Il mondo è troppo ricco per il capitalismo

0
47

di Massimo Maggini

Riproponiamo qui un testo scritto dal gruppo Krisis nel novembre 2008, poco tempo dopo l’emergere della crisi economica mondiale, deflagrata a causa dello scoppio della bolla immobiliare statunitense provocato dalla diffusa insolvenza legata ai famosi mutui subprime (ma l’innesco avrebbe potuto darlo un qualsiasi altro fattore economico pericolante, fra i molti presenti già allora – e più ancora adesso -, nel fragile panorama economico mondiale).

Crediamo che il messaggio di questo articolo, breve e sintetico ma quanto mai denso ed efficace, meriti di essere ancora una volta fatto circolare.1

In maniera concisa e tagliente, il gruppo Krisis mette qui in evidenza alcuni punti critici della crisi economica ma, soprattutto, delle risposte che ad essa vengono date. La ricerca spasmodica di un responsabile, epurato il quale si aprirebbero nuovi orizzonti per far tornare le cose al loro posto e riprendere il glorioso cammino tracciato dalla filosofia dei lumi, ha sempre caratterizzato le reazioni alle crisi capitalistiche. A maggior ragione caratterizza anche la presente, che il gruppo Krisis considera essere quella finale e fondamentale del sistema del capitale. Secondo il punto di vista dal quale si interpreta la cosa, i “responsabili” vengono identificati coi migranti o con gli ebrei, con la finanza avida e insensibile o con i pigri abitanti delle regioni calde, con le banche tenute in vita artificialmente o con popolazioni “spendaccione” e viziate da un consumo indotto che avrebbero vissuto sopra le loro possibilità, con politici corrotti o con scelte economiche e aziendali errate e via di seguito. Dall’altro lato della medaglia, alla ricerca in questo caso di chi possa “salvarci”, troviamo invece la richiesta ossessiva di politici onesti capaci di imporre politiche sociali di redistribuzione della ricchezza, di capitalisti rispettosi che agiscano in modo trasparente e corretto, di proletari ribelli che impongano la riconsegna del maltolto, di lavoratori responsabili che compiano il loro dovere e non si tirino indietro di fronte alle chiamate della produzione, etc. Per la maggior parte degli attori in causa, insomma, le cause della peggior crisi capitalistica mai conosciuta si troverebbero nelle responsabilità soggettive di qualche gruppo sociale particolarmente maligno, così come le risposte andrebbero cercate in qualche soggetto-guida “salvatore”, capace di scalzare e sostituire quello ritenuto responsabile del dramma in corso.

Le cose, purtroppo, non sono così semplici: magari fosse sufficiente, per esempio, mettere una crocetta sul simbolo giusto, e aspettare che il “buono” di turno si occupi di rimettere tutto a posto e prendersi cura del nostro benessere, oppure attendere un qualche “giustiziere” che metta finalmente in riga, anche con la forza, i padroni parassiti e li costringa a rispettare le regole del “gioco”. Queste fole da paese dei balocchi continuano, per assurdo, ad avere una certa credibilità sociale, e ciò appare sconcertante, in special modo nell’attuale momento storico dove gli eventi stanno prendendo una piega decisamente inquietante. La risposta “soggettiva” alla crisi, sia essa in funzione di scoprirne le cause come di cercarne i rimedi, fallisce in un aspetto essenziale: non critica veramente il sistema che ha generato questo sfacelo. Essa cerca piuttosto di aggiustarne i meccanismi e renderlo nuovamente in grado di proseguire la propria marcia, come se questi suoi “sbandamenti” dipendessero solo da incidenti di percorso, e non piuttosto da una contraddizione molto più radicale e pericolosa, che lo attraversa sin dall’origine.

