Il trappolone è scattato e, ora, gli avvenimenti corrono via veloci, debitamente coperti da un tonfo borsistico figlio legittimo dello strano attacco hacker della scorsa settimana: in queste ore, negli USA è in atto un golpe. O, quantomeno, i suoi prodromi. La regia è nota, quel Deep State che vede le sue tre componenti principali convergere verso una soluzione drastica al problema: la finanza cerca di utilizzare il capro espiatorio Trump e i casini che ha combinato per smascherare quello che, già nei documenti dell’FMI, viene chiamato “il grande reset finanziario”, ovvero la necessità quasi schumpeteriana di operare un devastante deleverage su mercati in bolla su ogni asset class, grazie a FED e soci. Guardate questi tre grafici




e ditemi se non c’è un pattern chiaro. Il Pentagono, a nome del comparto bellico-industriale, vuole chiudere i conti con la Russia e l’Iran, utilizzando il pretesto del “presidente infedele” che tresca con Mosca e i due proxy perfetti, ovvero Siria e Corea del Nord: se sarà impeachment, come scrivevo qualche settimana fa, è più che probabile che al posto di Trump arrivi Mike Pence, il suo vice, faccia presentabile dei Repubblicani ma, di fatto, un burattino manovrato dal generale Mattis. Infine i media, i quali devono portare a termine l’operazione cominciata con le “fake news”, ovvero l’ampliamento del loro monopolio a livello globale, utilissimo per i bilanci ma anche per una più sotterranea guerra per il controllo dell’opinione pubblica, dopo che i social media hanno messo in discussione determinati equilibri.

E a testimoniare che ormai il presidente USA sia depotenziato e ostaggio del Deep State, ci ha pensato il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, il quale bypassando completamente la Casa Bianca si è preso la responsabilità di compiere un atto delicatissimo e impegnativo: l’ex-capo dell’FBI sotto George W. Bush, Robert Mueller, prenderà in mano l’indagine sul Russiagate con il ruolo di “special counselor”, una sorta di super-procuratore indipendente chiamato a indagare sulle connessioni tra l’entourage del presidente e il governo di Vladiimir Putin. Donald Trump non sarebbe nemmeno stato informato della nomina e il perché è presto detto: formalmente, la nomina dello “special counselor” può essere un passaggio preliminare alla procedura di impeachment. Ma poiché l’atto viene dalla stessa amministrazione Trump, la prima interpretazione è di altro segno: l’esecutivo cercherebbe così di riprendere il controllo di una situazione che negli ultimi dieci giorni gli è sfuggita di mano, con una mossa preventiva che “svuota” eventuali richieste della Camera.


Di solito – nei rari casi in cui l’impeachment è stato tentato – è infatti proprio dalla Camera che parte la richiesta al Dipartimento di Giustizia di nominare lo “special counselor”. Si tratterebbe di dare un marchio di credibilità e di indipendenza alla gestione di un’inchiesta che è stata destabilizzata e politicizzata dalle ultime polemiche: in particolare, la rivelazione che Trump chiese all’ex-capo dell’FBI, James Comey, di metter fine alle indagini sul Russiagate. E se ieri Vladimir Putin ha giocato la carta della distensione, dicendo che avrebbe messo a disposizione del Congresso la trascrizione del dialogo fra Trump e Lavrov, al fine di dimostrare che non vi è stata alcuna condivisione di segreti dell’intelligence, la risposta di del senatore Marco Rubio, uno che definisce il presidente russo “un criminale di guerra”, ha fatto capire che aria tiri a Washington: “Una mail dal Cremlino? Di certo non aprirei l’allegato, con i russi non si sa mai”.

