Le (enormi) ricadute geopolitiche dell’imminente voto francese

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Domenica 23 aprile si svolgerà il primo turno delle presidenziali francesi: è l’appuntamento chiave del 2017, capace di innescare e/o accelerare dinamiche che travalicano i confini dell’Esagono per abbracciare l’intero scacchiere mondiale. Il malessere sociale e le drammatiche condizioni in cui versa l’economia della Francia, pienamente ascrivibile tra i Paesi dell’europeriferia, hanno sgretolato il sistema politico transalpino, aprendo lo scenario di un inedito ballottaggio tra populisti di destra e populisti di sinistra: Marine Le Pen contro Jean-Luc Mélenchon. La sconfitta dei candidati europeisti accelererà la dissoluzione della moneta unica e dell’Unione Europea, compromettendo irreparabilmente l’intera architettura euro-atlantica edificata negli ultimi 70 anni: lo speculare rafforzamento della Russia dopo la vittoria di Marine Le Pen ed l’ingrossarsi del blocco euroasiatico rischiano di portare il sistema internazionale al carico di rottura.

La Francia al bivio: Atlantico o Eurasia

Se il 2017 ha tutte le caratteristiche per essere definito “l’anno della frattura”, lo spartiacque tra il vecchio ordine mondiale “liberale” a guida angloamericana e l’avvento di un nuovo assetto internazionale, ebbene, c’è un appuntamento più decisivo degli altri, quello capace di dispiegare tutto il potenziale rivoluzionario dell’anno in corso: le presidenziali francesi.

Domenica 23 aprile si terrà il primo turno delle elezioni che incoroneranno il nuovo inquilino dell’Eliseo ed è tempo, oltre che di pronosticare il probabile esito del voto, anche di collocare le presidenziali francesi in una più ampia cornice geopolitica: solo chi nascondesse la testa sotto terra, potrebbe infatti affermare che l’imminente voto sia scollegato dalle rinnovate tensioni tra NATO e Russia e dai venti di guerra nella Corea del Nord.

