkk. Un’iniziativa singolare se si pensa che gli Usa considerano il Pkk un’organizzazione terroristica, mentre la Turchia dovrebbe essere un alleato della Nato.

Dovrebbe, appunto, ma le dinamiche della crisi mediorientale hanno ormai stravolto tutti i canoni precedenti in nome degli interessi immediati dello Zio Sam. Come sempre e come adesso Erdogan è costretto a prendere atto.

Il fatto è che il disastroso risultato del vertice fra Trump e Erdogan sta producendo forti ripercussioni negative in Turchia, con i neo-qemalisti ed i nazionalisti che chiedono la chiusura delle basi turche alla sedicente coalizione a guida Usa, l’intensificazione delle operazioni contro il Pkk e, udite, un accordo esplicito con al-Assad contro i Curdi. Un attacco frontale alle scelte fin qui compiute dal Presidente turco, impensabile fino a qualche giorno fa.

Ma perché il “sultano” si è esposto ad una simile debacle e senza neppure abbozzare una reazione? A quanto pare i Servizi Usa dispongono di un’arma di ricatto pesantissima contro di lui; si tratta del faccendiere Riza Zarrab, coinvolto in uno scandalo di enormi proporzioni (il caso gold for gas vedi caso poi scomparso improvvisamente dai media) e consegnatosi allo Zio Sam: se gli americani divulgassero ciò che Zarrab sa, per il Presidente turco sarebbe un disastro incalcolabile, forse definitivo.

E qui entra in ballo il secondo obiettivo del summit fra Trump e Erdogan, quello personale: il neo “sultano” voleva garanzie sulla sua permanenza al potere; al momento non si sa ciò che gli è stato risposto, ma è estremamente significativo che il giorno dopo il suo arrivo per partecipare al vertice, il Washington Post abbia dato ampia risonanza ad un intervento di Fethullah Gulem, con cui veniva chiesto aiuto all’Occidente (come da ennesimo copione) perché la Turchia tornasse alla democrazia.

In questo quadro, l’incontro fra Trump e Erdogan ricorda molto la visita che Menderes, un ex Primo Ministro turco, fece ad Eisenhower nel 1959 per chiedergli aiuto, salvo vederselo rifiutare ed essere rovesciato sette mesi dopo. È ovvio che da allora sono passati quasi sessant’anni e il mondo è cambiato sideralmente; a non essere cambiati affatto sono i metodi dell’Imperialismo Usa, prontissimo a servirsi di despoti e dittatori, salvo scaricarli quando non gli servono più.

Il Presidente turco sta assistendo al completo naufragio della sua politica estera su cui aveva basato le proprie fortune: espansionismo nei Paesi vicini, smembramento della Siria, eliminazione del problema curdo, addirittura confronto con la Russia. Adesso che con il cappello in mano è stato costretto a recarsi da Putin e il Presidente Usa gli ha sbattuto la porta in faccia, è rimasto con il cerino in mano.

Più che mai dopo il summit fra Trump e Erdogan per il Presidente turco il futuro è incerto.

di Salvo Ardizzone

 



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