L’Asia Centrale tra investimenti e rivolte

Lo scorso 12 maggio si è inaugurato in Tagikistan un ambizioso progetto in cantiere da 10 anni

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Dell’Asia Centrale si parla poco, molto poco. Troppo abituati a ragionare per stereotipi, i mezzi di informazione ripropongono stancamente l’immagine dell’Asia Centrale come una folkloristica regione della fu Unione Sovietica, considerandola ancora oggi poco più di un’appendice di Mosca. In realtà oggi in Asia Centrale accade molto, le cinque repubbliche tentano di barcamenarsi tra la crisi russa, la recessione cinese ed il ritiro americano, cercando una propria strada che si snodi il più lontano possibile dal troppo vicino rischio di fondamentalismo islamico. L’Asia Centrale è davvero in pieno fermento.

La sfida energetica

Lo scorso 12 maggio si è inaugurato in Tagikistan un ambizioso progetto in cantiere da 10 anni, il CASA-1000 (Central Asia South Asia-1000). Questo progetto prevede la creazione, entro il 2018, di una rete di fornitura elettrica lunga oltre 1200km che dalle centrali idroelettriche di Tagikistan e Kirghizistan arrivi in Pakistan ed Afghanistan. Il valore complessivo del progetto è di circa un miliardo e mezzo di dollari in gran parte finanziato dalla Banca Mondiale, la Banca d’Investimento Europea, dalla Banca d’Investimento Islamica, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Ma sul progetto ci sono luci ed ombre.

Presentato come una grande occasione di sviluppo della regione, sia in termini di posti di lavoro che di crescita economica, il principale beneficiario di questo progetto sarà il Pakistan, che riuscirà ad avere una fonte energetica alternativa al gas turkmeno ed una riduzione del costo dell’energia nel paese, oggi molto alto, La maggior parte dell’energia, di origine idroelettrica, sarà fornita dal Tagikistan (per il 75%) che proprio con il Pakistan ha in programma un’intensificazione deirapporti commerciali, per esempio con lo sviluppo di una rotta aerea tra Dushanbe e Lahore. Le icongite restano comunque molte.

Gli impianti kirghisi e tagiki sono vecchi, al punto che i due paesi hanno perdite di energia in inverno significative, al punto che il Kirghizistan è dovuto ricorrere all’acquisto di energia kazaka la quale, tra l’altro, viene venduta ad un prezzonettamente più basso rispetto al prezzo previsto per l’energia prodotta nell’ambito del CASA-1000. Inoltre la quantità di energia prevista, che raggiungerà il Pakistan solo nel 2020, non sarà comunque davvero alternativa al già citato gas turkmeno. Come se non bastasse Pakistan ed Afghanistan hanno problemi di frontiera, nella zona di Torkham, sinora gestiti malamente con accuse reciproche.

Resta il fatto che  CASA-1000 è l’ennesimo importante progetto di investimento che prende piede nella regione, dopo il TAPI (una rete di pipeline tra Turkmenistan ed India), il CPEC (il corridoio commerciale tra Cina e Pakistan) edil TUTAP, speculare al CASA-1000 e finanziato dalla Banca di Sviluppo Asiatica che nel caso del CASA-1000 è invece assente. Quest’ultimo progetto sarebbe anch’esso costituto da una rete di energia elettrica ma tra Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Afghanistan e Pakistan. Inutile dire che tra le principali problematiche nella realizzazione di questi progetti vi è la sicurezza della regione.

Il pericolo afghano

Che questa sia una problematica di assoluta importanza è stato rilevato anche dalla Banca Mondiale che, nel quadro di CASA-1000 ha stanziato 40 milioni di dollari destinati alla “pacificazione” delle aree di frontiera. La situazione in Afghanistan è preoccupante come non accadeva da molti anni, dato che tutte le otto province confinanti con le reppubliche centroasiatiche vedono dei combattimenti in corso. Intressante sono anche zone come Baghlan, dovedovrebbe passare proprio la rete di CASA-1000, oppure Ankhoi sul confine turkmeno/afghano e tappa della pianificata ferrovia Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan.

