Lo scorso settembre una donna di 70 anni originaria del Nevada è morta a causa di un’infezione risultata intrattabile da 26 diversi tipi di antibiotici. L’hanno reso noto in un rapporto del 13 gennaio i Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, precisando che il superbatterio è risultato incurabile da ogni preparato conosciuto (inclusa la colistina, ultimo baluardo contro i microbi negli USA).

IL CASO. La donna era stata ricoverata ad agosto in uno stato di sepsi, una forte risposta del sistema immunitario a un’infezione in corso da tempo: la paziente aveva trascorso un lungo soggiorno in India, dove si era rotta una gamba ed era stata curata diverse volte per un’infezione arrivata fino all’osso dell’anca. Il batterio responsabile è stato isolato e riconosciuto: si tratta di uno Klebsiella pneumoniae, che in genere vive nell’intestino, senza causare danni.

DISARMATI. Nessuno dei 26 antibiotici disponibili negli USA è riuscito a fermare il microbo, e la donna è morta di shock septico. Casi come questi sono fortunatamente molto rari, ma la diffusione di “viaggiatori globali” come la paziente, e la velocità alla quale i batteri evolvono, li renderanno sempre più frequenti. Il batterio mostrava bassi livelli di resistenza alla fosfomicina, un antibiotico che però, negli USA, è destinato soltanto al trattamento, per bocca, dei casi di cistite (un’infezione delle vie urinarie).

FUTURO. In circostanze come questa, poter disporre di antibiotici in uso in altri Paesi, o che si sono dimostrati efficaci in laboratorio, potrebbe servire a salvare la vita di pazienti intrattabili altrimenti. In attesa di seri interventi di politica sanitaria globale su questo tema, i batteri mutano velocemente, molto più rapidamente del ritmo di produzione di nuovi antibiotici.

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