“Siamo costretti a vivere in condizioni molto difficili, dipendendo dagli aiuti umanitari. Ma la privazione più grande è quella della nostra libertà: libertà di vivere nella nostra terra e di scegliere il nostro destino. Scopo fondamentale della nostra lotta è la riconquista di questa libertà”. Con queste parole, in un’intervista rilasciata al mensile della Caritas nell’aprile 2010, Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica araba saharawi democratica (RASD) dal 27 febbraio 1976, il giorno successivo al ritiro della Spagna dai territori del Sahara Occidentale, riassumeva la situazione dei saharawi.

Mohamed Abdelaziz, leader storico del Fronte Polisario e presidente dello stato che non c’è, è morto il 31 maggio scorso, dopo una lunga malattia. Ma soprattutto dopo aver combattuto tutta la vita per i diritti del popolo saharawi. Un popolo senza terra, occupata dal Marocco, che ora vive quasi esclusivamente nei campi profughi nel sud dell’Algeria.

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“Questa è una grande perdita per il nostro popolo. Ha sacrificato la sua vita per la liberazione del Sahara occidentale. Ha incarnato la saggezza e l’impegno sincero e fermo per la sua liberazione”, ha spiegato Mohammed Keddad, ufficiale del Fronte. Ora, Khatri Abdouh, capo del Consiglio nazionale saharawi e assistente di lunga data di Abdelaziz, è stato nominato ad interim il nuovo presidente.

La nascita del Fronte e il referendum che non arriva

La questione del Sahara occidentale è molto delicata e affonda le sue radici negli anni Cinquanta del secolo scorso, in epoca coloniale, quando la Spagna si ritaglia un suo piccolo dominio tra Marocco e Mauritania. Nel 1973 è nato il Fronte Polisario (Fronte di Liberazione Popolare di Saguia el Hamra e del Río de Oro), con l’obiettivo dichiarato di ottenere l’indipendenza. Il 6 novembre del 1975, quando il governo di Madrid annuncia al Segretario generale dell’ONU l’intenzione di voler indire un referendum per l’indipendenza dei saharawi, il Marocco non rimane a guardare e organizza la “marcia verde”. Tra i 350 mila marocchini, armati di Corano e bandiere verdi, che marciano sul Sahara occidentale, ci sono anche 25 mila soldati.

Il 26 febbraio del 1976 la Spagna si ritira definitivamente dalla sua colonia e lascia il territorio a Marocco e Mauritania. Il giorno successivo, il Fronte Polisario proclama l’indipendenza con la nascita della Repubblica araba saharawi democratica (RASD) e i miliziani intensificano la guerriglia. Il 5 agosto 1979 la Mauritania firma la pace con i saharawi. L’anno successivo, invece, il Marocco inizia l’innalzamento del primo di un insieme di otto muri con fortificazioni militari e campi minati, con l’obiettivo di arginare le incursioni armate del Fronte.

Nel 1990 il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 690 che stabiliva una “Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale” (MINURSO), fissando la consultazione referendaria per il febbraio del 1992. Nel 1991, dopo quindici anni di scontri, il Marocco e il Fronte Polisario firmano il “cessate il fuoco”. Ma la situazione non cambia e il referendum non arriva.

Nel 2003, l’ex segretario di Stato americano James Baker, nominato rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il Sahara occidentale, ci riprova e propone un piano da attuarsi in due fasi. La prima prevedeva una sorta di “autonomia rinforzata” dei saharawi sotto l’autorità statale marocchina e la seconda, dopo quattro anni e “non oltre i cinque anni”, l’indizione di un referendum. Ma anche il “piano Baker”, soprattutto complice l’irremovibilità del governo marocchino, fallisce. E la situazione rimane in stallo.

Gli interessi economici di Rabat

Se è vero che il Marocco rivendica l’appartenenza del Sahara Occidentale rifacendosi a vicende storiche molto antiche, considerandolo geograficamente come il sud naturale del Paese e storicamente come un territorio del “Grande Maghreb”, i principali motivi sono legati agli interessi economici. Il Sahara Occidentale, infatti, è una terra molto ricca dirisorse naturali. Un territorio così ricco che nel 1974 la Banca mondiale lo ha inserito in cima alla lista dei Paesi del Maghreb in termini di abbondanza ittica e di riserve di fosfati.

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Stando ai dati rilasciati dall’Organizzazione mondiale del commercio, la gran fetta delle esportazione marocchine arrivano proprio  dai territori contesi. E non è un caso che nel 2006 l’Unione Europea ha siglato con Rabat un importante accordo in materia di pesca, includendo le preziose acquee dei territori dei saharawi.

I fosfati, utilizzati come detergenti, come fertilizzanti, nell’industria del cibo e per la produzione di alcuni tipi di carta, sono un’altra eccellente risorsa del territorio del Sahara Occidentale e oggetto del desiderio del governo marocchino. Grazie ad essa, infatti, il Marocco è il primo esportatore mondiale di fosfati e detiene i tre quarti delle riserve del mondo.

Intanto, ancora oggi, il Fronte Polisario, anche se ha abbandonato la lotta armata, continua a mantenere ed addestrare il proprio esercito. L’obiettivo è sempre lo stesso: riconquistare la libertà.

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