In questo senso, il gruppo Krisis, e più in generale il movimento teorico della “critica del valore”, percorre tutt’altra strada per interpretare la crisi e cercare risposte adeguate alla sua pericolosità: la crisi non è causata da qualche “cattivo”, ma trae origine da un meccanismo intrinseco al capitalismo stesso, da una contraddizione ineliminabile che lo conduce direttamente alla catastrofe – e noi con esso. Se in passato le crisi erano recuperabili con l’ampliamento dei mercati, questo adesso non è più possibile. La competizione e l’evoluzione tecnologica, quest’ultima in gran parte determinata da quella, hanno portato ad una produttività, fondata sulla microelettronica, impensabile e inimmaginabile solo fino a pochi decenni fa: una super-produttività capace, impiegando scarse quantità di lavoro umano produttivo, di dar vita a immense quantità di merci che inondano letteralmente il mondo e i mercati in attesa di essere valorizzate, cioè scambiate con denaro e così chiudere il cerchio della valorizzazione, dal quale poi trarre il surplus necessario ad avviare un medesimo poco virtuoso circolo di accumulazione. Il livello raggiunto, tuttavia, esonda a fronte di una insufficiente capacità di assorbimento di queste stesse merci da parte del corpo sociale, ora per lo più superfluo rispetto alla ridotta domanda di forza-lavoro da parte delle imprese. Il fatto che nei paesi “periferici” del mondo il numero dei lavoratori sia invece esorbitante non depone a sfavore di questa tesi: quello che conta non è la mera quantità di forza-lavoro messa all’opera, ma la sua produttività, che si misura su una scala sociale. Per fare un esempio, se un operaio specializzato tedesco, manovrando un congegno ad alta tecnologia, riesce a produrre una qualche merce in un tempo molto breve, e 100 operai indonesiani fanno altrettanto nello stesso tempo (oppure uno solo ci mette una settimana), la merce sarà venduta sul mercato al prezzo valutato in base alla produttività dell’operaio tedesco, non quella degli operai indonesiani, che dovranno (nel migliore dei casi) dividersi per 100 il salario che l’operaio tedesco si prende da solo – tutto questo ragionando in astratto, e solo per fare un esempio: i salari e le condizioni dei lavoratori dei vari paesi non sono certo determinati solo da astratti calcoli sui livelli di produttività, anche se questi hanno un ruolo determinante. Per il capitale sarebbe meglio, ovviamente, una soluzione che vedesse un operaio con la produttività tedesca pagato con un salario indonesiano, e indubbiamente questa è la soluzione più cercata e più amata dagli imprenditori oggi, e la tendenza verso la quale si sta avviando il capitale. Una tendenza, tuttavia, assolutamente suicida, visto che riduce ai minimi termini la massa di consumo solvibile, così aggravando la crisi della redditività aziendale e rendendo impossibile qualsiasi crescita o, detto in un altro linguaggio, qualsiasi accumulazione di denaro reinvestibile in un nuovo ciclo redditizio nella misura in cui i capitali si congestionano e non trovano sbocchi per la creazione di nuovo valore.



La situazione che si viene a generare nella III rivoluzione industriale, quella guidata dalla microelettronica, è pertanto questa: un flusso enorme di merci gettato sul mercato, flusso che non trova la valorizzazione sufficiente a riprodursi, e una massa enorme e crescente di persone insolvibili (come ha dimostrato efficacemente appunto la crisi dei subprime) e, tutto sommato, “superflue”, le quali rappresentano in misura sempre maggiore più un problema che una “risorsa” per il sistema – sempre che essere una “risorsa” sia una qualità di cui un essere umano possa andare orgoglioso. Da qui la crisi di redditività della cosiddetta “economia reale” e la necessità, per la produzione, del supporto finanziario, presente da sempre nel capitalismo ma che ora diventa preponderante e si sostituisce letteralmente alla mancata redditività della produzione stessa; supporto che, lungi dall’essere la causa di tanti problemi, rappresenta dunque un tentativo, precario e insufficiente, di risolverli, o quantomeno di procrastinarli. Senza di esso, il “flusso” dovrebbe interrompersi (e comunque lo fa lo stesso, e sempre più spesso) causando disastri immani e portando sul lastrico interi territori.

Aspettarsi quindi che sia un qualche speciale “Soggetto”, che nasce e sopravvive proprio grazie a questo sistema, a fare “giustizia” e sistemare le cose è, purtroppo, una bella speranza, e niente più. In particolare pensare che lo possa essere l’“operaio” o, più in generale, il “lavoratore”, è veramente una utopia nefasta, che contribuisce in modo pesante a rafforzare l’impasse nel quale ogni pensiero o movimento, che vorrebbe essere di emancipazione, si imbatte e si arresta oggi.