Partiamo coll’analizzare lo schieramento politico a distanza di pochi giorni dal voto, azzardando il probabile esito del primo turno.
In Francia, come altrove, il principale quesito è se i partiti tradizionali, legati a doppio filo all’establishment euro-atlantico, riusciranno o meno a respingere l’assalto “populista”, l’avanzata, cioè, di quei movimenti che predicano ricette economiche ed una politica estera diametralmente opposta a quella dell’oligarchia al potere: la risposta è quasi certamente “no”. Come abbiamo più volte sottolineato nelle nostre analisi, la Francia, di fronte all’eurocrisi scoppiata nel lontano 2009 e progressivamente incancrenitasi avendo mancato l’obiettivo di fondo (strappare il Tesoro Unico europeo e gli Stati Uniti d’Europa), è scivolata giorno dopo giorno verso l’euro-periferia, mostrando l’illusorietà del “motore franco-tedesco”: la galoppante crescita del debito pubblico francese, che dall’introduzione dell’euro è passato dal 60% al 97% del PIL, gli alti deficit in funzione anti-ciclica, il cronico disavanzo della bilancia commerciale e la disoccupazione record (quella ufficiale si attesta attorno al 10% della forza lavoro), collocano l’Esagono più vicino al Mediterraneo che al Reno.
La parità formale tra Parigi e Berlino scongiura certamente quelle politiche di austerità imposte al resto dell’europeriferia (capaci di innescare esplosive rivolte in una società, come quella francese, abituata a ricevere generose prestazioni dallo Stato), ma non impedisce che qualche “riforma strutturale” sia somministrata anche alla Francia: il “Job Act” gallico, la legge El Khomri, provoca reazioni impensabili in Italia, mobilitando sindacati e lavoratori per settimane e paralizzando diversi settori strategici dell’economia. L’assaggio di neoliberismo, il crescere incessante della disoccupazione e la parallela caduta verticale del presidente François Hollande in termini di popolarità, sono accompagnati dall’esplosione del terrorismo islamista che, avviato nel gennaio 2015 con la strage di Charlie Hebdo, semina morti fino alla strage di Nizza dello scorso luglio: è la classica strategia della tensione utile a “sedare” un’opinione pubblica sul piede di guerra, a causa dell’impoverimento generalizzato e dei tagli allo Stato sociale.
La strategia della tensione fallisce l’obiettivo di compattare i francesi attorno al capo di Stato, sebbene il governo socialista ripeta ossessivamente che “la France est en guerre”: per la prima volta dall’avvento della Quinta Repubblica, il presidente in carica, François Hollande, sceglie di “abdicare”, rinunciando a correre per un secondo mandato. L’obiettivo è quello di arrestare l’avanzata dei populisti, relegando il quinquennio di Hollande ad una triste parentesi, e puntando su volti nuovi. La ribellione dell’elettorato è però ormai troppo impetuosa per essere incanalata: il “filo-russo” François Fillon conquista la candidatura del centro-destra battendo l’esponente dell’establishment, Alain Juppé. Segue quindi una feroce campagna mediatica-giudiziaria per stroncare la corsa di Fillon verso l’Eliseo e lanciare verso il ballottaggio del 7 maggio il centrista ed “outisider” Emmanuel Macron, ex-banchiere Rothschild: il calcolo politico si basa sulla convinzione che tutti i voti moderati si coaguleranno attorno all’europeista e filo-atlantico Macron, sancendo così la sconfitta della populista e filo-russa Marine Le Pen.
Nella Francia del 2017, come nel resto dell’Occidente, i voti “moderati” sono però merce rara: il malessere diffuso, tre milioni di disoccupati (che salgono a sei considerando i lavoratori iscritti ad un corso di ricollocamento), l’insofferenza generalizzata verso la cricca di privilegiati che ruota attorno all’Eliseo e ad ai salotti buoni di Parigi, spinge l’elettorato sulle ali estreme dello schieramento politico: la candidatura del centrista Emmanuel Macron, presentato dalla maggior parte dei sondaggi e dei media compiacenti come il presidente in pectore, rischia di sgonfiarsi addirittura al primo turno, schiantandosi contro lo scoglio dell’elettorato.
Ferma restando la vittoria di Marine Le Pen, crescono infatti le probabilità che lo sfidante al ballottaggio del 7 maggio non sia l’ex-banchiere di Rothischild, ma il “populista rosso” Jean-Luc Mélenchon: storico esponente dell’ala sinistra del Partito socialista, fondatore del movimento “France insoumise” (la Francia ribelle), abile oratore e figura piuttosto carismatica, Mélenchon è la declinazione “giacobina” di Marine Le Pen. Comune è l’avversione all’ortodossia finanziaria di Bruxelles, comune è l’intenzione di manovra fiscali espansive in forte deficit, comune è il rifiuto dei dogmi liberisti e l’apertura al protezionismo, comune è l’intenzione di traghettare la Francia fuori dalla NATO, comune la volontà di riconciliarsi con Mosca superando le varie discrepanze, in primis sulla Siria.
