La Germania riconosce il genocidio armeno, esplode l’ira di Erdogan

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Con un voto a larghissima maggioranza, il parlamento tedesco ha approvato una mozione presentata da Cdu, Spd e Verdi, che riconosce il genocidio perpetrato dai Turchi ai danni degli Armeni; una stagione di terrore che fra il 1915 e il ‘16 causò lo sterminio di un milione e mezzo fra uomini, donne e bambini.

Come largamente annunciato, la reazione della Turchia è stata durissima: il presidente Erdogan ha dichiarato che la risoluzione “comprometterà seriamente i rapporti fra i due Paesi”; il primo ministro Binali Yildirim, dal canto suo, fino a poco prima del voto ha detto chiaro che si sarebbe trattato di un test sull’amicizia reciproca, minacciando che un voto positivo avrebbe danneggiato le relazioni turco-tedesche. A seguito dell’esito delle votazioni, l’ambasciatore turco a Berlino è stato immediatamente richiamato in patria.

Sulla vicenda era intervenuto anche il presidente armeno, Serz Sargsyan, che in un messaggio aveva esortato i deputati tedeschi a non lasciarsi intimidire da Erdogan, sottolineando che il presidente tedesco Joachim Gauck, già lo scorso anno, ha riconosciuto la tragedia del genocidio armeno.

La cancelliera Merkel, con una posizione ambigua, pur appoggiando la risoluzione non ha partecipato al voto per asseriti impegni di Governo; contrario s’è invece detto il ministro degli Esteri Steimeier. Fin’ora, malgrado la strenua opposizione della Turchia, il genocidio armeno è stato riconosciuto da 22 Paesi, fra cui Italia, Francia, Canada, Russia ed ora Germania.

Il voto tedesco è considerato uno schiaffo dalla Turchia e soprattutto da Erdogan; adesso, malgrado le fredde rassicurazioni ufficiali, c’è sicuramente da aspettarsi pesanti ripercussioni sul fronte dei migranti usati cinicamente come arma politica.

A parte il valore morale del riconoscimento, tuttavia, il voto può avere un’ulteriore chiave di lettura: un segnale di riavvicinamento alla Russia (che infatti ha immediatamente accolto con favore la risoluzione) i cui rapporti con la Turchia sono ai minimi storici e che degli Armeni s’è dichiarata sempre protettrice. Un segnale che s’inquadra nella battaglia che sta per aprirsi in seno alla Ue sul rinnovo delle sanzioni a Mosca, e che vede i Paesi membri più che mai divisi fra chi le vorrebbe mantenere (o addirittura rendere più stringenti come i Paesi dell’Est, Polonia in testa) e chi vorrebbe eliminarle o, perlomeno, attenuarle (l’Italia è fra questi).

Difficilmente il dibattito verrà alla luce prima del referendum sulla Brexit, che si terrà il 23 giugno, per evitare d’influenzare quel voto considerato cruciale dalle Cancellerie europee, ma è indubbio che all’economia tedesca (e a molte altre del Continente) quelle sanzioni volute da Washington stiano sempre più strette.

di Salvo Ardizzone
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