Considerare come una sorta di “errore di valutazione” la ricerca di responsabilità soggettive non significa che non vi siano comunque responsabili né, soprattutto, non vi sia chi ha da guadagnare dallo status quo, e che questi non rappresentino un problema. Quanto detto sinora non deve essere inteso come un alibi per nessuno. I padroni ci sono, e sono determinati – quali siano i motivi, più o meno oggettivi – a sfruttare i lavoratori e a sbarazzarsene, sostituendoli con macchine, qualora ne intravedano la necessità e la convenienza, e a maggior ragione i lavoratori hanno diritto, forse sarebbe più corretto dire il dovere, di lottare con altrettanta determinazione per la rivendicazione dei propri diritti, per un salario dignitoso che permetta loro e alle loro famiglie di vivere bene, per orari e ritmi di lavoro umani e quant’altro. Ma questa “dialettica” non porta al superamento del sistema, anzi spesso serve ad aggiustarlo, come è successo più e più volte in passato.

Il “nemico”, inoltre, non è più così chiaramente individuabile come si poteva credere una volta. Spesso, come diceva una vecchia canzone, cammina “nelle tue stesse scarpe”, e non è certo una sorpresa trovare oggi sul “fronte opposto” soggetti che, per forzature teoriche, dovrebbero trovarsi a combattere per la liberazione dal sistema del capitale. Uno per tutti, proprio i lavoratori. Davanti agli aut-aut di fronte ai quali il sistema sempre più spesso ci mette, è facile che gli operai o i “lavoratori”, o i cittadini o “maschere di carattere” simili prendano, con decisione e apertamente, posizioni reazionarie e conservatrici, schierandosi a favore della sopravvivenza del sistema stesso – che pure li affossa e li opprime – contro coloro che lo metterebbero in crisi o in pericolo, siano essi migranti o “contestatori radicali” o che altro. La sinistra storica, in questo senso, non fa eccezione, e forse più di chiunque altro si adopera, oggi, per salvarlo – in ciò coerente, di fatto, con la propria missione “dialetticamente civilizzatrice”.

Il discrimine, per quanto riguarda la liberazione dalla gabbia capitalistica, non può più essere il mero interesse materiale contingente, tantomeno il ceto sociale, almeno non ci sono solo questi criteri, e non sono nemmeno i più importanti, nonostante la miseria devastante che cresce e si impone ovunque e a tutti i livelli. Più importante, piuttosto, è la scelta e il desiderio, potremmo dire il “bisogno”, di non partecipare più, di “esodare” dal sistema e di combattere per la propria vita, per la propria felicità.2 Spesso chi ragiona solo per “interesse” più facilmente lo si trova a combattere per il mantenimento dello status vigente, per esempio per mantenere il proprio misero posto di lavoro, a condizioni sempre peggiori, infischiandosene di danni ecologici (come a suo tempo l’esempio delle proteste dei lavoratori dell’ILVA ha chiaramente dimostrato), della nocività di ciò che viene prodotto (armi, auto…), se questo provoca la perdita del lavoro, o ne aggrava le condizioni, a qualcun altro in qualche altra parte del mondo oppure, più semplicemente, se questo lo costringe ad una vita umiliata, alienata ed inumana.



Gli “operai”, i “lavoratori” o chi per loro possono, tutt’al più – peraltro, come già detto, ben legittimamente – combattere per una migliore e più giusta gestione del sistema stesso, per un miglior reddito e per più diritti, ma certo non per la dissoluzione del terreno su cui poggiano. Possono lottare per il lavoro, non contro il lavoro; per un maggior salario, non contro il lavoro salariato; per più diritti, non contro la soffocante dialettica “diritti-doveri” propria della società capitalistica. La dissoluzione della forma capitalistica di società significherebbe anche la fine della loro figura storica – come peraltro lo stesso Marx auspicava. Queste figure specifiche interne al meccanismo capitalistico non possono essere individuate come naturali “portatrici” di istanze di trasformazione radicali. La mitica “contraddizione” fra lavoro e capitale è tale più sulla carta che nei fatti, e rappresenta soprattutto un dissidio contingente di interessi, legittimissimo ma non veramente nocivo al sistema, che anzi se ne è spesso nutrito. Le lotte, operaie e non solo, possono tuttavia rappresentare un tassello importante per la dissoluzione del sistema, purché rientrino consapevolmente in un progetto di uscita dal capitalismo di cui, purtroppo, ancora non si vede traccia.

