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mercoledì, maggio 24, 2017

Betlemme, scontri in occasione della visita di Trump

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BETLEMME

Marcia in solidarietà ai prigionieri palestinesi in sciopero della fame

Ieri sera centinaia di manifestanti palestinesi hanno invaso la città di Betlemme in occasione della visita di Trump nella regione e in solidarietà ai 1300 prigionieri, nelle carceri israeliane, in sciopero della fame da 36 giorni.

Sono partiti dal campo profughi di al-Deheisheh, a sud di Betlemme, durante la marcia di solidarietà l’intervento da parte dell’Autorità Palestinese a portato a duri scontri. Arrivata a Betlemme la marcia ha condannato il presedente degli USA Donald Trump e le politiche imperialiste messe in atto dal governo degli Stati Uniti. Hanno espressamente indicato gli USA, attraverso slogan, i responsabili maggiori della condizione palestinese, definendoli “la testa del serpente”.

Anche a Gaza si manifestava in solidarietà dei 1300 prigionieri in sciopero della fame, e nel tentativo di raggiungere il confine i manifestanti sono stati attaccati dalle forze israeliane.

In entrambi i casi i manifestanti chiedevano il miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri politici palestinesi che si trovano nelle galere israeliane. Sono in sciopero della fame dal 17 aprile e il trattamento a loro riservato peggiora di giorni in giorno. Pesanti sanzioni e limitazioni di diritti sono normalità in uno Stato occupante che in tutti modi cerca di fiaccare la resistenza di un popolo che non abbasserà mai la testa.



Il Declino del Peacekeeping

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PEACEKEEPING

Sin dagli anni novanta abbiamo assistito ad una grande espansione dell’interventismo umanitario (che si concentrava sulla dottrina della Responsibility to Protect R2P, promossa dalle Nazioni Unite) e questo ha fatto credere al mondo occidentale che saremmo stati capaci di proteggere i diritti umani dei singoli individui, di portare aiuto in nazioni martoriate dalla guerra civile, di riappacificare nazioni dove l’odio etnico o religioso avevano fatto grossi danni alla società.
Ovviamente il grande desiderio di difendere il nazionalismo dalla globalizzazione, i conflitti in Africa e in Medio Oriente, le rivoluzioni colorate e la stessa degenerazione che si può osservare in Siria, fa ben comprendere che la dottrina R2P è stata arrestata dalle regole della geopolitica, si sa, la geopolitica non guarda troppo in faccia la morale. Lo stesso ritorno della ideologia nazionalista contro la globalizzazione, il desiderio di ritornare all’isolazionismo e al protezionismo economico sono invocate da quella grossa fetta di popolazione colpita dalla crisi del 2007-2008. La grande disillusione, i flussi migratori, i grandi fallimenti arrivati dalle diplomazia che si sono dimostrate incapaci di regolare le controversie per creare un mondo più stabile, ebbene tutto questo porta a creare barriere.
Lo stesso conflitto siriano dimostra l’inutilità della dottrina R2P, la comunità internazionale in merito alle controversie e agli interventi umanitari ha disatteso le speranze di coloro che la vedevano come uno strumento per affermare una nuova concezione della sovranità, aperta e responsabile. Le stesse primavere arabe hanno deluso queste aspettative: i principi e le linee guida per disciplinare gli interventi umanitari sono stati ignorati, anzi tali mandati si sono trasformati rapidamente in operazione di regime change a guida NATO o in una invasione militare.
La Cina ha sempre apertamente criticato e messo in guardia la violazione della sovranità statuale in nome della difesa dei diritti individuali, ha sempre combattuto l’ideologia sull’interventismo umanitario, in quanto inutile per rimettere ordine.
Ma facciamoci poi una grande domanda: secondo tale dottrina uno stato ha come prima responsabilità quella di proteggere i cittadini, ma se lo stato interessato non è in grado di adempiere a tutto ciò o se non intendesse farlo allora dovrebbe entrare in gioco la comunità internazionale, che è preposta ad agire al suo posto ma anche ad intervenire nel caso in cui lo stati in questione rifiuti l’aiuto esterno o impedisca l’accesso alla popolazione colpita da particolari disagi. Ottimo, infatti in Libia, in Siria e in Iraq la situazione è precipitata nel caos più totale, le ingerenze di potenze straniere sono visibili a tutti, le nazioni sono cadute caos, e l’opinione pubblica globale ha compreso perfettamente il significato del cinismo della Realpolitik. Infatti nelle relazioni internazionali tutti hanno capito che invocare la R2P si trasforma in un intervento armato, alla faccia delle ragioni umanitarie. Sono molte le nazioni che si sono “impegnate” in operazioni in cui mancava il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, (NB. la carta dell ONU, di cui quasi tutti i paesi del mondo fanno parte, vieta esplicitamente gli interventi unilaterali) con operazioni che definire “robuste” è un eufemismo.

Global civil society? New military humanism? Ma vah, pure e semplici ingerenze dove si piglia l’utilitarismo dei valori e lo si trasforma in un interventismo “à la carte”, indossando la maschera della morale umanitaria e applicando meri strumentali geopolitici perché ci può essere interesse a far cadere un determinato regime (Jugoslavia docet). Un semplice cavallo di Troia mascherato dal classico buonismo… ovvero si incolpa uno stato di essere cattivo e canaglia, si interviene bellamente legittimando il  tutto attraverso abili manovre di politica internazionale per avere una tacita accettazione dell’intervento.
A chi interessa se l’uso della forza internazionale – per ragioni umanitarie – è contraria al “principio di non ingerenza nella domestic jurisidction di uno Stato sovrano? Ma l’esportazione della democrazia non è ancora finita, ci sono altre nazioni in lista di attesa dove esistono regimi che vengono definiti “scomodi”, ma sono curiosa di vedere se l’occidente sopravviverà a se stesso, magari la Corea del Nord nel 2100 esisterà ancora e Noi NO! Mah, forse forse mi vien voglia di andare a bere un caffè da L’ultimo Avventuriero (http://giuliololli.it/) per sapere cosa ne pensa.
Nel frattempo già si delinea il provvedimento di Donald Trump per la riduzione degli aiuti esteri e delle missioni di peacekeeping: dovrebbe essere attuato a Ottobre 2017(http://www.lindro.it/tagli-alle-missioni-di-peacekeeping-unopportunita-per-lunione-africana/). Gli USA non verseranno più del 25% per coprire i costi delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite
(https://www.state.gov/documents/organization/252735.pdf).
Al contrario le spese americane per la difesa aumenteranno di 54 miliardi di dollari. Chi più dovrà affrontare la ritirata degli Usa sono il continente africano, che dovrà opporsi (Mi raccomando credeteci!!!) al terrorismo in Nigeria o alle operazioni marittime in Somalia per fermare i pirati. Vedo già il continente africano – che con incrollabile volontà – affronterà la nuova sfida e aprire le nuove trattative per sfruttare la nuova grande opportunità di cambiamento: non so perché ma sento che ci sarà una nuova massiccia ondata migratoria che l’Europa dovrà affrontare in solitaria. Tranne che non metta mano al proprio portafoglio per pagare le missioni di peacekeeping.



