I giudici inglesi sfidano e contrattaccano la Corte imperiale d’Europa

La magistratura inglese ha iniziato ad affilare le armi, per la prima volta da quando la Corte Europea ha affermato la sua supremazia

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In attesa del referendum sulla Brexit, Ambrose Evans-Pritchard descrive sul Telegraph la svolta verso una maggiore difesa dell’autonomia nazionale in campo giuridico condotta dalla Corte Suprema del Regno Unito, che si oppone con forza al dilagare del potere della Corte di Giustizia Europea (di cui abbiamo parlato anche qui), in particolare  quando questa calpesta le prerogative del Parlamento inglese. C’è un conflitto sostanziale tra Corte di Giustizia europea e supremazia del Parlamento: i due non possono coesistere, commenta Pritchard. Uno dei due deve cedere. Questo tema dovrebbe essere al cuore del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione.   

di Ambrose Evans-Pritchard, 8 giugno 2016

Traduzione di @Malk_klaM

La magistratura inglese ha iniziato ad affilare le armi. Per la prima volta da quando la Corte Europea ha affermato la sua supremazia, lanciando la sua lunga campagna di conquista teleologica, i nostri giudici iniziano a rispondere colpo su colpo.

Si tratta della prima entusiasmante resistenza della autonomia sovrana contro una Corte di Giustizia europea che ha ormai tratti imperiali, che ha acquisito poteri indiscriminati sotto il Trattato di Lisbona, e che da allora ha fatto leva sulle sue conquiste per rivendicare la giurisdizione su praticamente qualsiasi argomento.

Quello che ne è venuto fuori è una corte suprema dell’Unione europea che non conosce limiti ed è diventata preda di attivisti in campo giuridico – un po’ come la Corte Suprema degli Stati Uniti negli anni ’70 – ma senza due secoli di autorità e senza una costituzione ratificata a sostenerla.

È su questo che dovrebbe vertere il referendum sul Brexit, perché questa ambiziosa Corte di Giustizia europea è fondamentalmente in conflitto con la supremazia del Parlamento. I due semplicemente non possono co-esistere. Uno dei due deve cedere.

Si è lasciato che questo problema fondamentale si deteriorasse, mentre bisognava parlarne quando David Cameron è andato a Bruxelles a febbraio per manifestare le ragioni di malcontento della Gran Bretagna. Invece è stato spazzato sotto al tappeto.

L’importanza esplosiva del trattato di Lisbona non è tanto che ha esteso le prerogative da questioni commerciali (pilastro I) fino alle ampie aree della difesa, delle questioni estere, dell’immigrazione, della giustizia e delle questioni interne, e nemmeno che questo enorme salto in avanti è stato imposto senza un referendum, dopo che Francia e Olanda l’avevano già respinto nella sua forma originale di Costituzione Europea.

Il Trattato di Lisbona ha anche reso la Carta dei Diritti Fondamentali legalmente vincolante.

Da allora infatti abbiamo scoperto che mette in balia della Corte di Giustizia europea il nostro intero sistema commerciale, sociale e penale.

Il Rubicone è stato varcato nel caso Aklagaren contro Fransson, un caso di evasione fiscale sull’imposta del valore aggiunto (VAT, la nostra IVA, ndt) avvenuto in Svezia, paese fuori dall’euro. La disputa non aveva niente a che fare con la UE. La Carta avrebbe dovuto entrare in vigore solo quando una nazione stava applicando in modo specifico una legge dell’Unione europea.

La Corte di Giustizia Europea è entrata a forza nel caso, adducendo come motivo che dal momento che l’imposta sul valore aggiunto deriva da una direttiva UE, la Svezia stava operando “all’interno dell’ambito della legge dell’Unione europea”. Questo può voler dire qualsiasi cosa, e il punto è proprio questo. Nello sbigottimento generale, la sentenza fu che la Svezia aveva violato il principio dell’articolo 50 della Carta sul “double-jeopardy”, cioè la possibilità di processare due volte la stessa persona per un solo reato.

Non c’è più quasi niente al sicuro quando si affronta un tribunale simile, nemmeno la città di Londra, nemmeno la nostra politica sulla tassazione, o le leggi sul lavoro, nemmeno il nostro autogoverno fiscale e monetario. La Corte di Giustizia europea può abbattere qualunque legge desideri, senza possibilità di appello.