La domanda, dunque, adesso è: questo “scontro”, interno al sistema del capitale, è ancora all’ordine del giorno, ferma restandone l’importanza? Oggi, nella crisi profonda del capitale, non sarebbe forse giunto il momento di cominciare a lavorare seriamente al superamento di questo folle sistema criminale ed omicida?

Ma senza un “soggetto” rivoluzionario per eccellenza, adibito a questo scopo, chi dovrebbe farla, si potrebbe obiettare, questa benedetta rivoluzione? Si rischia di perdere, dirà subito qualcuno, la “prospettiva di classe” e, senza di quella, si fa solo un minestrone post-moderno dove siamo tutti uguali e non c’è più spazio per alcuna vera lotta, ma solo per un generico “volemose bene” o “male” caratterizzato da proteste effimere e senza fondamento.3

Si può rispondere che questo non è necessariamente vero: è più vero piuttosto il contrario, ovvero che con la prospettiva del superamento del capitalismo, e non meramente di una qualche situazione contingente, si generano due fronti più chiari e determinati, che si scontrano anche con estrema decisione. Come la critica del “concetto di classe” non significa che non vi siano classi, così la critica della “lotta di classe” non significa fine dello scontro, al contrario significa con ogni probabilità il suo inizio.4

Tuttavia la domanda sul “soggetto”, indubbiamente, si ripropone: chi allora dovrebbe promuovere la necessaria “trasformazione radicale” sociale? La risposta, come già accennato, potrebbe essere: chiunque subisca le ingiurie di questo sistema sanguinario e assurdo, insopportabile e insostenibile ai più. Non più la classe sociale, ma un “soggetto” (se ancora si può parlare in questi termini) collettivo che non possa né voglia più tollerare questo affronto alla vita che è il capitalismo, che non sia più disposto ad accettare il fatto che la vita debba esistere sotto sequestro, strangolata dalla logica della redditività aziendale. Un “soggetto” che si senta, e sia, “esterno” a tutto questo (anche perché, purtroppo, di fatto “espulso” dal ciclo capitalistico), che sia capace di progettare una sorta di “esodo” attivo, che non va pensato come una “fuga”, ma piuttosto come un “sabotaggio” consapevole, una non-partecipazione alle regole del comando capitalistico, un rifiuto di finire, nel migliore dei casi, in qualche “riserva indiana” dove vengano alloggiati gli “esclusi” e gli “inutili”.5 Per riprendere una intuizione teorica di qualche anno, fa, un “soggetto” che sappia e voglia avere uno “sguardo strabico”, ovvero un occhio puntato sulla contingenza e sulle lotte, e l’altro sulle pratiche di vita liberata, sull’uscita, già qui ed ora, dalle gabbie – fisiche, psicologiche, morali, materiali – entro le quali il capitalismo, soprattutto quello in crisi, vuole e deve rinchiudere i suoi “sudditi”. Un “soggetto” che sappia anche unire lotte e rivendicazioni “locali” ad un respiro trans-nazionale. Un soggetto, infine, che non abbia timore a infrangere il “tabù della pianificazione”.6

