Come l’Egitto sta cambiando asse

Sisi si arrabatta tra crisi economica e potenziali nuovi alleati

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di Franco Moretti

18 / 10 / 2016

Se nel 2013 vi avessero detto che l’Egitto avrebbe votato contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita ad una risoluzione ONU e che avrebbe appoggiato in modo considerevole la confessione Sciita, sicuramente non ci avreste creduto. Anzi, con Sciiti massacrati per strada e sentenze a loro carico senza alcun processo e con le casse pubbliche rimpinguate dal denaro americano e Wahabbita, tutto si sarebbe potuto immaginare eccetto un concreto riavvicinamento nel giro di tre anni. Non si tratta di un semplice avvicinamento, di fatto è in atto una crisi diplomatica tra il regno di Al-Sa’ud e l’Egitto che spinge quest’ultimo verso nuovi (vecchi) orizzonti diplomatici e religiosi.

Il cambio di rotta può essere visto sotto differenti punti di vista differenti assolutamente inscindibili l’uno dall’altro. Un’economia sull’orlo del tracollo alla quale l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti hanno smesso di fornire aiuti, o li erogano imponendo austerity e armi. Dunque una scelta semi-obbligata? Una scelta geo-politica in vista della presa di Mosul e di un eventuale “sconfitta” dello Stato Islamico in Iraq e successivamente anche in Siria?

A riprova di tutto questo ci sono stati il voto dell’Egitto a favore della Russia in due appelli al consiglio di sicurezza Onu, e la fatwa emessa dal Dr. Ahmad al Tayyib, Sheikh al-Azhar, che dichiara lo Sciismo una delle 5 scuole giuridiche dell’Islam.

I soldi sono finiti

L’Egitto di al-Sisi negli ultimi anni non si è distinto per aver rispettato gli impegni economici presi negli ultimi anni con i paesi mandatari negli anni seguenti la rivoluzione. L’Egitto per sopravvivere è costretto ad affidarsi ad aiuti internazionali, e i suoi partner principali, in ordine di importanza, sono l’Arabia Saudita,i paesi del Golfo ed in particolare Qatar e Kuwait, gli Stati Uniti e il FMI.

Parlando di cifre, possiamo dire che l’Arabia Saudita ha stanziato mediamente ogni anno circa 2 miliardi di dollari per l’Egitto, mentre i paesi del golfo tra investimenti in titoli di stato e progetti di sviluppo puntano circa un miliardo e mezzo. Gli Stati Uniti fanno la differenza nel settore privato e militare, dove piazzano commesse ed investimenti poco al di sotto di 20 miliardi l’anno.

Non è cresciuto economicamente secondo le aspettative. Al contrario, l’aumento delle importazioni di combustibili raffinati dalla saudita Aracom e di gas Metano dal Qatar, insieme con i prodotti agricoli, per la maggior parte provenienti dagli States e dall’America Latina, dilatano la bilancia dei pagamenti.

Non ha ridotto la spesa pubblica. Un apparato burocratico e militare mastodontico (7 milioni di dipendenti pubblici) alleggerisce le casse dell’erario e il debito pubblico aumenta a dismisura senza che a coglierne i frutti sia la popolazione civile.

Negli ultimi tempi, la situazione è peggiorata, con un razionamento di beni primari quali il latte in polvere per neonati e lo zucchero, un aumento esponenziale dei prezzi degli affitti e dell’elettricità, servizio in corso di liberalizzazione dal governo di al-Sisi sotto richiesta del FMI.

Nel timore di una svalutazione della moneta e dell’instabilità dello stato egiziano, nel Dicembre 2015 il Kuwait ha ritirato in un giorno 500 milioni di dollari in titoli di stato.

Lo stato egiziano ha ottenuto a fine Agosto un prestito da 12 miliardi dal FMI, in cambio di un ulteriori tagli alla spesa pubblica e una svalutazione “ufficiale” della lira Egiziana, valutati ogni sei mesi per tre anni. La lira egiziana ha cominciato il suo percorso di svalutazione nel 2012 quando il cambio dollaro-lira passò da 3.5 a 5.5 in meno di un mese. In questo momento per le strade del Cairo la lira è già svalutata e un dollaro è scambiato per 15-16 lire egiziane.

Nell’aprile 2016 re Salman si è recato al Cairo per una visita diplomatica nella quale ha firmato contratti per 22 miliardi di dollari, incluso un trattato quinquennale di fornitura di petrolio raffinato allo stato egiziano. Una parte del contratto prevedeva la restituzione delle isole Tiran e Sanfir all’Arabia Saudita. La potenziale perdita del territorio ha provocato una lunga serie di critiche, culminate in una protesta (la più imponente da dopo la rivoluzione) e l’arresto di oltre cento manifestanti anti-governativi. Inaspettatamente, la trattativa per la restituzione delle isole è fallita grazie ad una sentenza della corte costituzionale nel Giugno del 2016, che ha invalidato la mossa del premier egiziano.

Dopo il clamoroso flop del “nuovo canale di Suez”, costato 8 miliardi di dollari ma di fatto inutile  visto il calo delle merci passanti effettivamente per il canale, la percezione dei rapporti macro-economici con l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo è molto disillusa e palpabile tra gli egiziani che parlano di “chiacchiere”, senza di fatto vedere completata alcuna opera a loro vantaggio.

Un voto scomodo 

Nel 2015 l’Egitto è stato nominato membro non permanente del consiglio di sicurezza dell’ONU, come rappresentante del nord Africa. Sabato 8 Ottobre 2016 ha votato contro l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti in due risoluzioni riguardanti i bombardamenti in Siria. La prima risoluzione, proposta dalla Francia, proponeva un cessate il fuoco da parte di tutte le forze in gioco. Tutti compreso l’Egitto, ed esclusi Cina, Russia e Venezuela, hanno votato a favore. Quando successivamente la Russia ha proposto una no-Fly-zone per tutte le forze in gioco, lei stessa esclusa, con molto scalpore l’Egitto ha comunque votato a favore, insieme a Russia, Cina e Venezuela.

