Rimanere fino a 10 anni in trattamento con inibitore dell’aromatasi diminuisce il rischio di recidive. Lo dimostra uno studio presentato al congresso dell’Asco a Chicago

Cinque anni ancora. La terapia ormonale per iltumore al seno HR positivo può essere estesa fino ad arrivare a 10 anni di trattamento coninibitore di aromatasi così da ottenere una riduzione del rischio di avere una ricaduta del 34%. Un guadagno che non sembra avere il rovescio della medaglia: l’allungamento della terapia non incide sulla qualità di vita, come le stesse pazienti hanno riportato. Sono questi i risultati presentati oggi in una delle sessioni plenarie del Congresso americano di oncologia clinica (Asco), in corso di svolgimento a Chicago.

“Le donne con tumore al seno ormono-responsivo ai primi stadi hanno una probabilità indefinita di avere una recidiva”, ha spiegato Paul Goss, direttore della Breast Cancer Research al Massachusetts General Hospital di Boston. “Questo studio da indicazioni alle pazienti e ai loro medici, confermando che il prolungamento della terapia con inibitore di aromatasi può ridurre ulteriormente il rischio di ricadute. Dimostrando, inoltre, un effetto preventivo nella mammella opposta, quella sana”.

Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, è stato condotto su oltre 1900 donne in post menopausa che avevano ricevuto o una delle tre terapie a base di inibitori dell’aromatasi come trattamento iniziale oppure dopo tamoxifene per un tempo variabile fra i 4,5 e i 6 anni. Le donne sono state divise in due gruppi: letrozolo o placebo. L’analisi dei dati dimostra che con il farmaco il rischio di recidiva diminuisce del 34% e che ha 5 anni dalla fine dello studio il 95% delle donne che hanno ricevuto letrozolo è ancora viva contro il 91% di coloro che hanno ricevuto placebo. In più, il primo gruppo ha mostrato una minore incidenza di cancro controlaterale (0,21% vs 0,49%).

Ai ricercatori canadesi e statunitensi che hanno condotto questa ricerca non è bastato però capire l’effetto sul tumore dell’allungamento della terapia, hanno voluto chiedere alle pazienti di valutare la loro qualità di vita. Alle partecipanti è stato quindi fatto compilare un questionario che valutava sia il loro stato fisico sia quello mentale all’inizio dello studio e successivamente ogni anno. L’analisi di questi dati, anch’essa presentata a Chicago, ha dimostrato che non esiste una differenza significativa fra la qualità di vita dei due gruppi.

Letizia Gabaglio

 

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