Troppo generico? Troppo “debole”, una definizione del genere, da un punto di vista sociologico? Forse, ma individuare il “soggetto” eletto per la rivoluzione nell’operaio, nel lavoratore, nel precario, ma anche nell’indigeno “rebelde”, la donna oppressa, il migrante sfruttato, l’omosessuale privato di riconoscimento sociale, l’ecologista indignato o chi altro, non è altrettanto “sociologicamente” fragile? Perché questi soggetti dovrebbero voler fare la rivoluzione? Se l’operaio conquista una paga migliore e più ferie, magari anche un ambiente di lavoro sano e un orario e ritmi sopportabili, perché dovrebbe voler sovvertire il sistema? Se il precario ottiene un lavoro stabile, anche a condizioni peggiori dell’operaio di cui sopra, e magari gli viene garantito uno sbocco pensionistico decente, perché dovrebbe affannarsi per la rivoluzione? Se l’indigeno conquista il proprio spazio e il rispetto delle tradizioni, e magari un’economia di sussistenza che gli permette di tirare avanti decentemente, perché dovrebbe voler capovolgere il mondo? Se la donna riesce ad ottenere, come è giusto che sia, un ruolo più rilevante nella società e maggiori soddisfazioni nel lavoro o nel reddito, perché dovrebbe voler trasformare ogni cosa? Se al migrante vengono dati lavoro diritti o che altro, perché metter sotto sopra l’esistente? Se l’omosessualità viene “normalizzata”, perché sconvolgere il mondo? Se l’ecologista riesce a rendere “green” l’economia, perché rovesciare il sistema? Perché dovrebbero, loro specificamente o chi per loro, essere la guida e il motore della trasformazione radicale in funzione dell’uscita dal folle sistema del capitale? Una volta avuto il suo, anche con lotte aspre e determinate, l’”indigeno” tornerà alla sua vita dura ma si presume felice, magari con un occhio sognante verso i conforts del ricco occidente, così come l’“operaio” sarà più che soddisfatto, e non starà troppo in pena, se non come momentanea reazione alle news delle ore dei pasti o alla lettura del giornale al bar, se altri “proletari” nel resto del mondo vivono la catastrofe – anche se, in verità, la catastrofe oggi è disponibile per tutti, e la lotta fra poveri è l’unica lotta che il capitale approva – e via di seguito. Il rischio, molto consistente in questi casi, è quello di cambiare tutto… per non cambiare niente, per riprendere una felice espressione letteraria. Il potere tende a recuperare e assorbire con una certa facilità rivendicazioni “zoppe” e parziali come quelle elencate sopra, che non sono anticapitalistiche in sé, tanto anzi da rappresentare spesso ghiotte occasioni per far partire nuovi cicli di valorizzazione – comunque oggi, ripetiamolo, sempre più difficili e assai improbabili. Molti, in fondo, spesso non chiedono che … di essere sfruttati “ragionevolmente”. Ma si illudono anche su questo, perché del capitale tutto si può dire, fuorché che sia “ragionevole”.

Ma tutte queste considerazioni sono, con ogni probabilità, mere questioni retoriche, e la crisi del capitale sta già facendo chiarezza su di esse, anche per gli sguardi più miopi. Le possibilità di ”aggiustare” il sistema, o solo “costringerlo” a comportarsi bene, si assottigliano di giorno in giorno, e prende forma invece una sorta di “condizione emergenziale” permanente, caratterizzata da un (tentativo di) controllo totale, tale da far impallidire il 1984 orwelliano. Sembra più realistico, a questo punto, un progetto di sovversione radicale del sistema che non una affannosa e affaticante ricerca di “riforme”, anche volute e gestite “dal basso” – come si usa dire ora. E, riconosciamolo una volta per tutte: le “conquiste” di diritti riconoscimenti tempo spazio vita non sono veramente possibili nel capitalismo, che se va bene le userà e le recupererà sempre per i suoi fini. La vera conquista dell’umanità sarà uscire dal capitalismo.

Si tratta, dunque, di avere il coraggio di affrontare il problema alla radice, prendere il toro per le corna e puntare il dito contro i capisaldi del sistema, cioè il lavoro astratto, il denaro, lo Stato e il mercato, in una parola contro l’impero del “valore” ed i suoi epifenomeni. Queste affermazioni, che possono sembrare solo dichiarazioni d’intento, indicano invece il centro del problema, e alludono verso la necessità di cominciare ad operare in quella direzione.