La corte costituzionale tedesca era talmente irritata per il caso Fransson, che aveva sparato un colpo di avvertimento, accusando di fatto la Corte di Giustizia europea di aver agito in “maniera arbitraria” e oltre il suo mandato.

Questo non ha prodotto alcun imbarazzo in Lussemburgo. In più di un’occasione la Corte ha emesso sentenze in modo aggressivo sulla base della Carta, e la Gran Bretagna non è immune. È riuscita a impedire che il Regno Unito deportasse un immigrante afgano, e ha bloccato la condivisione di dati elettronici con le autorità anti-terrorismo americane, una sentenza che ha provocato il caos per Google, Facebook e altri.

Il tutto con buona pace delle rassicurazioni del ministro britannico all’Europa al summit di Biarritz dell’ottobre del 2000 – fatte a me in persona peraltro – che disse che la Carta non aveva più basi legali del fumetto “Beano”.

La Gran Bretagna ha provato una seconda linea di difesa all’interno del Trattato di Lisbona, conducendo  negoziati scrupolosi per avere delle deroghe legali insieme alla Polonia, conosciute come “Protocollo 30”. “Che sia ben chiaro che abbiamo una possibilità di uscita”, ha detto Tony Blain di fronte alla Camera dei Comuni nel giugno del 2007.

Questa dichiarazione è stata completamente ignorata dalla Corte di Giustizia europea in una sentenza chiave nel 2013. Abbiamo scoperto troppo tardi che il Protocollo 30 è una specie di “clausola di consolazione”. Il Dipartimento di Giustizia del Regno Unito ha ammesso con grande imbarazzo che non offre alcun riparo, e che non possono farci niente. Ha potuto soltanto dire “La Carta (dei Diritti Fondamentali) ormai fa parte della nostra legge”.

È dunque toccato alla Corte Suprema del Regno Unito – che senza far rumore sta diventando una forza con cui bisogna fare i conti – sollevare la questione se le rivendicazioni di sempre maggior egemonia della Corte di Giustizia europea siano legali, e di che cosa possiamo fare per fermarla.

La Gran Bretagna è particolarmente vulnerabile a invasioni in campo giudiziario. La Corte di Giustizia europea trae ispirazione dalla filosofia corporativista della legge Napoleonica, incline a considerare che tutto sia proibito, a meno che non sia in qualche modo codificato, in contrasto con il diverso spirito di iniziativa della Common Law inglese. Ma i contrasti non finiscono qui.

Lord Mance ha dichiarato che il Parlamento ha dato alla Corte di Giustizia Europea un assegno in bianco quando nel 1972 ha abbozzato lo European Communities Act, conferendo alla UE uno status più alto. In particolare ha detto: “Non ci resta nessun bastione costituzionale esplicito contro le incursioni delle legge della UE”.

A noi mancano le difese della Germania, dove la Corte Suprema rifiuta di accettare il primato della Corte di Giustizia europea, e si riserva il diritto di eliminare ogni legge della UE che entri in conflitto con il sistema giudiziario tedesco.

David Cameron ha promesso una “Legge di sovranità” che avrebbe potuto fare qualcosa per correggere questo problema, o attraverso una revisione della legge del 1972, oppure dando alla Corte Suprema del Regno Unito i poteri di “arbitrarietà” per determinare se la Corte di Giustizia Europea stia trasgredendo le leggi della stessa UE. Non l’ha mai fatto. La promessa serviva unicamente a tenere fuori gioco Boris Johnson.

Tuttavia, i nodi stanno venendo al pettine. La Corte di Giustizia Europea ha calpestato platealmente il Bill of Rights inglese del 1689 in una sentenza sulla ferrovia ad alta velocità HS2, che ha messo in dubbio le prerogative parlamentari, implicando che la Corte di Giustizia Europea avesse il potere di proibire a un ministro di presentare un disegno di legge alla Camera dei Comuni.