Diversi fattori (la presidenza socialista uscente di Hollande, la crisi migratoria, l’emergenza sicurezza nella città, il vento nazionalista sempre più forte a livello europeo) lasciano supporre che sarà la populista di destra, Marine Le Pen, ad emergere vincitrice dal ballottaggio del 7 maggio. Nelle attuali condizioni in cui versa l’Unione Europea, è però chiaro che se dalle urne del 23 aprile dovesse emergere una sfida tra forze anti-sistema di sinistra e di destra, Bruxelles incasserebbe il colpo di grazia anche senza conoscere il verdetto finale delle presidenziali francesi: parliamo di istituzioni europee così lacerate da assistere inermi alla ribellione degli Stati alla politica migratoria comune, alla puntuale disapplicazione di norme fino a poco tempo fa presentate come ineludibili (fiscal compact e bail in), al tramonto di qualsiasi ulteriore integrazione necessaria a garantire la sopravvivenza dell’euro (in primis la garanzia unica sui depositi). L’affermazione dei populisti Le Pen e Mélenchon al voto di domenica prossima, sancirebbe la rottura definitiva del motore franco-tedesco da tempo in panne e, aprendo una drammatica faglia nel cuore dell’Europa, porterebbe al collasso finale le già pericolanti istituzioni di Bruxelles.
La dissoluzione dell’Unione Europea ed il simultaneo ricollocamento di Parigi su posizioni filo-russe sarebbero un vero terremoto geopolitico, scuotendo alle fondamenta l’intera architettura politico-militare consolidatasi in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale: le istituzioni di Bruxelles, sinonimo di UE ma anche di NATO, sono infatti lo strumento con cui l’impero angloamericano ha prima blindato, e poi allargato, la testa di ponte sul continente euroasiatico, conquistata con due guerre mondiali.
Scopo strategico della UE/NATO è attrarre verso l’Atlantico il maggior numero possibile di potenze europee ed impedire il sorgere di qualsiasi alleanza tra la Russia e l’Europa occidentale. Lo squagliamento della UE, accompagnato dalla parallela uscita della Francia della NATO, stravolgerebbe quindi la settantennale strategia dell’establishment atlantico sul Vecchio Continente, incentratala sulla cooperazione franco-tedesca con la benedizione di Londra e Washington, e sul progressivo ampliamento verso est delle organizzazioni “transatlantiche”.
Si materializzerebbe così il peggior scenario possibile per gli strateghi angloamericani, tratteggiato da Zbigniew Brzezinski nel suo libro “The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives” del 1997: una Francia nazionalista che, oppressa dall’egemonia della Germania schierata su posizioni filo-atlantiche, parte alla riconquista del primato continentale alleandosi con la Russia e riconoscendo a quest’ultima una legittima zona d’influenza nell’est-europeo. Un patto franco-russo, in sostanza, per ridimensionare la Germania ed espellere gli angloamericani dal Vecchio Continente.
Il quadro si farebbe ancora più drammatico per gli strateghi angloamericani se la Francia “nazionalista” non si saldasse soltanto alla Russia, ma al blocco euro-asiatico che comprende anche la Cina e l’Iran e si irrobustisce giorno dopo giorno: la Francia, anziché lavorare per la caduta di Assad ed il puntellamento del regime filo-saudita in Yemen, passerebbe così ad una condizione di neutralità o larvata ostilità nei confronti degli alleati regionali di Washington e Londra, compromettendo ulteriormente l’opera angloamericana di “contenimento” delle potenze euro-asiatiche. Gli USA a quel punto, espulsi dalla massa continentale anche grazie alla cooperazione francese, perderebbero automaticamente lo status di superpotenza mondiale. Scriveva Brzezinski nel lontano 1997, allo zenit del mondo monopolare:
“Henceforth, the United States may have to determine how to cope with regional coalitions that seek to push America out to Eurasia, thereby threatening America’s status as a global power. (…) Potentially, the most dangerous scenario would be a grand coalition of China, Russia, and perhaps Iran, an “antihegemonic” coalition united not by the ideology but by complementary grievances. (…) Also quite remote, but not to be entirely excluded, is the possibility of a grand European realignment, involving either a German-Russian collusion or a Franco-Russian Entente”.
Stiamo assistendo all’inverarsi di una doppia minaccia mortale per l’impero angloamericano: il saldarsi della coalizione tra Russia, Cina ed Iran, unito al nascere di un’intesa franco-russa. Quattro potenze distinte, unite dalla comune volontà di archiviare l’egemonia degli USA e dell’oligarchia atlantica, per ridisegnare l’assetto mondiale.
Si spiega quindi il clima di elevata tensione internazionale, caratterizzato dal precipitare delle relazioni russo-americane e dai concomitanti venti di guerra in Corea, in cui si svolgeranno le elezioni francesi: la posta in gioco supera i confini dell’Esagono ed abbraccia gli equilibri dell’intero Vecchio Continente. La probabile vittoria di Marine Le Pen è in grado di compromettere ulteriormente la presa angloamericana sull’Europa, a beneficio di Mosca e delle altre potenze continentali. È uno scenario che lascia supporre un ulteriore aumento della tensione in vista del ballottaggio del 7 maggio e negli immediati mesi successivi al voto: più la UE si sfalda ed il blocco euroasiatico si ingrossa, maggiori sono i rischi che il sistema internazionale raggiunga il carico i rottura, imprimendo agli eventi quella drammatica svolta che si sarebbe evitata soltanto se Donald Trump avesse mantenuto le promesse neo-isolazioniste della campagna elettorale.

 

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