Detto per inciso, schierarsi conto il lavoro astratto non significa vagheggiare una società di “nullafacenti” dove, per esempio, le macchine dovrebbero lavorare al posto delle persone; tantomeno promuovere l’abolizione del denaro o del mercato significa che non siano più possibili scambi e circolazione, anche molto articolati, di beni e conoscenze; ugualmente, lottare contro lo Stato rinunciare a qualsiasi organizzazione complessa della società. Esattamente al contrario, pronunciarsi contro tutto questo significa aprire spazi per un lavoro sensato che produca, contrariamente a quanto avviene oggi, per fini sensati con metodi sensati; per una organizzazione sociale consapevole e non anonima e aliena; per uno scambio condiviso e solidale non diretto da un astratto mercato indifferente ai bisogni e alle reali esigenze degli esseri umani.

Negare che tutto questo sia possibile, significa rinunciare a-priori alla possibilità di un auto-governo solidale e conviviale da parte degli esseri umani, e quindi condannare il genere umano ad una eterna “minorità” e alla necessità di una guida forte e autoritaria – che però, si sa per esperienza, non funziona mai né bene né a lungo, almeno se la storia può ancora insegnarci qualcosa. Significa anche arrenderci di fronte al ritornello per il quale quello attuale sarebbe l’unico mondo possibile, che si dovrebbe poter solo riformare, non trasformare. E questa sarebbe forse una delle vittorie più importanti del potere: averci tolto la capacità di immaginare e progettare un mondo radicalmente diverso da quello organizzato secondo le direttive del capitale, il quale si autoelegge come unica alternativa, per quanto bruttina possa essere, ad un presunto “caos”. Ritrovare tale capacità diventa essenziale per riaprire un ciclo di lotte che vadano veramente a fondo nel rovesciamento del sistema.

Dopo tutto, per riprendere una elegante e acuta provocazione proprio dal testo che presentiamo, “il mondo è troppo ricco per il capitalismo”. Ma non solo, e forse neanche soprattutto, in senso materiale e per la sua capacità produttiva. Più nel senso, per riprendere un’altra provocazione, dell’“abbondanza frugale” di cui parla Serge Latouche – un autore spesso bistrattato oltre i suoi demeriti, e non riconosciuto nei suoi meriti, ma con intuizioni di cui credo dovremmo tener conto per un progetto di uscita dal capitalismo: “abbondanza” di beni necessari alla vita, sia essa in comune o meno, beni che vanno intesi sia in senso materiale che “spirituale” (e “spirituale” qui va inteso anche come sinonimo di “sensuale”) – il “pane e le rose”, per usare uno slogan conosciuto -; “frugalità” rispetto all’assurdo e insano consumo, spesso se non quasi sempre indotto, proprio della società del capitale, i cui bisogni provocati ad hoc da un abile arte del management poco hanno a che fare con una vita felice e veramente ricca.7 Questa “uscita”, comunque, non si darà da sola, se non nei termini di una catastrofe planetaria, di cui già ora stiamo verificando la consistenza. Si darà, nel senso che proponiamo e auspichiamo, solo se si aprirà una battaglia, a livello internazionale, che però investa concretamente anche l’ambito locale e il quotidiano di ognuno, per un rovesciamento consapevole e determinato che scardini il sistema del capitale nei suoi principi fondanti. Un passaggio di estrema difficoltà, ma non più rimandabile. Se, come e quando si darà, non siamo in grado di dirlo adesso. Una cosa possiamo però dire con certezza, riprendendo le intramontabili parole di un vecchio saggio: non sarà un pranzo di gala. Ma, aggiungiamo: potrebbe anche essere molto divertente.


