Ha-Joon Chang: i miti dell’economia neoliberale

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In questa lunga intervista al celebre economista sudcoreano Ha-Joon Chang, professore alla Cambridge University, sono affrontati i miti e le bugie dell’economia neoliberale, un sistema che Chang, citando Gore Vidal, definisce “libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi”. Il neoliberalismo ha diffuso la convinzione che ci sia un campo “oggettivo” dell’economia, nel quale la logica della politica non deve intromettersi, e così facendo ha sottratto le politiche economiche alla dinamica democratica, permettendo alle élite di fare ritirare il perimetro dello Stato e reindirizzarne le scelte a loro favore.

di C. J. Polychroniou, 9 febbraio 2017

Per gli ultimi 40 anni circa, il neoliberalismo (scegliamo volutamente questo termine al posto del più usato “neoliberismo” NdVdE) ha regnato incontrastato su gran parte del mondo capitalista occidentale, producendo livelli di accumulazione di ricchezza senza precedenti per una manciata di individui e di multinazionali, mentre al resto della società si è chiesto di ingoiare austerità, stagnazione dei redditi e la continua riduzione dello stato sociale. Ma proprio quando tutti pensavamo che le contraddizioni del capitalismo neoliberale avessero raggiunto il loro penultimo stadio, culminando nel malcontento di massa e nell’opposizione al neoliberalismo globale, l’esito delle elezioni presidenziali 2016 negli Stati Uniti ha portato al potere un megalomane che aderisce all’economia capitalista neoliberale, pur opponendosi a grande parte della sua dimensione globale.

Che cosa è dunque, esattamente, il neoliberalismo? Che cosa rappresenta? E che cosa dobbiamo pensare delle dichiarazioni di Donald Trump sull’economia? In questa intervista, Ha-Joon Chang, professore di economia di fama mondiale alla Cambridge University, risponde a queste domande pressanti, sottolineando che, nonostante il sostegno di Donald Trump alla “spesa per infrastrutture” e la sua opposizione agli accordi di “libero commercio”, dovremmo essere profondamente preoccupati per la sua politiche economiche, per la sua adesione al neoliberalismo e la sua fervente devozione nei confronti dei ricchi.

C.J. Polychroniou: Per gli ultimi 40 anni circa, l’ideologia e le politiche del capitalismo del “libero mercato” hanno regnato incontrastate in gran parte del mondo industrializzato avanzato. Tuttavia, gran parte di ciò che si fa passare per capitalismo del “libero mercato” sono in realtà misure progettate e promosse dallo stato capitalista per conto delle fazioni dominanti del capitale. Quali altri miti e bugie sul “capitalismo realmente esistente” vale la pena di sottolineare?

Ha-Joon Chang: Lo scrittore americano Gore Vidal una volta ha detto benissimo: il sistema economico americano è “libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi”. Credo che questa affermazione riassuma molto bene ciò che è stato fatto passare per “capitalismo del libero mercato” negli ultimi decenni, soprattutto, ma non solo, negli Stati Uniti. Negli ultimi decenni i ricchi sono stati sempre più protetti dalle forze del mercato, mentre i poveri vi sono stati esposti in misura sempre crescente.

Per i ricchi, gli ultimi decenni sono stati “testa vinco io, croce perdi tu”. I top manager, soprattutto negli Stati Uniti, firmano contratti che prevedono stipendi di centinaia di milioni di dollari per fallire – e spesso anche di più per fare un lavoro decente. Le aziende sono sovvenzionate su larga scala, con poche condizioni – a volte direttamente, ma spesso indirettamente attraverso programmi di appalti pubblici (soprattutto nella difesa), con prezzi gonfiati e tecnologie gratuite prodotte da programmi di ricerca finanziati dal governo. Dopo ogni crisi finanziaria, dalla crisi bancaria cilena del 1982, passando per la crisi finanziaria asiatica del 1997, fino ad arrivare alla crisi finanziaria globale del 2008, le banche sono state salvate con centinaia di migliaia di miliardi di dollari di denaro dei contribuenti, e ben pochi grandi banchieri sono finiti in prigione. Negli ultimi dieci anni nei paesi ricchi le classi sociali proprietarie di patrimoni sono state tenute a galla anche dai tassi di interesse storicamente bassi.

Al contrario, i poveri sono stati sempre più lasciati in balia delle forze del mercato.