Il pericolo di una diffusione dell’estremismo islamico sta inoltre provocando vigorose reazioni nei paesi dell’Asia Centrale, le più evidenti delle quali in Tagikistan. Oltre ad ammassare truppe lungo il confine afghano, le autorità tagike hanno infatti recentemente organizzato un referendum che ha decretato l’abolizione dei vincoli di mandato per la carica presidenziale, così che oggi Emomali Rahmon potrà legamente rimanere Presidente a vita. In occasione dellastessa consultazione è stata definitivamente messa fuori legge l’esistenza di partiti politici islamici come il Partito della Rinascita Islamica.

Autocrazie e tensioni sociali

L’eclatante caso tagiko è solo uno dei segnali del ripiegamento che le autocrazie centrasiatiche stanno attuando in un’epoca di crisi, privi di riferimenti internazionali precisi come potrebbe esserlo una Russia solida e ben presente nella regione. Fortissime tensioni sociali si stanno vivendo in Kazakistan, dove una recente ondata di arresti e repressione sta incrinando il consenso, convinto o meno, verso una dirigenza sempre più alle prese con l’incognita della sua successione. In particolare, maggio è stato un mese fondamentale per le proteste di piazza, rivolte soprattutto contro la privatizzazione delle terre kazake.

Il governo di Astana sta infatti portando avanti un piano di privatizzazione dei terreni, volto a favorire gli investimenti stranieri. Queste nuove misure si accompagnano ad una situazione in cui la moneta locale si è fortemente svalutata e diversi kazaki si sono trovati a perdere il posto di lavoro. Già scoppiate ad aprile, le nuove proteste di maggio sono sembrate più organizzate ad esempio in rete, al punto che le autorità hanno parlato di tentato colpo di stato. La cortina dietro cui si cela il potere sembra incrinarsi, almeno a giudicare dalle reazioni di gran parte della popolazione, lasciando spazio a scenari futuri.

Molto interessante il fatto che le proteste si siano concentrate contro la vendita di terra agli stranieri, il che perlopiù significa cinesi, praticamente in concomitanza con il Forum Economico di Astana dove si affermava esattamente il contrario. Qui alla presenza di diversi premi nobel, le autorità kazake ribadivano l’importanza del Kazakistan come unione tra la Nuova Via della Seta e l’Unione Economica Eurasiatica, ossia tra Cina e Russia, in un’ottica di integrazione tra queste realtà per giungere ad un libero mercato comune. La questione sociale in Kazakistan sarà di certo un fattore da non sottovalutare.

L’incognita russa

Quanto accade in Kazakistan, il paese centroasiatico più legato a Mosca ci riporta al ruolo della Russia nella regione, soprattutto dopo il crollo del rublo. Negli ultimi due anni i progetti russi, incentrati sulla collaborazione con la Cina, sembrano avere subito un brusco rallentamento. Nessuno dei due partner sembra essere riuscito a sfruttare quanto pianificato, soprattutto per motivi economici interni. Il rallentamento cinese ha fatto della Russia un fornitore di gas come gli altri, rendendo ancora più aspra la questione della determinazione del prezzo del greggio, una disputa mai risolta tra Mosca e Pechino.

L’immobilismo forzato russo è bene esemplificato dai rapporti con l’Uzbekistan, paese che ha sempre rifiutato di schierarsi al fianco di Mosca nelle organizzazioni internazionali guardando invece agli USA ed all’Occidente. Il presidente uzbeko Islam Karimov ha appena compiuto una delle sue rare visite ufficiali proprio in Russia, il principale mercato per le esportazioni dell’Uzbekistan. Nonostante la presa di posizione di Tashkent a favore dell’Ucraina, i rapporti con i russi sono rimasti tiepidi ma non conflittuali. Gli uzbeki hanno interesse alle forniture di armi ed i russi hanno interesse a non alterare gli equilibri nella regione.

Infine ulteriore prova della non scattata partnership russa con Pechino si ha nella questione dei giacimenti energetici in Siberia, un progetto rimandato anche a causa dei problemi finanziari di Gazprom. Proprio in vista dello sfruttamento di questi giacimenti sarebbe in corso un instaurarsi di più stretti legami tra Mosca e Tokyo, che riuscirebbe così a rifornirsi attraverso un percorso che eviti il suolo cinese. Inutile dire che lo sviluppo di una tale alleanza, dietro cui ci sarebbero anche gli USA e le dispute del Mar Cinese Meridionale, non potrebbe che modificare i rapporti di potere in Asia Centrale.

E poi non dite che in Asia Centrale non succede mai niente…

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