Note
1. La traduzione italiana avvenne poco dopo l’uscita dell’originale tedesco e fu pubblicata sul sito del gruppo Krisis a questa pagina: http://www.krisis.org/2008/crashkurs-appunti-sulla-crisi-finanziaria/. Quella che ripubblichiamo adesso è leggermente ritoccata.
2. Nel senso per esempio in cui ha provato a parlarne questo interessante convegno: http://effimera.org/sovvertire-linfelicita-subverting-unhappiness/
3. È quanto sostengono, per esempio, con una lettura tanto sbrigativa quanto superficiale, quelli del “Lato Cattivo”:http://illatocattivo.blogspot.it/2014/01/a-proposito-di-critica-del-valore-una.html
4. Nel senso del bell’articolo di Ernst Lohoff, http://www.krisis.org/1991/la-fine-del-proletariato-come-inizio-della-rivoluzione/, tradotto da Anselm Jappe.
5. Anche se indubbiamente per il capitale sarebbe oggi più semplice e conveniente passare all’eliminazione diretta, ma visto che il ritorno ai campi di concentramento al momento non è ancora abbastanza politically correct, sta comunque già praticando almeno quella indiretta, nel senso, per esempio, del “per favore, potreste morire prima?” predicato neanche tanto velatamente da Christine Lagarde e dalla sua cricca ==> http://contropiano.org/news/news-economia/2016/04/13/la-ricetta-del-fmi-la-crisi-dovete-morire-077817.
6. Nel senso in cui ne parla Robert Kurz; vedi http://francosenia.blogspot.it/2015/10/il-tabu-della-pianificazione.html.
7. Nel senso in cui ne parla, ad esempio, la redazione di Streifzüge ==> http://www.streifzuege.org/2014/ci-che-ti-distrugge-non-va-riparato.

* * * * * * * *

Crashkurs — appunti sulla crisi finanziaria

Una nuova “leggenda della pugnalata alle spalle” 1 sta facendo il giro del mondo: la “nostra economia” sarebbe caduta vittima della sconfinata avidità di un pugno di banchieri e speculatori. Ingozzati dalla conveniente moneta della Banca Centrale degli USA (la Federal Reserve) e coperti da politici irresponsabili, costoro avrebbero portato il mondo alle soglie dell’abisso, mentre gli “onesti” verrebbero una volta di più presi per il naso.

Niente è oggettivamente più falso e ideologicamente più pericoloso di questa diffusa rappresentazione, che passa attraverso tutti i canali dell’opinione pubblica. Le cose stanno esattamente al contrario. Il mostruoso rigonfiamento dei mercati finanziari non è la causa della miseria, bensì è esso stesso un tentativo di contrastare la crisi fondamentale con la quale la società capitalistica lotta già dagli anni ‘70. In quel periodo giunse a termine, con ilboom economico successivo alla seconda guerra mondiale, un lungo periodo di crescita dell’economia reale, reso possibile dalla generalizzazione del modo di produzione industriale e dal suo ampliamento verso nuovi settori come la produzione dell’automobile. Per la produzione di massa degli anni ‘50 e ‘60 erano necessarie grosse quantità di forza lavoro, che da essa traevano il proprio salario, che a sua volta permetteva loro di fruire della massa delle merci. Da allora l’ampia e diffusa razionalizzazione dei settori chiave della produzione per il mercato mondiale, che ha sempre più sostituito la forza lavoro con processi automatizzati, ha distrutto questo meccanismo e con esso i presupposti per un boom economico sorretto dall’economia reale. La crisi capitalistica classica è stata soppiantata dalla fondamentale crisi del lavoro.

Forza lavoro svalorizzata=umanità “superflua”

È un risultato tipico delle folli contraddizioni del modo di produzione capitalistico il fatto che l’enorme aumento di produttività ottenuto grazie alla “rivoluzione microelettronica” non renda possibile un buon livello di vita per tutti. Al contrario: il lavoro viene compresso, i ritmi di lavoro accelerati e i salari ridotti. Dappertutto nel mondo sempre più persone devono vendersi alle peggiori condizioni poiché la loro forza-lavoro è sempre più deprezzata in relazione al livello di produttività vigente.