L’indipendenza della banca centrale è incompatibile con la democrazia. L’USCITA DALL’EURO È UN MEZZO, NON UN FINE

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DRAGHI

«Ieri [17 maggio 2017, Ndr] in aula a Strasburgo, su iniziativa del gruppo ECR e dell’ottimo collega tedesco prof. Starbatty, si è dibattuto sui poteri della BCE, sulle sue prerogative e sul dogma dell’indipendenza della banca centrale. Ovviamente i rappresentanti dell’establishment hanno plaudito a Draghi e hanno difeso questo dogma anti-democratico. Io sono intervenuto a nome del mio gruppo, e nel poco tempo a disposizione ho cercato di smascherare questa criminale credenza che sta alla base della restaurazione liberista occorsa in Italia e in Europa a partire dalla fine degli anni ’70.

Il dogma della banca centrale indipendente è una delle più grandi truffe perpetrata dall’establishment ai danni dei cittadini. Non solo è un concetto incompatibile con la democrazia sostanziale (perché mai dovremmo lasciare un potere così immenso nelle mani di burocrati non eletti da nessuno e al riparo dal processo elettorale, per perseguire tra l’altro un obiettivo fasullo e senza senso come il folle contenimento dell’inflazione con uno strumento che ha poco a che fare con la dinamica dei prezzi?), ma è anche basato su un falso storico-scientifico. Ci hanno fatto credere che la politica monetaria non poteva più essere gestita dai politici, che volevano solo stampare moneta e finanziare a deficit le loro spese folli, ma doveva essere gestita da tecnici “al riparo dal processo elettorale” (Monti dixit), che essendo illuminati dal Divino, avrebbero contenuto l’inflazione smettendo di stampare moneta a piacimento.

Questa è una grande truffa, perché la scienza e l’evidenza empirica (la BCE ha stampato migliaia di miliardi di euro e l’inflazione è rimasta al palo) hanno dimostrato che l’inflazione non dipende dalla moneta stampata, ma dalla domanda di beni, cioè dalla moneta spesa.

Quanto è costato questo scherzetto ai cittadini italiani? Con la separazione tra Bankitalia e Tesoro avvenuta nel 1981 il nostro debito pubblico è stato messo in mano ai mercati, i quali non sono un’entità astratta, ma operatori concreti che vogliono solo massimizzare il loro profitto; e caspita se lo hanno massimizzato!!

Hanno incassato lauti interessi sottoscrivendo il debito pubblico italiano, che dal 1981 è schizzato in rapporto al PIL, proprio a causa dell’aumento vertiginoso della spesa a servizio del debito. Questi maggiori interessi li abbiamo pagati noi cittadini, vedendo spazzati via i diritti e le tutele che la Costituzione ci garantiva: da lì inizia l’austerità, con la compressione della spesa pubblica e con in seguito i record di avanzi primari di bilancio. E con Maastricht e l’Eurozona, dove l’indipendenza della BCE e il divieto di finanziamento monetario dei deficit sono sanciti a lettere di fuoco nei Trattati, la situazione è solo che peggiorata. Ricordate le letterine di Draghi e Trichet al Governo per dirgli quello che doveva fare? Ricordate la Grecia e l’Irlanda? Questi sono solo alcuni esempi.

Ecco perché quando parlo di uscita dall’euro, dico che si tratta di un mezzo e non di un fine, di condizione necessaria ma non sufficiente: perché anche se usciamo dall’euro senza ripristinare alcune tutele fondamentali, il destino non sarà migliore di ora. E la riforma principe sarà per forza l’abolizione del dogma della banca centrale indipendente e il ripristino della possibilità di finanziamento monetario per i deficit di bilancio».

SULL’ARGOMENTO LEGGI IL COMPLOTTO DEL FRUTTIVENDOLO

Il complotto del fruttivendolo


Ne “Il Complotto del Fruttivendolo – Moneta e inflazione”, si affronta, con un approccio del tutto nuovo, il tema dell’aumento dei prezzi in relazione all’incremento dell’offerta di moneta. Uno dei motivi per cui non si vuole lasciare ai governi la possibilità di gestire la politica monetaria è quello dell’inflazione, per cui eccessi di moneta provocherebbero danni irreparabili. In realtà, non solo questa causa dell’inflazione non è mai stata dimostrata, ma furono accesi anche i dibattiti tra gli economisti che vedevano questa teoria come del tutto sbagliata.Oggi, la crisi dei debiti sovrani sta riproponendo lo “scontro” tra chi sostiene la validità di questa teoria e chi la considera del tutto fallace.
Il libro ripercorre brevemente la storia della Teoria Quantitativa della Moneta che ha portato a questo autentico dogma dell’economia moderna, le sue incongruenze e i suoi avversari, per sviluppare un nuovo pensiero, un nuovo approccio al problema, e arrivare a innovative conclusioni utili per quegli economisti che non hanno mai dato validità alla teoria, sconfessata dai dati statistici e dalla logica. Si arriva così al teorema della preesistenza dei valori nell’equazione di Fisher, decretandone in questo modo l’inapplicabilità per la determinazione di un legame tra la massa monetaria e l’inflazione.

