La sala operatoria si sta dimostrando un’opzione valida, ma è necessaria la presa
in carico del paziente da parte di un centro obesità, dove un’equipe sceglie la tecnica adatta e si impegna a far capire ai candidati che sono all’inizio di un percorso

(Getty Images)
 L’analisi sul British Medical Journal sottolinea che imbarazzo, scarsa autostima e insuccessi ottenuti con diete e simili bloccano molti dal chiedere informazioni sull’opzione chirurgica. «C’è poi anche un ragionevole timore all’idea di entrare in sala operatoria, ma il registro italiano su 60mila interventi mostra che anche tenendo conto dei casi più complessi la mortalità è dello 0.17 per cento, inferiore a quella per calcolosi alla colecisti», osserva Di Lorenzo. «Molti medici hanno pregiudizi nei confronti della bariatrica, d’altro canto ci sono anche pazienti molto motivati che vanno direttamente dal chirurgo – interviene Paolo Sbraccia, presidente della Società Italiana dell’Obesità (Sio) -. La prassi corretta prevede però la presa in carico da parte del centro obesità, dove un’equipe deve operare valutazioni non solo per scegliere l’intervento adatto, ma soprattutto per far capire ai pazienti che non esistono traguardi facili e l’operazione non è la fine, ma l’inizio di un percorso. Essere seguiti dopo la chirurgia è fondamentale per evitare di riprendere peso e scongiurare deficit nutrizionali: l’obesità è una malattia cronica e anche dopo operato il paziente resta una persona che ha necessità di controlli».
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La probabilità di tumore si riduce di quattro volte

«Detto ciò – spiega Di Lorenzo – almeno la metà dei pazienti perde peso a sufficienza, con alcuni interventi si arriva all’80 per cento. Il diabete migliora nel 90 per cento dei casi, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il reflusso gastroesofageo traggono vantaggio in oltre 7 casi su 10; ci sono effetti positivi sulle apnee notturne, sull’incontinenza da stress nelle donne, sulle patologie articolari; la probabilità di tumore si riduce di quattro volte, di cinque quella di malattie cardiovascolari. La vita media di un obeso operato si allunga di circa sei anni e migliora in qualità: tutti i pazienti raccontano di sentirsi meglio, di essere tornati alla vita di relazione, di non avere più i tanti intoppi che rovinavano le loro giornate, dalla difficoltà ad allacciarsi le scarpe al fiatone salendo pochi gradini».

L’obesità è una patologia cronica

Inoltre, sebbene la chirurgia venga proposta quando non ha funzionato tutto il resto, c’è ormai relativa certezza che il bisturi sia l’unica strada realmente efficace per mantenere la perdita di peso nel lungo periodo. Per capire che la sala operatoria può e deve essere un’opzione servirebbe comprendere che l’obesità è davvero una malattia: il 21 maggio scorso, in occasione della Giornata Europea dell’Obesità, tutti gli esperti hanno ribadito la necessità di definirla una patologia cronica. «L’obeso non è un simpatico ciccione che mangia troppo, ma una persona con un serio problema di salute – dice Di Lorenzo -. Sono considerate malattie le tante conseguenze dell’obesità, dal diabete all’artrosi, e non l’obesità in sé: un paradosso che contribuisce a ridurre l’accesso alla chirurgia e aumenta il senso di colpa del paziente, che spesso pensa di non essere capace di dimagrire o di essere “sbagliato”. Non è così, l’obesità è una patologia e come tale va trattata con tutte le armi che abbiamo».

La difficile strada dei farmaci

Ma c’è qualche farmaco efficace come l’intervento? «Tutti noi vorremmo poter curare l’obesità con una pillola, ma non è così semplice – risponde Paolo Sbraccia, presidente SIO -. Fino a oggi abbiamo avuto a disposizione solo orlistat, farmaco che può ridurre in parte l’assorbimento dei grassi, ma ha un’efficacia piuttosto marginale al controllo del peso». Non è miracoloso, inoltre tutte le pillole anti-grasso vengono guardate sempre con un po’ di sospetto dopo il ritiro dal mercato di sibutramina nel 2010 a causa degli effetti collaterali cardiovascolari. «Di recente è arrivato però un nuovo prodotto innovativo, che agisce a livello centrale sui meccanismi di fame e sazietà», informa Sbraccia. Stando ai dati raccolti finora può aiutare a perdere in media l’8 per cento del peso in un anno, in alcuni casi fino al 15 per cento.

Elena Meli

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