In nome di una crescente “flessibilità del mercato del lavoro”, i poveri sono stati sempre più spogliati ​​dei loro diritti di lavoratori. Questa tendenza ha raggiunto un nuovo livello con l’emergere della cosiddetta “gig economy” (il cosiddetto “caporalato digitale”, NdVdE), in cui i lavoratori sono fittiziamente assunti come “autonomi” (privi del controllo sul proprio lavoro che esercitano i veri lavoratori autonomi) e privati dei diritti anche più elementari (ad esempio le assenze per malattia, le ferie pagate). Con l’indebolirsi dei loro diritti, i lavoratori devono impegnarsi in una corsa al ribasso, facendo a gara nell’accettare salari sempre più bassi e condizioni di lavoro sempre peggiori.

Nel settore dei consumi, la crescente privatizzazione e deregolamentazione dei settori industriali che forniscono i servizi di base maggiormente usati, in senso relativo, dai poveri – come acqua, elettricità, trasporti pubblici, servizi postali, sanità e istruzione di base – hanno fatto sì che i poveri abbiano visto una crescita sproporzionata dell’esposizione dei loro consumi alla logica del mercato. Negli ultimi anni dalla crisi finanziaria del 2008, l’accesso al welfare è stato ridotto in molti paesi e le condizioni per fruirne (ad esempio, “idoneità ai test di lavoro” sempre meno generose per i disabili, formazione obbligatoria per crearsi un CV per chi riceve sussidi di disoccupazione) sono diventate meno generose, spingendo sempre più persone povere verso mercati del lavoro dove non sono in grado di competere.



Riguardo agli altri miti e alle menzogne ​​sul capitalismo, a mio avviso il più importante è il mito che ci sia un campo oggettivo dell’economia nel quale la logica della politica non deve intromettersi. Una volta accettata l’esistenza di questo dominio esclusivo dell’economia, accolta ormai dalla maggior parte dell’opinione pubblica, si arriva ad accettare l’autorità degli esperti economici come portatori di verità scientifiche sull’economia, e sono questi esperti che poi dettano le regole secondo cui gestire l’economia.

E invece, non c’è alcun modo oggettivo di determinare i confini dell’economia, poiché il mercato stesso è una costruzione politica, come dimostra il fatto che oggi nei paesi ricchi è illegale comprare o vendere una quantità di cose che un tempo venivano comprate e vendute liberamente – pensiamo per esempio agli schiavi e al lavoro minorile.

Di conseguenza, se non esiste un sistema oggettivo per disegnare un confine dell’economia, quando ci si scaglia contro l’intrusione della logica della politica nell’economia, si sta solo affermando che la propria visione “politica” di ciò che deve essere lasciato al mercato è quella giusta, per così dire.

È molto importante rifiutare il mito di un limite inviolabile del campo dell’economia, perché questo è il punto di partenza per sfidare lo status quo. Se si accetta che si debba ridurre lo stato sociale, che si debbano indebolire i diritti dei lavoratori, se si accetta che le fabbriche debbano essere chiuse e così via a causa della logica economica oggettiva (o delle “forze del mercato”, come spesso vengono chiamate) diventa praticamente impossibile modificare lo status quo.

L’austerità è diventata il dogma prevalente in tutta Europa, ed è al centro dell’agenda dei Repubblicani. Se anche l’austerità si basa su menzogne, qual è il suo obiettivo reale?

Molti studiosi – Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Mark Blyth e Yanis Varoufakis, per citare alcuni nomi noti – hanno scritto che l’austerità non funziona, soprattutto nel bel mezzo di una crisi economica (come invece è stata applicata in molti paesi in via di sviluppo nell’ambito dei Programmi di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale-FMI negli anni ’80 e ’90 e, più recentemente, in Grecia, Spagna e altri paesi dell’eurozona).

Molti di coloro che spingono per l’austerità lo fanno perché credono realmente (anche se erroneamente) che funzioni, ma quelli che sono abbastanza intelligenti da capire che non è così, la vogliono perché è un ottimo modo per far ritirare lo Stato (dando così più potere alle imprese, comprese quelle straniere) e cambiare la natura delle attività dello Stato in senso favorevole alle imprese (ad esempio, è quasi sempre la spesa sociale che viene tagliata per prima).