Reddito Cittadinanza e prospettiva auritiana: precisazioni

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Rispondiamo ad un articolo di Andrea Cavalleri pubblicato sul sito di Maurizio Blondet dal titolo
” Reddito di Cittadinanza: l’errore di Auriti ” 
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L’amico Andrea Cavalleri, ispirato da un precedente articolo di Maurizio Blondet, ha proposto una interessante riflessione sul “reddito di cittadinanza” e le sue problematicità.
Argomentando in merito Cavalleri, senza alcuna intenzione polemica (di questo sono certo), ha tirato in ballo la teoria monetaria di Giacinto Auriti in modo, a dire il vero, alquanto fuori contesto dal momento che Auriti non ha mai proposto, in forma diretta, alcun reddito di cittadinanza ma è solo intervenuto, nel dibattito in questione, osservando che la teoria della proprietà popolare della moneta, se applicata, avrebbe potuto realizzare una forma di redistribuzione sociale del reddito monetario che si avvicina a quella indicata, ma su altre basi, dai sostenitori del reddito di cittadinanza.
Andrea Cavalleri nel suo articolo ha fatto riferimento alle idee monetarie di Silvio Gesell, il geniale ministro della repubblica socialista bavarese dell’immediato primo dopoguerra. Le idee geselliane, di matrice proudhoniana, non a caso furono, per certi aspetti, riprese, negli ‘20 e ‘30 del secolo scorso, dal maggiore C.H. Douglas con la sua proposta monetaria fondata sul concetto di “credito sociale”.
La proposta auritiana a proposito del reddito di cittadinanza tuttavia, a parere dello scrivente, si avvicina, e non si pone in antagonismo, all’idea geselliana della moneta quale strumento di redistribuzione del prodotto del lavoro sociale.
Il miglior servizio che si possa fare al pensiero economico dominante, mainstream, è quello di opporre l’una all’altra le teorie monetarie eterodosse in nome di inutili gelosie di scuola. Infatti le teorie eterodosse colgono, tutte, i guasti della concezione materialista della moneta, la moneta-merce del filone smithiano-hayekiano-misesiano-friedmaniano, e tutte propongono diverse concezioni che hanno il loro comune denominatore nel superamento del concetto della moneta come una tra le tante merci scelte per essere usata quale unità di scambio dei beni. Concezione, questa merceologica, risalente ai tempi della moneta oro ma, a ben ragionare, infondata anche a quei tempi. Qui però non possiamo affrontare questo tema dovendo, per ragioni di spazio, restare sul piano degli argomenti proposti da Maurizio Blondet, circa l’avanzare sull’onda grillina della proposta del reddito di cittadinanza, e da Andrea Cavalleri, circa le connessioni tra queste proposte e la teoria auritiana della moneta.
Innanzitutto è necessario chiarirsi sul concetto di reddito di cittadinanza perché spesso si fanno passare per tale proposte che tali non sono. Anche i grillini parlano di reddito di cittadinanza ma in realtà, a dimostrazione di quanta sia precaria la loro consistenza culturale, fanno riferimento piuttosto ad una forma di reddito minimo garantito, che è cosa diversa.
Infatti, il “reddito di cittadinanza” – si vedano in proposito gli scritti, facilmente reperibili sul web, di Andrea Fumagalli, docente di economia all’Università di Pavia – è un reddito universale riconosciuto a ciascun cittadino indipendentemente dalla sua ricchezza, quindi è riconosciuto anche ai ricchi, indipendentemente dal fatto che il cittadino lavori o meno ed indipendentemente dall’obbligo di seguire corsi di formazione professionale per il reinserimento lavorativo. Il reddito di cittadinanza ha, nelle intenzioni dei suoi sostenitori, un carattere universalista ed incondizionato.
Il citato Fumagalli, nei suoi scritti, elabora anche puntuali calcoli tesi a dimostrare che il prelievo fiscale, opportunamente riformato in modo da impostarlo a discapito della rendita finanziaria, ossia tassandola, ed in base ad una accurata spending rewiew che elimini ogni altra attuale forma di assistenza, che con l’introduzione del reddito di cittadinanza sarebbe inutile, nonché tagliando spese inopportune, ad iniziare da quelli militari (qui si sconta il tipico pacifismo anarchico radicale), sarebbe in grado di garantire le risorse per applicare la redistribuzione sociale del gettito stesso, assicurando un reddito mensile pro capite aggirantesi tra gli 800 ed i 1.200 euro.
L’idea base della proposta del reddito di cittadinanza sta, in particolare, in una istanza tipicamente libertaria che è quella di liberare l’uomo dall’obbligo di lavorare, soprattutto nella prospettiva futura della completa automazione della produzione che necessiterà di procurare ai consumatori il reddito necessario allo sbocco della produzione automatizzata e – soprattutto, si badi – socializzata, dato che in effetti l’automazione sta riportando alla ribalta, a dimostrazione di come il capitalismo liberista si scavi da solo la fossa sotto i piedi, utopie comuniste intese all’eliminazione della proprietà e dello Stato.
Nell’idea di liberare l’uomo dal lavoro, o perlomeno di metterlo nelle condizioni di accettare liberamente, e non per bisogno, un lavoro, riecheggia una verità biblica che, però, i sostenitori del reddito di cittadinanza misconoscono non tenendo conto del passaggio dallo stato adamitico a quello post-adamitico dell’umanità e pretendendo di restituire a questa quella originaria e perduta condizione indipendentemente dal Sacrificio di Cristo sulla Croce. La Rivelazione ci parla di un uomo che anche in origine era chiamato a lavorare – “coltivare l’Eden” – ma per il quale il lavoro non era pena ma, nell’Amore di Dio al quale egli era unito ontologicamente, gioia. Il lavoro diventa pena e condanna, fatica e sudore, solo a seguito del peccato d’orgoglio ossia della pretesa umana di autodeificarsi, di imporsi ontologicamente in termini autoreferenziali che è come dire di non riconoscere più la propria radice esistenziale in Dio. Non a caso in molte lingue il termine per indicare il lavoro-pena è lo stesso di quello che indica la fatica ed il dolore, compreso quello del parto, ossia “travaglio”. Nonostante il peccato d’origine, che ha solo ferito e non del tutto corrotto la struttura ontologica umana, il lavoro-gioia è ancora parzialmente conservato in quelle attività creative dell’uomo come l’artigianato e l’arte che sono caratterizzate da un’alta realizzazione spirituale che rende non penosa la fatica umana. Ora, però, è evidente che qualsiasi proposta intesa a restituire all’uomo il lavoro-gioia, senza alcun riferimento alla necessaria Redenzione spirituale dell’uomo stesso, altro non è che una scimmiottatura luciferina della Salvezza.
Il reddito di cittadinanza è, a un punto di vista storico, una idea post-fordista, una proposta di welfare post-statuale e post-keynesiano, molto confacente alla società liquida e nichilista fondata su un acceso individualismo anche, appunto, nella sua forma libertaria. Ecco perché tale idea è diventata il cavallo di battaglia della sinistra post-operaista, fuoriuscita dal ’68 anarco-libertario, molto vicina, per certi versi, all’anarco-liberismo americano.