Insomma, stante la situazione, mi pare che ci siano due scenari possibili: uno strategico rallentamento della crisi, al fine di far pensare a una normalizzazione dei rapporti per poi operare attraverso un false flag oppure un’accelerazione della stessa, con l’ipotesi false flag a breve che diventa prioritaria. In Siria? Il recente precedente del presunto attacco chimico a Idlib e l’ancor più recente bufala sul forno crematorio di Assad, parrebbero indizi che fanno propendere per questa tesi ma, facendo ricerche su Internet, l’altro giorno mi sono imbattuto in un articolo de “Il Piccolo” di Trieste davvero interessante. E inquietante. Pochi giorni fa, infatti, John Schindler, esperto di difesa ed ex analista dell’agenzia per la sicurezza nazionale (NSA) dalle colonne del “New York Observer”, il quotidiano è di proprietà di Jared Kushner, genero e consigliere del presidente USA, ha tracciato uno scenario che dovrebbe far scattare gli allarmi.


Ecco la sua tesi: quanto sta succedendo ora nei Balcani altro non è se non il frutto del peccato mortale messo in atto dall’Occidente, UE e NATO su tutti, che ha accettato le vecchie frontiere comuniste di Tito quali confini delle Repubbliche nate sulle ceneri di quella che fu la Repubblica federativa socialista di Jugoslavia. Non è stato capito che quei confini, tra le Repubbliche della Federativa, sostiene Schindler, altro non erano se non un capriccio dei funzionari comunisti e non rispecchiavano la realtà etnica del Paese. Insomma, mandiamo in cantina gli accordi di Dayton e rifacciamo i Balcani. Il tutto, all’interno di un contesto che vede Tirana strizzare l’occhio al Kosovo per creare la Grande Albania, la Republika Srpska che non ha mai nascosto le sue ambizioni di diventare parte integrante della Serbia e i croati di Bosnia-Erzegovina che chiedono di diventare entità come i serbi e i bosniaci. In mezzo, un’Unione europea che rischia di tramutarsi nella pallina da ping pon utilizzata nell’ennesima partita proxy fra Usa e Russia. Riporto dall’articolo del quotidiano triestino: “Per Schindler, Tito ha preservato la Jugoslavia con una combinazione fatta di carisma personale, saggezza politica e di una sgradevole polizia segreta. L’Occidente, ribadisce l’analista Usa, ha con insuccesso cercato di mantenere i confini comunisti. In Bosnia e in Kosovo poi, continua Schindler, le minoranze che sono fuggite di fronte alla guerra non vogliono tornare nei loro luoghi d’origine. Forse per paura o forse per una sorta di particolarismo etnico. Sta di fatto che non tornano”.


Ma non basta: “Quindi, e qui c’è veramente da aver paura, l’analista statunitense propone di ridisegnare i confini della ex Jugoslavia. Su tutto va, per Schindler, “rettificata” la Bosnia-Erzegovina permettendo che la Republika srspka si unisca alla Serbia e che l’Erzegovina occidentale si riunisca alla Croazia visto anche in quell’area la stragrande maggioranza dei cittadini ha già oggi il passaporto croato. Schindler definisce l’architettura istituzionale degli Accordi di Dayton del 1995 grottesca che impedisce il funzionamento di qualsivoglia istituzione statale, e, in effetti, la crisi politica e lo stallo istituzionale permanente a Sarajevo lo sta ampliamente dimostrando”. Che fare, quindi? “Schindler invita la Serbia a riconoscere il Kosovo non prima di aver ottenuto in cambio la regione di settentrionale (serba) e della valle di Preševo. L’analista poi giudica irrevocabile la futura unione di Kosovo e Albania nella cosiddetta Grande Albania che comprenderebbe però anche parti della Macedonia. Perché lasciare che ciò avvenga autonomamente e quindi con un conflitto e non pilotare meglio il tutto a livello di mediazione internazionale dando alla Russia lo status di Paese equivalente a quello degli altri attori occidentali? Come contropartita ci sarebbe l’ingresso nell’UE dei nuovi Balcani occidentali che otterrebbero anche una buona iniezione di finanziamenti. Una compensazione che dovrebbe giungere soprattutto alla Macedonia che in questo processo avrebbe il ruolo di agnello sacrificale”.