Il livello di risentimento da parte del regno è stato altissimo ed immediatamente è stato lanciato l’hashtag #egyptvotesforRussia. C’è chi ha parlato di “più soldi per un voto a favore”, chi ha ricordato che l’Egitto nel consiglio di sicurezza dovrebbe rappresentare tutti gli “arabi”. Il ministro degli esteri ha espresso il proprio sdegno.

In seguito alla vicenda, Aramco, ha sospeso la fornitura di carburante all’Egitto. Sembrerebbe, per il momento, che gli accordi quinquennali siano ancora in vigore.

L’ambasciatore saudita in Egitto è ritornato in patria per un summit e il suo tardivo rientro sta complicando ancora di più i rapporti tra i due paesi.

Quasi amici

Al-Ahzar è uno dei più importanti centri di studi religiosi al mondo. E’ considerato da alcuni il più importante centro di studi islamici contemporaneo, nonché l’università più antica, fondata dai Fatimidi (Sciiti) nel 970. Il titolo più alto conferito dall’istituto è il titolo di Sheikh, o Grand Imam. Solitamente, lo Sheikh al-Ahzar è anche il rettore del centro.

Il sito web al-Shafaqna, in collaborazione con il World Shia Forum ha pubblicato lo scorso quattordici ottobre la traduzione di un’intervista al Dr. Ahmad al-Tayyb, Sheikh al-Ahzar, trasmessa dal canale televisivo egiziano al-Nil. Durante l’intervista al-Tayyb ha dichiarato che lo Sciismo è una delle cinque scuole giuridiche dell’Islam; che non ci sono affatto timori se le nuove generazioni si convertiranno all’Islam; che le aspre critiche sciite su i primi due califfi, Abu Bakr e Omar, non corrompono il loro status di credenti, così come la storia non comprometterebbe il credo. Ha generalmente mantenuto un atteggiamento molto pacato e riconciliante.

Un’illuminazione, considerando che nel 2012, sotto Morsi, lo stesso Ahmed al-Tayyb aveva dichiarato che gli Sciiti erano un pericolo per l’Egitto, molto più dannosi di ebrei e cristiani poiché inducono facilmente alla conversione.

Gli Sciiti in Egitto non sono soggetti solo alla collera di fratelli Musulmani e Salafiti, ma secondo quanto riportato dall’ONG Egyptian Initiative For Personal Rights, anche delle forze dell’ordine e dell’apparato giuridico, che spesso li ha condannati senza processo per “oltraggio religioso” soltanto per aver praticato rituali Sciiti. Il vortice di violenza culmina nell’Agosto 2013, con l’uccisione per strada di tre Sciiti da parte della folla inferocita, sotto lo sguardo placido delle forze dell’ordine.

L’obbedienza, o senza essere maliziosi, la coerenza di Al-Ahzar con la linea di governo è lampante dal colpo di stato del 2013, e viene sottolineata anche da un articolo del Middle East Monitor. Il Grand Mufti di Al-Ahzar, il Dr. Shawki Allam, ha espresso quest’anno il suo formale appoggio al governo per la condanna a morte dell’Ex presidente Morsi.

Quanto detto, in sostanza potrebbe aprire uno spiraglio di dialogo nei prossimi mesi con il principale “proxy-player” sciita, l’Iran, a sua volta alleato dei Russi.

In ultima istanza, è bene sottolineare ancora una volta la centralità della “Grande Madre Russia“. In una conferenza tenutasi a Grozny lo scorso Agosto, e che ha raccolto più di cento ‘Ulema Sunniti, si è ribadita l’importanza di mantenere una linea ortodossa che comprenda le quattro principali scuole giuridiche, includendo a sua volta il Sufismo ed escludendo gli Wahabiti, ovvero i Sauditi.

Sul finire, ancora molte insicurezze

Rimangono ancora molte insicurezze sulla tesi per cui il cambio di rotta sia definitivo.

Da un lato abbiamo i primi segnali sopra citati: una crisi economica irrimediabile con aiuti internazionali che non stanno arrivando come dovrebbero da i consueti alleati. Un’apertura religiosa verso l’Iran. Una decisione politica in favore della Russia.

E’ possibile aggiungere come di fatto per la Russia la porta non sia mai stata chiusa, specialmente in un periodo di taglienti relazioni diplomatiche tra Russia e Turchia. Gli investimenti Russi in Egitto sono ripresi a pieno ritmo anche dopo l’incidente del 31 Ottobre; di fatto proprio in questi giorni le forze speciali russe stanno compiendo operazioni di addestramento, “per abituarsi ai climi caldi“, nel sud dell’Egitto. Rimane comunque un dubbio elementare: quanto può investire in Egitto data la sua condizione economica attuale?

Non è possibile determinare quale sarà la risonanza, l’impatto a lungo a lungo termine di questa nuova fatwa, né tantomeno capire se saranno gli egiziani, in primis, a coglierla come una scusa per tollerare l’altra confessione e accettare il nuovo alleato. Il governo ha negato l’apertura di nuove relazioni diplomatiche con l’Iran. Per ora possiamo limitarci a dire che i due hanno molte caratteristiche e necessità comuni. Una minaccia terroristica poco fuori dai confini, una popolazione molto giovane, un bisogno vitale di crescita economica, uno stato rivolto alla sicurezza interna e con promesse di cambiamento molto molto graduali.

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