Dunque non meraviglia il fatto che, come ha fatto osservare Maurizio Blondet, il reddito di cittadinanza era visto favorevolmente anche dal padre del neoliberismo monetarista, Milton Friedman, quale strumento per assicurare il reddito necessario a sostenere la domanda per assorbire l’offerta. Milton Friedman vedeva con favore il reddito di cittadinanza proprio perché esso si palesa come un superamento della presenza attiva, keynesiana, dello Stato nel mercato.
Questo spiega perché, di recente, sono state avanzate ipotesi, applaudite anche dalla sinistra, di “quantitative easing popolare” ossia di redistribuzione della liquidità pompata dalla Banche Centrali non più attraverso il sistema bancario, che non sempre assicura che detta liquidità arrivi effettivamente alle famiglie, ma direttamente ai cittadini che in tal modo, spendendola, riattiverebbero i consumi e il mercato ingessato dalla deflazione. Dietro queste ipotesi, che provengono dal mainstream economico, si cela, in realtà, il fronte di resistenza liberista ad ogni possibile ritorno del keynesismo e di una presenza attiva, mediante il deficit spending assicurato da Banche centrali non indipendenti dai governi, dello Stato in economia.
La pericolosità di queste proposte, come ben osservato da Blondet, sta nella concezione elargitrice della redistribuzione che finirebbe per fare dei cittadini i sudditi del già vasto potere central-bancario. Ora, però, proprio la prospettiva auritiana, sulla quale torneremo, sarebbe un impedimento a tale pericolo dato che, in quella prospettiva, nessuna elargizione benevola e strumentale sarebbe ammessa ma l’attribuzione, o accreditamento, della moneta sarebbe un diritto soggettivo, personale, di ciascun cittadino all’atto dell’emissione monetaria, e non solo in occasioni di crisi economiche.
Come dicevamo, spesso si fanno passare per reddito di cittadinanza proposte similari che in effetti hanno però diverse basi concettuali e diversa funzionalità. Si confonde spesso il reddito di cittadinanza con il “reddito minimo garantito”, che, raccomandato da alcune pronunce del Parlamento Europeo e della stessa Commissione, già esiste in tutti i Paesi dell’UE ad eccetto dell’Italia e della Grecia.
Il reddito minimo garantito, a differenza del reddito di cittadinanza, non ha carattere universalista ed incondizionato ma è un reddito attribuito soltanto ai disoccupati ed ai poveri ed è legato all’obbligo della formazione permanente e continua con l’obiettivo del reinserimento occupazione di colui che ne beneficia. Esso è spesso accompagnato da altri benefici finalizzati a sostenere il costo dell’affitto di casa e quello del mantenimento dei figli commisurato alla concreta situazione familiare (quindi diversificato a seconda che si tratta di famiglia con entrambi i genitori disoccupati o con famiglia in cui un genitore lavora o ancora che si tratta di famiglia monoparentale con il genitore che non lavora o il cui reddito da lavoro sia insufficiente).
Il reddito minimo garantito è una proposta di matrice ordoliberale e non a caso è lo strumento di welfare tipico della Germania attuale la cui filosofia sociale è appunto ispirata alla scuola ordoliberale di Friburgo. Quindi quando i grillini avanzano la loro proposta di “reddito di cittadinanza” condizionato alla formazione professionale ed all’obbligo di accettare una proposta di lavoro stanno perorando una forma di reddito minimo garantito, dunque una antica idea liberale, e non di reddito di cittadinanza. Qualcuno dovrà pur dirlo a Beppe Grillo, a Di Maio, alla Raggi e compagnia bella, che amano presentarsi, agli allocchi che danno loro il voto, come il nuovo che avanza.
Il reddito minimo garantito è una proposta probabilmente più realista del reddito di cittadinanza, e forse anche meno costosa, e non a caso, come detto, ha già trovato ampia applicazione nei Paesi dell’UE. Tuttavia è anche una proposta chiaramente funzionale al capitalismo liberista in quanto si preoccupa, scaricandone i costi sullo Stato, del reinserimento occupazionale dei disoccupati che l’irresponsabilità liberista del capitale – nonostante le tante chiacchere moraliste ed ordoliberali in tema di “responsabilità solidale dell’impresa” a copertura della triste realtà del cinismo più radicale – abbandona sulla strada e che lo Stato non può “licenziare” dalla loro condizione di cittadini dovendosene pertanto in un modo o nell’altro farsi carico.
Infatti, il rovescio della medaglia del reddito minimo garantito è quello di ampliare l’irresponsabilità sociale del capitale, che così può tranquillamente delocalizzare tanto ai lavoratori licenziati ci pensa lo Stato. Al fine di rendere il reddito minimo garantito meno funzionale all’irresponsabilità liberista del capitalismo terminale si dovrebbe affiancarlo con una serie di penalità per il capitale che abbandona i lavoratori come quella di porre salati dazi doganali alla produzione delocalizzata che pretende poi di rientrare sul mercato interno oppure quella di far contribuire il capitale in una quota a tal punto rilevante e tale da scoraggiare le delocalizzazioni ai costi del sussidio garantito per i disoccupati.
Veniamo ora alla prospettiva auritiana in tema di reddito di cittadinanza.
Giacinto Auriti ha iniziato a studiare le questioni monetarie e bancarie dagli anni ’60 ossia in un periodo nel quale, ancora egemone il welfare statualista e keynesiano, di reddito di cittadinanza non si parlava affatto. Ed infatti il nostro ne ha iniziato a trattare solo negli ultimi anni del secolo scorso, poco prima della morte, e solo approfittando del fatto che l’idea in questione era ormai all’ordine del giorno del pubblico dibattito. In tale dibattito egli intervenne per dire che la sua teoria della proprietà popolare della moneta avrebbe potuto facilitare l’applicazione delle proposte inerenti il reddito garantito, di cittadinanza o solo minimo che fosse.
Dunque attribuire ad Auriti una qualunque paternità dell’idea del reddito di cittadinanza non è esatto.
Quello che il nostro giurista della moneta faceva osservare ai sostenitori del reddito di cittadinanza era semplicemente che l’eventuale messa in opera della proprietà popolare della moneta, con il conseguente accreditamento al cittadino all’atto dell’emissione da parte dello Stato o della Banca Centrale della moneta medesima, diventava ipso facto il modo più realista di avvicinarsi alla redistribuzione del reddito direttamente ai cittadini. Realista perché tale redistribuzione non sarebbe avvenuta ad ogni esercizio finanziario dello Stato, come si pretende, ma solo ad ogni nuova emissione di moneta, quindi non sempre ma solo periodicamente. L’applicazione di una forma di reddito garantito nella prospettiva auritiana taciterebbe le critiche di coloro che additano il reddito di cittadinanza come un mero espediente per mantenere a carico di chi lavora la parte inattiva della popolazione e consentire ai disoccupati di non impegnarsi nella formazione professionale per la ricerca di una occupazione.
