Nel cuore di tenebra dell’agricoltura indiana

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agricoltura indiana

«L’agricoltura è l’attività più salutare, più utile e più nobile per l’uomo» disse una volta George Washington. E tuttavia queste parole di saggezza non sono ancora filtrate abbastanza attraverso la complessa rete di politiche pubbliche, debiti e consumo di suolo che avvolge oggi il sistema agricolo indiano. Le statistiche colpiscono duro: oltre duecentocinquantamila agricoltori indiani si sono suicidati negli ultimi 21 anni.

L’India è innanzitutto un’economia agricola – con un 70% della popolazione che vive in aree rurali e il 60% della sua forza lavoro impegnata nel settore primario. Sebbene due terzi degli 1,3 miliardi di indiani traggano dalla cura della terra il loro sostentamento, il settore contribuisce solo per il 14% al Pil della nazione. Il “come” e il “perché” di questa contraddizione dovrebbe interessare tutti noi, non ultima Slow Food.

Facciamo un passo indietro e parliamo della struttura agricola nel Paese. In una vasta e poco coesa economia, gli agricoltori indiani dipendono dai prestiti (governativi) per l’acquisto di semi, pesticidi e vari altri input di produzione. I tassi d’interesse su questi prestiti sono di solito elevati e, molto spesso, i guadagni che ne derivano non superano i costi – lasciando molti coltivatori in balia dei debiti. L’altro problema che si trova ad affrontare quella larga parte di popolazione che dipende dalla terra è la disponibilità di suoli adatti. Negli ultimi tempi c’è stato un ampio dibattito sulle leggi che regolano la proprietà.

Dal 1951, la disponibilità pro capite di terreni è diminuita del 70%, passando dagli 0,5 ettari degli anni Cinquanta a 0,15 ettari nel 2011, e secondo varie fonti la quota è destinata a diminuire ulteriormente. È difficile utilizzare alcuni tipi di macchinari su piccoli appezzamenti e così la maggior parte degli imprenditori sono intrappolati in un vortice di debiti, a causa dei quali non possono permettersi i mezzi adeguati alle loro piccole fattorie. Questo influenza la qualità dei prodotti, contribuisce al ribasso dei prezzi e accresce il debito. Per vendere ciò che producono, gli agricoltori devono inoltre pagare le commissioni agli intermediari nei “mandis” (mercati di frutta e verdure), impoverendosi ancor più. Allo stesso tempo, a causa della mancanza di infrastrutture, delle condizioni stradali e degli eventi climatici in India, i tempi di trasporto sono lunghi e spesso frutta e verdura deperiscono prima di essere vendute.

Anche il governo gioca un ruolo nel determinare la condizione del lavoro agricolo. Il “prezzo minimo di supporto” fissato per legge spesso viene disatteso. Il crollo dei prezzi d’altro canto ha lasciato i contadini a corto di soldi – così come la “demonetizzazione” decisa a novembre del 2016, che ha annullato l’86% della valuta indiana in circolazione. Le amministrazioni acquistano molti prodotti agricoli che vengono poi rivenduti attraverso un sistema di distribuzione pubblica. Tuttavia, gli agricoltori lamentano che il processo richiede più di un mese e i tempi di pagamento sono perfino più dilatati. Questi sono solo alcuni dei contraccolpi che la demonetizzazione sta tuttora determinando sulla popolazione rurale.

Di norma, arrivati a giugno i contadini sperano di aver preparato a dovere i loro campi per la stagione dei monsoni, ma la mancanza di denaro ne ha lasciati molti privi di difese, con risorse appena sufficienti per la semina. In questa situazione, non è raro che si ricorra ad altri prestiti – perpetuando e consolidando il circolo vizioso dei debiti che ha condotto molti al suicidio. La più recente e pressante preoccupazione per l’agricoltura indiana riguarda i mutamenti causati dal cambiamento climatico. Il sistema dell’irrigazione nel subcontinente è segnato da corruzione e burocrazia, come testimoniano i progetti mai completati e i difetti dei meccanismi irrigui più poveri, che costringono molti coltivatori ad affidarsi perlopiù alle piogge. Eventi meterologici estremi e imprevedibili come le grandi ondate di siccità o, dall’altro lato della moneta, le inondazioni massicce, portano danni enormi al raccolto.

A causa di tutti questi drammi, gli agricoltori frustrati hanno di recente promosso proteste e scioperi in diverse parti dell’India, in particolare negli Stati di Maharashtra e Madya Pradesh, chiedendo deroghe sui prestiti e prezzi migliori per le materie prime. Gli scioperi hanno portato a una scarsità di frutta e verdura nei mercati dello Stato di Maharashtra, cosicché i prezzi al consumatore sono saliti alle stelle perfino per cipolle e pomodori, divenendo inaccessibili alla classe media. Le proteste sono sfociate in violenze dopo che cinque agricoltori del Madhya Pradesh sono stati uccisi dalla polizia, un episodio che costituisce un brutto precedente e che Slow Food condanna senza appello.

Lo scorso 11 giugno, il governo del Maharashtra ha accettato di rinunciare a 4,75 miliardi di dollari di prestiti concessi agli agricoltori, ma sarà sufficiente questa misura per porre fine ai problemi ricorrenti? La crisi dell’agricoltura indiana ha radici profonde: politiche insufficienti, infrastrutture mancanti e, soprattutto, una mancanza di rispetto verso il lavoro dei contadini. La maggior parte del cibo servito sulle tavole indiane arriva dalle splendide coltivazioni di Madhya Pradesh, Maharashtra, Punjab, Kerala e Telengana, come risultato di instancabili sforzi sotto il sole cocente. La domanda che dobbiamo farci è: da dove arriverà il nostro cibo, se questa classe agricola cessa lentamente di esistere?

Rifka Verma

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