In altre parole, l’austerità è un ottimo modo per portare avanti un’agenda politica reazionaria, senza che si capisca. Si dice che si sta tagliando la spesa perché bisogna far tornare i conti e rimettere in ordine i bilanci, quando in realtà si sta lanciando un attacco alla classe operaia e ai poveri. Questo è, ad esempio, il metodo che nel Regno Unito ha usato il governo di coalizione tra Conservatori e Liberal-Democratici, quando ha lanciato un programma di austerità molto duro, dopo aver preso il potere nel 2010 – la finanza pubblica del paese in quel momento non era in condizioni tali da avere bisogno di un programma di austerità così rigido, neanche per gli standard dell’economia ortodossa.

Che cosa pensa di tutti i discorsi sui pericoli del debito pubblico? Quanto debito pubblico è troppo?

Se il debito pubblico sia buono o cattivo dipende dal momento in cui il denaro è stato preso in prestito (sarebbe meglio indebitarsi durante una crisi economica), da come è stato utilizzato il denaro (meglio se utilizzato per investimenti in infrastrutture, ricerca, istruzione o salute piuttosto che in spese militari o nella costruzione di monumenti inutili) e da chi detiene il debito (meglio se è in mano ai cittadini del paese, in quanto si riduce il pericolo di una “speculazione” – per esempio, una delle ragioni per cui il Giappone può sostenere livelli molto elevati di debito pubblico è che la stragrande maggioranza è detenuta dai cittadini giapponesi).

Naturalmente, un debito pubblico eccessivo può essere un problema, ma quanto sia l’”eccessivamente elevato” dipende dal paese e dalle circostanze. Per esempio, secondo i dati FMI del 2015 il Giappone ha un debito pubblico equivalente al 248 per cento del PIL, ma nessuno ne parla come di un pericolo. Qualcuno potrebbe rispondere che il Giappone è un caso speciale e far notare che nello stesso anno gli Stati Uniti avevano un debito pubblico equivalente al 105 per cento del PIL, molto più alto, per esempio, di quello della Corea del Sud (38 per cento), Svezia (43 per cento) o persino della Germania (71 per cento), ma allora resterebbe sorpreso nell’apprendere che anche il debito pubblico di Singapore è pari al 105 per cento del PIL, eppure ben difficilmente sentiamo parlare di preoccupazioni sul debito pubblico di Singapore.

Molti economisti rispettati sostengono che l’epoca della crescita economica è finita. Concorda con questa opinione?

Molte persone ora parlano di una “nuova normalità” e di una “stagnazione secolare” in cui l’elevata disuguaglianza, l’invecchiamento della popolazione e il deleveraging (riduzione del debito) da parte del settore privato conducono a una crescita economica cronicamente bassa, che può essere rilanciata solo temporaneamente da bolle finanziarie insostenibili nel lungo termine.

Dato che queste cause possono essere contrastate da politiche adeguate, la stagnazione secolare non è inevitabile. L’invecchiamento della popolazione può essere controbilanciato da strategie politiche diverse, che rendano più facile conciliare il lavoro e l’avere bambini (per esempio un’assistenza per l’infanzia migliore e più economica, orari di lavoro flessibili, compensazioni professionali per i periodi di cura dei figli) e da una maggiore immigrazione. La disuguaglianza può essere contrastata da una politica di tassazione e redistribuzione più aggressiva e da una protezione migliore dei deboli (per esempio, una pianificazione urbana che protegge i piccoli negozi, sostegno alle PMI). La riduzione del debito da parte del settore privato può essere contrastata da una maggiore spesa pubblica, come dimostra l’esperienza giapponese degli ultimi venticinque anni.

Naturalmente, dire che la stagnazione secolare può essere contrastata è diverso dal dire che sarà contrastata. Per esempio, la politica più rapida che può contrastare l’invecchiamento – vale a dire l’aumento dell’immigrazione – è politicamente impopolare. In molti paesi ricchi l’alleanza tra le forze politiche ed economiche è tale che sarà difficile ridurre in modo significativo la disuguaglianza nel breve e medio periodo. L’attuale dogma dell’austerity è tale che nel prossimo futuro un’espansione fiscale sembra improbabile nella maggior parte dei paesi.

Perciò, a breve e medio termine, una crescita bassa sembra molto probabile. Tuttavia questo non significa che sarà così per sempre. A lungo termine, i cambiamenti nella politica e quindi nelle politiche economiche possono modificare le politiche in modo tale che le cause della “stagnazione secolare” siano significativamente contrastate. Questo mette in luce come sia importante la lotta politica per cambiare le politiche economiche.