L’amico Andrea Cavalleri accenna nel suo articolo anche una critica al concetto di “valore indotto” che Auriti ha posto alla base della sua teoria. Però Cavalleri non sembra aver ben compreso il significato autentico del “valore indotto” auritiano che non è altro che un nome diverso del concetto di “potere d’acquisto”.
Il “valore indotto” è la risposta alla domanda “per quale motivo un pezzo di carta senza alcun valore intrinseco possiede la capacità di acquistare beni di valore”?
Nell’epoca, molto antica, dell’oro e degli altri metalli preziosi tagliati sui banchi dei mercanti e pesati per commisurare il valore dei beni che si scambiavano, il metallo era uno tra i tanti beni usati per l’intermediazione commerciale. Da qui la svista, che denota una concezione retrò ed attardata, della Scuola Austriaca (von Hayek e von Mises sulla scia di Adam Smith) che continua a ritenere la moneta una merce ed invoca il non abbandono del gold standard, capace di garantire la stabilità dei prezzi: assunto nient’affatto veritiero giacché anche l’oro in quanto bene è suscettibile, per molteplici ragioni, di variazione di prezzo.
Per la fase storica nella quale si tagliavano e si pesavano i metalli, per misurare il valore dei beni da scambiare, non ancora si può parlare di moneta ma solo di baratto. Questo perché, sebbene già in quel momento fosse necessario l’accordo tra gli agenti commerciali sul tipo di metallo e sulla quantità necessaria agli scambi – accordo generalmente garantito da patti sacralmente consacrati all’ombra dei templi che costituivano, per l’epoca, l’elemento “fiduciario” ossia “indotto” sussistente anche in quella fase primordiale – di moneta vera e propria può parlarsi solo con l’intervento dell’Autorità politica, che era in antico anche Autorità religiosa, attraverso la coniazione della moneta aurea o argentea o ramata.
E’ stata la coniazione a trasformare il semplice pezzo di oro, o argento o rame, pesato sui banchi in moneta ovvero è stata la coniazione, anche per impedire truffe e per imporre un ordine monetario, ad attribuire all’oro, o all’argento o al rame, il “potere d’acquisto” indipendentemente dal suo valore intrinseco di merce, benché questa indipendenza non si palesò immediatamente alla coscienza sociale. Era moneta, ossia potere d’acquisto obbligatorio per tutti, solo il pezzo di oro, o argento o rame, fuso nella quantità stabilita dal sovrano e che recava la sua immagine.
Quando, più tardi, venne introdotta la carta moneta questo avvenne, in occidente e nel medioevo, ad opera di mercanti e cambiavalute (i precursori dei moderni banchieri) che la introdussero quale certificato di deposito o cambiale garantita dalla moneta aurea e coniata ad essa sottostante. In tal modo la carta moneta assunse presso il pubblico un carattere fiduciario di riserva di potere d’acquisto legale in quanto garantita dalla moneta metallica coniata. Così appunto avvenne. Ma poteva anche non accadere laddove il pubblico, o parte di esso, avesse rifiutato la carta moneta preferendo, per maggior fiducia, la moneta aurea coniata.
Successivamente, proprio allo scopo di rafforzarne la fiducia presso il pubblico, anche la moneta cartacea finì per entrare nell’area del conio statuale fino ad assumere potere d’acquisto obbligatorio per legge. Questo accadde ad iniziare dalla fondazione nel 1694 della Banca d’Inghilterra, ossia della prima Banca Nazionale antesignana della moderne Banche Centrali, che ottenne dal re l’appalto in monopolio dell’emissione di carta moneta, garantita dalle monete auree o dall’oro presso di essa depositato, per poi prestare, a scopo di profitto speculativo, detta moneta cartacea sia allo Stato che al pubblico, mosso a fiducia dall’imprimatur regale, ad un tasso di interesse pari all’8% ma stampandone in quantità più che proporzionale ai depositi.
Quando Giacinto Auriti parlava di “valore indotto” si limitava a tradurre in termini giuridici, gius-privatisti per la precisione essendo egli un civilista, questo percorso storico in verità basato più sulla consuetudine, appunto indotta, all’accettazione di moneta cartacea di origine bancaria, nella convinzione della garanzia costituita dalla moneta aurea legale ad essa sotto stante, che non sulla “convenzione” che era il termine, giuridico, preferito dal professore guardiese.
Proprio perché il potere d’acquisto della carta moneta si fonda su detta accettazione fiduciaria essa, la moneta cartacea, sostiene Auriti, deve essere accreditata, e non addebitata, ai cittadini ed allo Stato all’atto dell’emissione, ossia all’atto della creazione di moneta dal nulla, da parte della Banca Centrale e, aggiungiamo noi, da parte della banche ordinarie nel caso della moneta bancaria creata ex nihilo anch’essa.
Auriti cerca di spiegare il fenomeno dell’accettazione fiduciaria della carta moneta, che è stato il risultato di un processo storico piuttosto che di una “convenzione tacita”, con circonvoluzioni filosofiche del tipo “la moneta in quanto misura del valore è anche valore della misura” le quali intendono esprimere una concezione dell’utilità, autorefenziale al soggetto, quale rapporto tra fasi nel tempo, tra la fase strumentale e la fase edonista: uno strumento acquista utilità per chi ne prevede l’uso, una penna è utile solo per chi prevede di scrivere, sicché la moneta, cartacea o aurea, è utile solo perché prevedo lo scambio dei beni con essa attuabile.
Tuttavia questo elemento soggettivista in Auriti evita le aporie dell’idealismo, ossia l’indistinzione tra io e non-io, tra soggetto ed oggetto, laddove l’approccio soggettivo al giudizio di valore è riconnesso, nella sua teoria monetaria, al realismo filosofico, accreditato con certezza dalla tradizione teologica cattolica, per il quale l’ordine della realtà è dato, donato, e non costruito dal soggetto, perché l’io trova l’ordine intorno a sé ed indipendentemente da sé in quanto donato da un Amore Superiore. In tal modo in Auriti, pur fondandosi il giudizio di valore su un approccio alquanto soggettivista, viene mantenuta la distinzione ontologica tra soggetto ed oggetto, sul piano orizzontale, e quella tra Creatore e creatura, sull’Asse verticale.
Alcuni critici hanno contestato Auriti mettendo in rilievo che il potere d’acquisto della moneta cartacea non è dato tanto dall’accettazione fiduciaria di essa da parte dei cittadini, o un tempo dei sudditi, quanto, appunto, dal fatto che lo Stato impone ex lege, mediante il conio, il potere d’acquisto. Esistono – affermano detti critici – precise norme giuridiche le quali stabiliscono che i pagamenti debbano avvenire in moneta cartacea a corso legale, sicché se qualcuno non accettasse detta moneta nulla potrebbe pretendere, in sede giudiziaria, dal debitore il quale, a fronte del suo rifiuto di creditore, abbia deposto la somma oggetto del dovuto presso una banca o un notaio, a disposizione del creditore, liberandosi così dal debito. E’ pertanto, dicono i critici di Auriti, la legge a stabilire l’effetto liberatorio della moneta cartacea a corso legale e non la fiducia in essa riposta dai cittadini, ossia il “valore indotto”.
