Usciva dall’Università, qualcuno sentiva un colpo; avevano colpito proprio lei, ma nessuno capì mai il perché… Si chiamava Marta Russo.

E’ accaduto a Roma vent’anni fa. Venerdì 9 maggio 1997 ore 11:30 circa, presso l’Università la Sapienza: Marta e Jolanda sono due studentesse di giurisprudenza, hanno appena finito una lezione e stanno passeggiando lungo uno dei vialetti dell’ateneo, commentando su alcuni appunti di un esame da sostenere; alle 11:42 la chiacchierata si interrompe di colpo.

Jolanda sente un rumore strano, un tonfo sordo: Marta è in terra, un proiettile gli è entrato nel cranio dall’orecchio sinistro.

Uno sparo in pieno giorno nella cittadella del sapere più popolosa d’Europa; ma chi ha sparato e perché? E perché proprio Marta?

Le indagini partono immediatamente; i magistrati cercano di capire innanzitutto se nella vita della ragazza ci fosse un qualcosa che potesse giustificare un gesto tanto assurdo; non emerse assolutamente nulla: Marta era la ragazza della porta accanto, una ragazza assolutamente normale.

I magistrati non volendo lasciare intentata alcuna pista, che potesse coinvolgere esponenti dell’estrema destra o sinistra politica, coinvolsero anche la DIGOS; la Sapienza infatti in passato aveva conosciuto episodi di terrorismo: il 12 settembre del 1980 nell’atrio della facoltà di Scienze Politiche, il prof. Vittorio Bachelet venne raggiunto da 7 colpi di pistola, mentre il 27 marzo del 1985 toccò al noto docente di Economia, Ezio Tarantelli; i due omicidi vennero nell’immediato rivendicato dalle Brigate Rosse…quindi si trattava di tutt’altra storia.

L’agguato a Marta Russo non venne rivendicato da nessuno e poi nel 1997 gli anni di piombo del terrorismo erano finiti da tempo.

Ma allora chi era il vero obiettivo? Ed il colpo da dove fu sparato?

Dai primi rilievi balistici il colpo risultava essere partito dall’edificio sul lato sinistro del vialetto dove stavano passeggiando Marta e Jolanda; venne  quindi disposto, su tutte le finestre dell’edificio di eseguire gli accertamenti specifici per rilevare eventuali tracce di polvere da sparo.

Il 14 maggio Marta smette di lottare.

Sulla Procura di Roma iniziava a soffiare  un’aria pesante…troppi casi gravi erano rimasti irrisolti. Pesava sicuramente il fatto che l’omicidio di via Poma fosse rimasto senza un responsabile, pesava anche il risultato negativo delle indagini sul delitto dell’Olgiata;  la Procura doveva dare prova di efficienza e non poteva permettersi di sbagliare questa volta, l’assassino andava a tutti i costi trovato.

Il 15 maggio arriva una novità: il consulente tecnico della Procura individua, su una delle finestre dell’edificio da cui potrebbe essere partito il colpo, una piccola particella chimica; secondo il perito si tratta di residuo da sparo.

La traccia di polvere da sparo è al primo piano, sul davanzale della finestra dell’aula 6, la sala riservata agli assistenti dell’Istituto di Filosofia del Diritto.

I magistrati Carlo Lasperanza e Italo Omanni iniziano ad ascoltare le persone che quotidianamente frequentavano l’istituto di filosofia del diritto e l’aula 6 in particolare.

Tutti presero le distanze dal fatto, nessuno sembrava sapere niente e nessuno rese testimonianza utile ai fini delle indagini; in assenza di testimonianze spontanee, gli inquirenti cercarono qualche traccia analizzando i tabulati telefonici del 9 maggio.

Nell’aula n. 6 vi era un telefono dal quale la mattina del 9 maggio erano partite due telefonate: la prima alle 11:44, 2 minuti dopo lo sparo contro Marta Russo, alle 11:45 ne parte un’altra; il destinatario è sempre lo stesso: Nicolò Lipari, avvocato di fama e docente di diritto privato alla Sapienza. A fare le telefonate potrebbe essere stata la figlia, Maria Chiara Lipari, assistente e collaboratrice del professore Bruno Romano, direttore dell’istituto di filosofia del diritto.

Il 21 maggio la Lipari viene ascoltata dagli inquirenti ( è solo la prima di una lunga serie di ripetuti ed estenuanti interrogatori), inizialmente riferisce di non ricordare la presenza di nessuno all’interno dell’aula durante le due telefonate fatte al padre; solo con il passare delle ore  ( e sollecitata da domande) la ragazza inizia a ricordare qualcosa, fino a costruire una visione di ciò che sarebbe dovuto accadere in quella stanza.

Maria Chiara Lipari riferisce sulla presenza di alcun persone nell’aula, di cui riconosce Francesco Liparota – usciere di 29 anni laureato in legge – e la segretaria Gabriella Alletto.