Insomma, un’agenda che è totalmente antitetica a quella russa, visto che Mosca vede la crisi politica in atto in Macedonia e l’idea di Grande Albana unicamente come strumenti di destabilizzazione statunitense in Europa, finalizzati a completare – attraverso l’occupazione NATO dei Balcani, vedasi in tal senso l’ingresso lampo del Montenegro nell’Alleanza di un mese fa – in chiave di anti-russa. E, per quanto dopo l’attacco al Parlamento di Skopje la situazione pare essersi normalizzata, occorre ricordare che in quel Paese i due principali media anti-governativi, “Telma” e “24 Vesti” siano direttamente finanziati da George Soros. Di più, anche il leader dell’opposizione, Zoran Zaev, ha più di una connessione diretta con la rete del filantropo USA e con gli addentellati della CIA.


Come scrive Wayne Madsen, “Zaev e Radmila Sekerinska sono definiti da insiders macedoni come niente altro se non le controfigure dell’ex primo ministro e presidente, Branko Crvenkovski, il quale continua a guidare l’SDSM e accetta enormi quantità di denaro da ONG legate alla CIA come il National Democratic Institute (NDI), il National Endowment for Democracy (NED), la Freedom House e l’Open Society Institute (OSI) di George Soros, il tutto per fomentare un rivoluzione contro il governo di centrodestra (formato da VMRO e DPMNE) di Nicola Gruevksi. Senza scordare che l’Assistant Secretary of State for European and Eurasian Affairs, Victoria Nuland, è stata denunciata dall’intelligence macedone per cospirazione insieme a Zaev e al suo SDSM. La false flag necessaria a dar vita alla resa dei conti con Mosca, al netto del continuo dispiegamento di truppe NATO ai suoi confini. potrebbe avvenire ancora una volta nei Balcani? Se così fosse, sarebbe il giardino di casa nostra. E cosa significhi avere i Balcani in fiamme, lo abbiamo già sperimentato. Attenzione a quanto accadrà dall’altra parte dell’Adriatico, potrebbe avere a che fare con i movimenti tellurici in corso a Washington più di quanto si possa pensare.

In tal senso, basta ricordare quanto scritto dal senatore John McCain in un articolo sul “Washington Post”, lo stesso giornale che ha fatto scoppiare lo scandalo Trump-Lavrov, non più tardi del 28 aprile scorso: “L’Europa sud-orientale è una regione situata al crocevia della storia, ancora una volta di fronte a crescenti sfide. E gli Stati Uniti devono iniziare a prestare più attenzione… La crescita economica nella maggior parte della regione è insufficiente per permettere ai giovani di vivere e realizzarsi nei propri paesi d’origine. La zavorra del potenziale economico della regione è la burocrazia bizantina, la diffusa corruzione e l’arroganza delle aziende statali. A questi si aggiunge la crescente tensione politica, con evidente riferimento all’instabilità di Macedonia, Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo… Probabilmente il problema più grande è l’inasprimento degli sforzi della Russia per affermare la sua perniciosa influenza nella regione e impedire agli Stati del Sud-Est Europa di scegliere il proprio futuro”.


E quale esempio ha portato in tal senso McCain? “Il tentato colpo di Stato con l’appoggio della Russia in Montenegro per fermare il suo ingresso nella NATO”. Per il senatore neo-con, quindi, “gli Stati Uniti dovrebbero rafforzare la cooperazione con i Paesi della regione e sostenerli attraverso la NATO e l’Unione europea. Ma soprattutto, gli Stati Uniti dovrebbero tutelare il diritto di ogni Paese del Sud-Est Europa di scegliere il proprio futuro libero da interferenze esterne”. Che anime pie, che filantropi. Il Deep State è al comando, ormai. Tutto è possibile.



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