Altri critici, vicini alla Modern Money Theorie, fanno osservare che la moneta, cartacea o aurea, assume potere d’acquisto, quindi anche corso legale, in quanto è lo Stato a stabilire che le tasse ed i servizi pubblici possono essere pagati solo con la moneta a corso legale, cartacea o aurea, ossia quella imposta dallo Stato medesimo. Pertanto anche laddove i cittadini accettassero orizzontalmente, come mezzo di pagamento, un simbolo monetario diverso da quello ufficiale poi dovrebbero cambiare quel simbolo con quello legale, imposto dallo Stato, per pagare i tributi ed accedere ai servizi pubblici, ossia ogni qual volta essi entrassero in contatto con il Pubblico Potere. In effetti il “valore indotto”, storicamente, come si è visto, si è manifestato come “induzione” dei sudditi da parte del sovrano ad aver fiducia nella cartamoneta emessa dalla Banca, fino ad assumere, nel tempo, il carattere massimo di “induzione obbligatoria” con l’imposizione del corso forzoso per la moneta cartacea di origine bancaria.
Questi critici colgono senza dubbio alcuni aspetti del fenomeno monetario in qualche modo non ben chiaramente evidenziati da Auriti e tuttavia, a ben vedere, tali critiche non vanificano affatto la validità della teoria auritiana.
Auriti da civilista era portato a ragionare in termini di “convenzione” o di “contratto”, avvicinandosi sotto certi profili al contrattualismo sociale (del resto egli era di giovanile, benché poi superata, formazione culturale liberale), e dimenticava che nel “contratto sociale”, proprio perché essa impone una sola moneta, quella coniata ed a corso legale, con effetto liberatorio per il pagamento dei tributi e per la risoluzione inter-soggettiva tra cittadini dei rapporti creditizi, l’Autorità politica, lo Stato, entra a pieno titolo. L’Autorità politica della convenzione monetaria diventa, insieme ai cittadini, protagonista principale. Auriti troppo attento all’aspetto orizzontale del patto sociale dimenticava l’aspetto verticale altrettanto importante e cogente.
D’altro canto, però, in una concezione contrattualista, come quella alla quale in qualche modo la tesi auritiana si avvicina, la stessa legge, ad iniziare dalla costituzione, altro non è che l’espressione per eccellenza del contratto sociale. Sicché la legge che impone il corso legale del simbolo monetario, cartaceo o aureo, che quindi mediante il conio induce il potere d’acquisto nel simbolo, è essa stessa la convenzione sociale monetaria alla quale faceva riferimento Auriti. La legge, in altri termini, è essa stessa la convenzione tra i cittadini che attribuisce “valore” al simbolo monetario, cartaceo o aureo.
Qui, dal punto di vista cattolico che era quello che rivendicava Auriti per sé, si apre un delicato problema filosofico.
Non c’è alcun dubbio sulla adesione di Auriti alla fede cattolica. Egli, ad esempio, indicava nella proprietà popolare della moneta l’unico modo per realizzare concretamente la Dottrina Sociale Cattolica fondata sulla “proprietà per tutti” (Leone XIII) ossia sulla redistribuzione sociale, non sulla abolizione, della proprietà. Egli, infatti, spiegava che il “valore indotto” sotto il profilo giuridico si palesa come un “bene immateriale” ed, in quanto tale, oggetto del diritto di proprietà. Mentre la dottrina liberale, elaborata per i ricchi, concede a tutti formalmente la tutela e la garanzia del diritto di proprietà, ma non anche sostanzialmente la proprietà a tutti, e mentre la dottrina marxista, nel tentativo di garantire a tutti il godimento della proprietà finisce per negarne alla persona umana il diritto formale attribuendo ogni godimento di fatto delle proprietà nazionali alla nomenclatura del Partito Unico, impadronitosi dello Stato, la teoria popolare della moneta, sosteneva Auriti, attribuisce a ciascun cittadino sia il diritto di proprietà sia il contenuto sostanziale di tale diritto, ovvero il bene immateriale, il valore indotto o potere d’acquisto, contenuto nel simbolo monetario, realizzando così il “diritto (a contenuto) sociale” e la connessa redistribuzione dei beni auspicati dal Magistero della Chiesa.
Orbene, il ricorso da parte di Auriti al concetto giuridico di “convenzione monetaria”, come detto, finisce per avvicinarlo al contrattualismo sociale che non è proprio compatibile con l’idea cattolica della comunità politica. La quale nella concezione cattolica non è tale per contratto, come ritenevano Hobbes, Rousseau e Locke, pur ciascuno con le proprie peculiarità filosofiche, ma è tale per natura, come ritenevano invece l’Ipponate e l’Aquinate.
L’uomo per nascita e per status esistenziale appartiene sempre ad una o più comunità, una delle quali è la comunità politica che nella storia ha assunto forme diverse e da ultimo, nella modernità, quello dello Stato nazionale, attualmente in via di superamento post-moderno. L’appartenenza sociale dell’uomo non è mai una sua libera scelta o una sua decisione volontaria e soggettiva. Gli uomini non stipulano alcun fantomatico “contratto sociale” dal quale dipenderebbe ontologicamente la comunità e la stessa Autorità politica. Non è affatto il patto tra liberi ed eguali che da origine alla comunità politica. Essa ha origine per natura ossia per quella legge di natura da Dio infusa nella struttura creaturale dell’umanità.
Si nasce in una famiglia ed in una nazione, dunque si vive in un contesto politico, non per scelta né, come ritengono i contrattualisti, si può scegliere di rinnegare nascita ed origine per stabilire contrattualisticamente un’altra forma di convivenza sociale a proprio beneplacito. Anche le capacità e le doti che Dio dona a ciascuno di noi non sono una nostra scelta sicché persino l’appartenenza professionale, benché spesso imposta anche da altre circostanze sociali, non dipende esclusivamente dalle proprie soggettivistiche scelte ma dalla propria “vocazione” e, nell’attuale condizione post-adamitica, solo chi riesce a realizzarla conosce un approccio gioioso e non penoso al lavoro, a dimostrazione che, appunto, anche i talenti – che non a caso erano una moneta e furono usati nella nota parabola evangelica – sono un dato di natura e non una scelta volontaria. E’ molto importante ricordare questo oggi che le assurde teorie del gender vogliono far credere che persino la sessualità sarebbe una scelta volontaria, culturale, e non un dato di natura, sicché chiunque a proprio piacimento può decidere di essere uomo o donna indipendentemente dalla propria oggettiva sessualità di nascita.