“È difficile immaginare una interferenza più evidente con i procedimenti parlamentari”, ha tuonato Lord Reed. Evidentemente non è questo che voleva la Camera dei Comuni nel 1972. Lord Reed ha anche aggiunto che la Corte Suprema del Regno Unito si sarebbe sforzata di lavorare in armonia con la Corte di Giustizia europea, ma che se ci fosse stato un conflitto, sarebbe stato risolto “dal nostro sistema giuridico e come questione coperta dalle nostre leggi costituzionali.” Evviva.

La sentenza unanime pronunciata da Neuberger, presidente della Corte Suprema del Regno Unito, insieme a una squadra di giudici di prim’ordine su questo caso nel 2014, è stata un rombo di tuono. Lord Neuberger ha avvertito che nessuna corte britannica avrebbe potuto accettare un’aggressione al Bill of Rights e ha continuato tratteggiando i contorni di un nuovo ordine legale.

“Il Regno Unito non ha una costituzione scritta, ma abbiamo un certo numero di strumenti costituzionali”, ha detto, citando tra gli altri la Magna Charta, la Petition of Right del 1628 e il Bill of Rights. Non sono equivalenti al Grundgesetz tedesco.

Il parlamento non era intenzionato ad abrogare questi “principi fondamentali” quando ci siamo uniti all’Unione europea, e non ha nemmeno autorizzato una rivoluzione di questa portata.  Adam Tomkins, professore di diritto, ha dichiarato che la sentenza è “un attacco decisivo al modo in cui la Corte di Giustizia europea manipola la legge europea”.

Per chiarire il concetto, in un’altra sentenza nel caso Pham del 2015, la Corte ha decretato che d’ora in avanti deciderà “da sola” se la Corte di Giustizia europea ha superato o no certi confini. L’era della subordinazione è finita.

Finalmente abbiamo la volontà di difendere la nostra sovranità piuttosto che affidarci – come una colonia di capponi – alla buona volontà fraterna della corte tedesca, che non è in sintonia con il particolare sistema britannico di supremazia parlamentare e che in ogni caso agisce solo in base all’interesse nazionale tedesco.

Confesso una certa parzialità. Molto tempo fa, come corrispondente del Telegraph da Bruxelles, ho seguito tre processi sulla libertà di parola portati davanti alla Corte di Giustizia Europea: Connolly, Andreasen e Tillack; e in ciascuno di questi la Corte ha vidimato degli abusi senza farsi troppi problemi, e si è prestata a sostenere il potere esecutivo. Ha insomma agito come “Star Chamber” (tribunale inglese creato nel 1487 da Enrico VII che costituiva un vero e proprio tribunale supremo politico, ndt).

Il mio amico Hans-Martin Tillack, giornalista investigativo tedesco, era stato arrestato dalla polizia belga su richiesta della Commissione Europea con accuse false, e gli avevano proibito ogni comunicazione con l’esterno per dieci ore. Gli avevano requisito i computer, le agende, i tabulati telefonici e mille pagine di appunti, compromettendo così tutte le sue fonti.

La Federazione Internazionale dei Giornalisti parlò di “palese violazione” della protezione dell’attività giornalistica e disse che aveva reso “virtualmente impossibile” svolgere inchieste giornalistiche a Bruxelles. Eppure la Corte di Giustizia europea si pronunciò contro Tillack, spazzando via 50 anni di legislazione internazionale. Sostenne che la Commissione non aveva fatto niente di male.

Cito questa storia perché ha un parallelismo perfetto con la storia britannica. Nel caso del 1765 Entick contro Carrington, le corti sentenziarono che la confisca di documenti dall’abitazione di un editore e la sua detenzione per quattro ore erano un esercizio di “potere arbitrario” e una violazione della Magna Charta. Il caso di John Wilkes è stato alla base della libertà di parola in Gran Bretagna.

È troppo presto per dire se la Corte Suprema del Regno Unito da sola può proteggere il popolo britannico dalle razzie della Corte di Giustizia Europea. Ma prima di votare a favore o contro il Brexit, sarà meglio chiarire con esattezza chi è il vero nemico.

*Il riferimento al processo sull’HS2 è stato modificato. La controversia sul Bill of Rights giunse al culmine con la sentenza sull’HS2, ma derivava da una precedente decisione della Corte di Giustizia europea.

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