Alle contraddizioni del capitalismo appartiene però anche che esso mina i propri fondamenti, poiché una società, che si basa sullo sfruttamento della forza-lavoro umana, incontra i propri limiti strutturali quando rende superflua in misura sempre maggiore questa stessa forza-lavoro. La dinamica dell’economia mondiale è tenuta in corsa, oramai da più di 30 anni, solo da una sempre crescente bolla speculativa e creditizia (“capitale fittizio”). Il capitale ha iniziato a rivolgersi verso i mercati finanziari perché l’economia reale non offriva più alcuna soddisfacente possibilità di investimento. Gli stati si sono indebitati per sanare i bilanci e sempre più persone hanno iniziato a finanziare i loro consumi direttamente o indirettamente con il credito. In questo modo la sfera finanziaria è divenuta l’”industria di base” del mercato mondiale e il motore della crescita capitalistica. La tanto decantata economia reale non è dunque stata “schiacciata” dalla sfera finanziaria; al contrario, essa ha potuto rifiorire solo come sua appendice. Il “miracolo economico cinese” e la “Germania campione mondiale dell’export” degli ultimi decenni non avrebbero potuto esistere senza questo gigantesco circuito di indebitamento globale, con gli USA a giocare un ruolo centrale.

Stato di emergenza e stagflazione

Questo continuo procrastinare la crisi ha raggiunto i suoi limiti. Non c’è comunque da esserne troppo felici. Gli effetti saranno drammatici, poiché l’insieme di crisi e svalorizzazione accumulatosi negli ultimi trenta anni si scarica adesso con estrema violenza. La politica può al massimo influire sui ritmi e sul corso di questo processo, tuttavia non può fermarlo. Le miliardarie “manovre anti-crisi” possono fallire, e la crisi rovinerebbe sulla cosiddetta “economia reale” con conseguenze catastrofiche, oppure possono riuscire a “tenere” ancora una volta, causando però un esorbitante aumento del debito pubblico che porterà ad un nuovo gigantesco collasso finanziario in un prossimo futuro. Il ritorno della “stagflazione” – inflazione galoppante combinata ad una contemporanea recessione – è già in corso, ad un livello più alto di quello degli anni ’70.

Negli ultimi decenni i salari sono stati fortemente compressi, le condizioni di lavoro precarizzate e gran parte del settore pubblico privatizzata, tanto che una parte enormemente più grande del previsto di persone, e in quantità sempre più crescente, è diventata semplicemente superflua. Il tanto reclamato “ruolo rinnovato dello Stato” non ha la minima chance di ricreare un nuovo “welfare” stile anni ’60-’70, con la piena occupazione e un crescente benessere collettivo. Al contrario, servirà solo ad organizzare ed amministrare l’esclusione sociale, razziale e nazionalistica. Il ritorno della “politica regolativa” e del “capitalismo di Stato” è concepibile solo nella forma di uno Stato di emergenza repressivo e autoritario.

Il mondo è troppo ricco per il capitalismo

L’attuale crisi dei mercati finanziari segna un punto di non-ritorno nell’epoca del capitale fittizio e con ciò la crisi fondamentale del capitalismo, visibile sin dagli anni ’70, raggiunge un nuovo livello. Questa crisi non è quella di uno specifico “sistema anglo-sassone” del “neo-liberismo”, come viene talvolta affermato a seguito di mobilitazioni mosse da un sentimento anti-americano con venature anti-semitiche. Piuttosto ciò che si mostra adesso è che il mondo è troppo ricco per il miserabile modo di produzione capitalistico, che la società è destinata a frantumarsi, inselvatichirsi ed essere ridotta alla mercé della miseria, della violenza e dell’irrazionalità se non riesce ad oltrepassarlo una volta per tutte.

Il problema non sono gli “speculatori” o i mercati finanziari, bensì l’assurdità di un sistema sociale che produce ricchezza solo come prodotto di scarto della valorizzazione del capitale, sia essa reale o fittizia. Il ritorno ad un capitalismo solo apparentemente stabile, fondato sull’impiego di enormi masse di lavoratori, non è più possibile né auspicabile.

Ogni sacrificio, che ci venga richiesto per mantenere in vita la (auto)distruttiva dinamica di questo folle modo di produzione e di vita, è uno sberleffo alla dignitosa esistenza che già da lungo tempo sarebbe possibile vivere in una società emancipata dalla produzione delle merci, dal denaro e dallo Stato. La crisi mette in questione l’intero sistema. Sta a noi, adesso, trovare la risposta.

Gruppo Krisis

10/11/08


Note
1. cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Dolchstosslegende
Commenta su Facebook

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here