Qual è il suo parere professionale sulle politiche economiche proposte da Donald Trump, che chiaramente abbracciano il neoliberalismo e tutti i maneggi a favore dei ricchi, ma si oppongono agli accordi di “libero scambio” globali, e che cosa pensa che accadrà quando si scontreranno con l’austerità di bilancio di Paul Ryan?

Il piano di Donald Trump per il rilancio economico americano è ancora vago, ma, per quanto posso dire, ha due colonne portanti: far creare più posti di lavoro in patria alle imprese americane e aumentare gli investimenti infrastrutturali.

Il primo punto sembra piuttosto fantasioso. Trump dice che lo farà principalmente impegnandosi per un maggior protezionismo, ma non funzionerà per due motivi.

In primo luogo, gli Stati Uniti sono vincolati da accordi commerciali internazionale di ogni tipo – WTO, NAFTA e diversi accordi bilaterali di libero scambio (con la Corea, l’Australia, Singapore ecc.). Benché anche in questo contesto sia possibile orientare le cose in senso protezionistico giocando sui margini di guadagno, sarà difficile per gli Stati Uniti affibbiare tariffe extra abbastanza alte da far rimpatriare i posti di lavoro americani, nel quadro delle norme previste da questi accordi. Il team di Trump afferma che rinegozierà gli accordi, ma questo richiederà non mesi, ma anni, e non produrrà alcun risultato visibile almeno durante il primo mandato della presidenza Trump.

In secondo luogo, anche se alte tariffe extra possono essere imposte in qualche modo anche in contrasto con gli accordi internazionali, la struttura dell’economia statunitense oggi è tale che negli Stati Uniti ci sarà una grande resistenza contro queste misure protezionistiche. Molte importazioni provenienti da paesi come la Cina e il Messico sono beni prodotti da – o almeno per – società americane. Quando il prezzo degli iPhone e delle scarpe Nike realizzate in Cina, o delle auto General Motors prodotte in Messico aumenterà del 20 o del 35 per cento, non saranno solo i consumatori americani a essere molto infelici, ma anche aziende come Apple, Nike e GM . Questo avrebbe il risultato di riportare la produzione di Apple o GM negli Stati Uniti? No, probabilmente la sposteranno in Vietnam o in Thailandia, paesi che non sono colpiti da queste tariffe.

Il punto è che lo svuotamento dell’industria manifatturiera americana è cresciuto nel contesto della globalizzazione della produzione e della ristrutturazione del sistema commerciale internazionale (a trazione americana) e non può essere invertito con semplici misure protezionistiche. Richiede una riscrittura generale delle norme commerciali globali e della cosiddetta catena del valore globale.

Anche a livello nazionale, la ripresa economica americana richiede misure molto più radicali di quelle contemplate dall’amministrazione Trump. Serve una politica industriale di sistema, che ricostruisca le capacità produttive esaurite dell’economia statunitense, andando dalle competenze dei lavoratori a quelle manageriali, dalla ricerca industriale alla modernizzazione delle infrastrutture. Per avere successo, una politica industriale di questo tipo dovrà essere sostenuta da una riprogettazione radicale del sistema finanziario, in modo che sia disponibile più “capitale paziente” per investimenti orientati al lungo termine e perché più persone di talento siano impiegate nel settore industriale,  invece di finire nel settore degli investimenti bancari o nel trading valutario.

Il secondo pilastro della strategia di  Trump per il rilancio dell’economia degli Stati Uniti è l’investimento in infrastrutture.

Come già accennato, il miglioramento delle infrastrutture è un ingrediente, per una vera strategia di rinnovamento economico americano. Tuttavia, come suggeriva nella sua domanda, può incontrare la resistenza dei conservatori in un Congresso dominato dai Repubblicani. Sarà interessante osservare che cosa ne verrà fuori, ma la mia preoccupazione più grande è che Trump possa incoraggiare investimenti infrastrutturali di tipo “sbagliato”, cioè legati al settore immobiliare (il suo ambiente naturale) invece di quelli legati allo sviluppo industriale. Questo non solo non riuscirà a contribuire al rinnovamento dell’economia statunitense, ma può anche portare alla creazione di bolle immobiliari, una causa importante della crisi finanziaria globale del 2008.



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