Tuttavia, e con ciò vogliamo recuperare Auriti al suo dichiarato cattolicesimo, benché il fondamento del Politico sia per natura, e non per contratto, l’elemento soggettivo, dunque la volontà umana e quindi l’aspetto contrattuale, ha un suo ruolo anche nel contesto della dottrina cattolica sulla comunità politica purché resti salvo il fondamento di natura del Politico. In altri termini se la comunità politica non nasce per contratto, quel che dalle decisioni umane, quindi mediante forme contrattuali, possono nascere sono le deliberazioni che traducono dalla potenza all’atto il Politico, il quale però rimane, in essenza, un ambito naturale nel più vasto Kosmos molteplice, gerarchicamente disposto dallo Spirituale al materiale passando per lo psichico, della Creazione. La nascita del Regno d’Italia è stata proclamata nel 1871 e quella della forma repubblicana dello Stato italiano nel 1846 per deliberazione umana ma questo non significa che lo Stato, o meglio la Comunità Politica della quale lo Stato è solo la versione moderna, in sé, ontologicamente, abbia fondamento deliberativo, contrattuale, volontarista. La proclamazione del Regno d’Italia e quella della Repubblica Italiana sono stati solo la traduzione, questa sì per decisione umana, dalla potenza all’atto della Comunità Politica quale idea, o ente ideale, ontologicamente sussistente in Dio e riflessa, per natura, nella creazione e nella storia (se poi questa o quella comunità politica, questo o quello Stato, conformano i propri ordinamenti alla legge di natura, riflesso di quella eterna, è altro discorso, ben potendo la protervia umana imporre ordinamenti ad essa contrari). Si può, in proposito, fare il paragone con il matrimonio che è sacramentalmente indipendente dalla volontà umana, perché istituito da Dio, ma che si attua mediante il libero consenso dei nubendi. Così la comunità politica è di natura, quindi voluta da Dio, ma trova storicamente attuazione, nelle sue varie forme, anche per decisione umana.
Tenendo conto di questo, il presunto “contrattualismo” auritiano si rivela invece perfettamente conforme al tradizionale insegnamento cattolico sul Politico, laddove la “convenzione monetaria” venga intesa non quale fondamento soggettivista del fenomeno monetario, che invece dipende dal ruolo naturale attribuito da Dio, nel più vasto Ordine della Creazione, all’Autorità politica, espressione del corpo sociale dei cittadini e di cui la sovranità monetaria è attributo tra i principali, ma quale mero momento attuativo del fondamento naturale del fenomeno monetario nel suo passaggio ontologico dalla potenza all’atto.
Abbiamo detto che è inopportuna ogni diatriba tra scuole monetarie eterodosse, ciascuna delle quali coglie un dato di verità, a fronte dell’egemonia del mainstream classico e neoclassico.
Il mainstream riduce, con nostalgia materialista dell’oro, la moneta ad una merce laddove invece il suo carattere non merceologico è sempre stato un fatto evidente sin dal tempo della coniazione della moneta aurea la quale, prima di essere coniata per atto politico del sovrano, non era neanche moneta ma solo merce da baratto, ossia non possedeva il potere d’acquisto fiduciario (fiducia nell’accettazione del simbolo, in origine metallico, non per il suo valore intrinseco ma per accordo) garantito dall’Autorità politica.
Scollegare le teorie monetarie eterodosse, invece di coglierne le evidenti convergenze, non è mai un buon servizio alla causa della lotta all’egemonia usurocratica.
Auriti, per il quale la moneta era prima di tutto una fattispecie giuridica e solo dopo anche economica, svelando il “valore indotto” come spiegazione, ed altro nome, del “potere d’acquisto”, appartiene a pieno titolo al novero di coloro che rigettano il fondamento materialista dello strumento monetario ed accolgono la dematerializzazione della moneta come un grande passo dell’intelligenza umana il quale al pari di ogni atto dell’umana intelligenza, del tutto libera di accettarsi quale immagine di Dio o di annientarsi prometeicamente nel rifiuto di tale iconicità, può essere benefico o malefico a seconda della disposizione spirituale di apertura o di chiusura del cuore alla Verità rivelata.
La concezione del “valore indotto” quale “bene immateriale”, suscettibile di diritto di proprietà, pone Auriti tra i contestatori della moneta merce, e quindi tra i fautori della necessaria dematerializzazione dello strumento monetario, benché, per un altro verso, continui a sussistere in lui anche una concezione patrimoniale della moneta ma, appunto, non più materialistica.
Ora, per Auriti e per gli altri eterodossi della moneta il problema vero resta quello dell’ancoraggio della moneta, che non ha valore intrinseco, neanche nel caso della moneta aurea, a causa della materia dalla quale è costituita, ad un ordine etico eteronomo che chiama poi inevitabilmente in causa l’ambito del Politico e quello del Santo/Sacro. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano e che qui lasciamo solo quale accenno.
Auriti definiva la moneta “valore indotto/bene immateriale”, Ezra Pound “certificato di lavoro compiuto garantito dallo Stato”, Augusto Graziani “segno o simbolo di una promessa di pagamento”, Fernando Ritter “pseudo-capitale”, ma tutti avevano, ciascuno a modo suo, intuito il carattere non merceologico della moneta.
Anche la concezione di Gesell, secondo la definizione proposta dall’amico Andrea Cavalleri, per la quale la moneta è “unità di misura della proprietà” o “titolo in bianco di proprietà” appartiene al novero eterodosso della contestazione del carattere di merce della moneta. Perché è evidente che se essa serve ad acquistare i beni della produzione umana, del lavoro umano, sicché ciascuno mediante la moneta si appropria di una quota del lavoro sociale al cui ammontare globale ha contribuito con le sue fatiche da degnamente ricompensare, essa non è una merce, quindi non siamo in presenza di un baratto, ma uno strumento comunitario, un simbolo, al quale quella comunità ha deciso di attribuire, per fiducia e per disposizione normativa, il potere d’acquisto, nel quale ha deciso di indurre “valore indotto” determinato dall’accettazione popolare e dal corso forzoso e legale del simbolo in questione.
L’idea geselliana della moneta quale strumento di redistribuzione sociale dei beni prodotti da una comunità nazionale affonda le sue radici nel socialismo non marxista sulla scia tracciata da Joseph Proudhon con la sua proposta di una banca popolare, che altro poi non era che la riproposizione delle esperienze mutualistiche, caritative e solidaristiche già conosciute dalla Cristianità medioevale con gli antichi monti di pietà.
L’emergere a fine XIX secolo, sia in seno al cattolicesimo tradizionalista intransigente e sociale sia in seno al socialismo a-marxista, del movimento cooperativistico fondato sulla casse mutue e le banche popolari fu l’espressione di una sensibilità social-creditista, che più tardi il maggiore C. H. Douglas tentò, senza particolare successo, di strutturare scientificamente e politicamente. Sensibilità alla quale si ispirò anche Silvio Gesell quando, da ministro della effimera repubblica bavarese, introdusse la sua moneta prescrittibile, poi ripresa negli anni ’30, con notevoli pubblici vantaggi, dal sindaco del paesino austriaco di Wörgl.
Ecco perché mettere in opposizione Giacinto Auriti e Silvio Gesell, pur con le differenze tra essi riscontrabili che tuttavia non ne fanno dei nemici, non ha molto senso. Anche considerando che tra i due c’è Ezra Pound quale garante di una continuità di pensiero lungo una linea la quale non inizia con Gesell e non finisce con Auriti perché si tratta della atavica, primordiale, riflessione umana sul fenomeno monetario e le sue implicazioni etiche di giustizia.