I due vengono immediatamente ascoltati ed è l’ennesimo muro di gomma: la Alletto smentisce completamente le dichiarazioni della Lipari; entrambi negano di essere stati nell’aula 6.

Avanza il dubbio che qualcuno stia invitando al silenzio per salvaguardare il buon nome dell’università, così l’11 giugno il professore Bruno Romano viene arrestato per favoreggiamento personale nei confronti del presunto assassino di Marta Russo; il professore avrebbe fatto pressione su alcuni testimoni.

Il provvedimento degli arresti domiciliari a carico del direttore dell’istituto di filosofia del diritto provocò i risultati in cui la Procura sperava.

Il 14 giugno Gabriella Alletto comincia a parlare, ammettendo di essere entrata nell’aula 6 quella mattina e di essersi avvicinata al Liparota,  già presente nella stanza; mentre dialogava con lui avvertiva un tonfo; d’istinto si girava in direzione della finestra dove riscontrava la presenza di due uomini; subito dopo il tonfo l’uomo più vicino alla finestra si girava verso la stanza, avendo  in mano una pistola di metallo nera, anche l’altro si girava portando le mani alla testa in segno di disperazione.

La Alletto fa i nomi di entrambi; sono due giovani assistenti di filosofia del diritto: quello vicino alla finestra è Giovanni Scattone, l’atro è Salvatore Ferraro. La testimone ricorda anche di aver visto Scattone riporre l’arma all’interno di una borsa che veniva portata via da Ferraro.

Ben presto  il racconto della Alletto trova conferma nelle successive dichiarazioni della Lipari,  la quale improvvisamente, dopo ore e ore di non ricordo, quasi per illuminazione, anche ella riferisce sulla presenza di Scattone e Ferraro nell’aula 6.

I due assistenti hanno sempre negato di essere stati in quella stanza  nella circostanza dello sparo: Ferraro riferisce di essere rimasto a casa, mentre Scattone avrebbe raggiunto l’ateneo solo in tardissima mattinata.

Le loro versioni però non convinsero gli inquirenti che ritennero i loro alibi troppo deboli; il 15 giugno del 1997 Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro vengono arrestati, insieme a Francesco Liparota in quanto ritenuto presente al momento dello sparo e per aver coperto il crimine.

Al momento dell’arresto Liparota racconta la sua verità che è identica a quella della Alletto e della Lipari.

Nel 2003 Scattone viene condannato in via definitiva  a 6 anni per omicidio colposo, mentre per il reato di favoreggiamento, Ferraro a 4 anni e 6 mesi e Liparota a 2 anni .

A quel colpo partito per sbaglio, maneggiando incautamente una pistola poi mai più ritrovata, senza immaginare che fosse carica, col braccio teso fuori dal davanzale della maledetta finestra, beh, non ci hanno mai creduto in tanti.

La pubblica accusa (che a suo tempo, insistette a chiedere 18 anni per omicidio volontario), in assenza di qualunque altro movente, ha costruito un’ipotesi di scuola; si chiama dolo eventuale: Scattone e Ferraro decidono per gioco, di azzardare  quello sparo tra la folla di studenti che passa sotto la finestra, ben consapevoli di poter colpire qualcuno e accettando l’evento (da qui il dolo).

Ma troppe cose sono mancate nella pessima inchiesta messa in piedi allora dalla Procura di Roma sotto l’enorme pressione dell’opinione pubblica: testi ballerini che sono stati  sollecitati a parlare con metodi non sempre amichevoli, perizie contrastanti al punto da lasciare aperta l’ipotesi alternativa di un colpo partito da altra finestra ovvero in un bagno dell’istituto di Statistica.

Oggi analizzando la vicenda ben lontani da quel coinvolgimento mediatico, ci è consentito porre un ovvio interrogativo: e se i fatti fossero andati in modo diverso da quanto sancito nelle carte processuali?

Perché le ipotesi e gli elementi iniziali vennero immediatamente tralasciati senza i dovuti  approfondimenti? Eppure si considerò la possibilità che l’agguato potesse essere  un errore,  il tragico sbaglio di chi avesse  mancato la mira.

L’attenzione si soffermò inizialmente anche sulla ragazza che camminava con Marta nel vialetto,  l’amica Jolanda Ricci di cui fu  accertato essere una studentessa di giurisprudenza senza segreti né nemici; la ragazza  era figlia di un dirigente superiore del Ministero di Grazia e Giustizia, ex direttore del carcere di Rebibbia, una persona quindi passibile di attenzioni criminali e di possibili ritorsioni; questa pista però non fu approfondita come nemmeno quella della somiglianza di Marta Russo ad un’altra ragazza universitaria, figlia di un imprenditore siciliano messo sotto protezione per essersi ribellato al racket mafioso.

Né queste né altre ipotesi furono vagliate, considerate ed approfondite, al di fuori dell’unico filone sviluppato e portato avanti: quello colpevolista nei confronti di Scattone e Ferraro.

Dopo 20 anni la morte di Marta Russo è ancora priva di un perché.

Carla Santoro

Commenta su Facebook

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here