Luigi Copertino

Decreto vaccini: Lorenzin e governo travolti dalle critiche, si preparano ricorsi ed esposti

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VACCINI

Il decreto sui vaccini approvato dal Consiglio dei Ministri è per il Codacons palesemente incostituzionale e verrà impugnato dall’associazione al fine di ottenerne l’annullamento presso la Consulta.
“La decisione del Governo, oltre a rappresentare un regalo alla lobby dei farmaci grazie all’estensione dei vaccini obbligatori, presenta diversi profili problematici – spiega il presidente Carlo Rienzi – La trasformazione delle vaccinazioni facoltative in obbligatorie costringerà a sottoporre i bambini ad una dose massiccia di vaccini, senza alcuna possibilità di una diagnostica prevaccinale, con conseguente incremento delle reazioni avverse che secondo l’Aifa solo nel 2013, per l’esavalente, sono state ben 1.343, di cui 141 gravi”.
“Ai rischi connessi ai trattamenti sanitari coattivi si aggiunge anche un pesante conflitto col diritto all’istruzione, oltre alla crescita abnorme dei costi per il SSN derivante dalle decisioni del Governo – prosegue Rienzi – Resta poi l’impossibilità di ricorrere ai vaccini in forma singola e l’indisponibilità sul mercato dell’antidifterico se non abbinato ad altri vaccini. Per tali motivi ricorreremo contro il decreto del CdM per portarlo alla Corte Costituzionale e, se necessario, anche alle Corti di giustizia europee”.

PARTECIPA AL CONVEGNO NAZIONALE DEL 3 GIUGNO A FIRENZE “LIBERTA’ DI CURA: UNA SCELTA EUROPEA”

“Siamo ormai al delirio sanitario: il Parlamento intervenga”. Dice a Il Fatto Quotidiano Antonio Affinita , il direttore generale del Moige, l’organizzazione che da 19 anni si occupa di protezione e sicurezza dei bambini all’interno della famiglia, con quasi 50mila genitori aderenti. Parla del decreto approvato venerdì in Consiglio dei Ministri che introduce da settembre l’obbligatorietà di 12 vaccini per l’età scolare (0-6 interdetto l’accesso, 7-16 anni sanzioni pecuniarie) che oltre a sanzioni salatissime contempla la più estrema: la sospensione della patria potestà. Il decreto prevede che il genitore inottemperante venga segnalato dall’ASL al Tribunale, laddove richiami e multe fino a 7.500 euro non bastassero. Pugno fermo e mano pesante è la linea, anche se il premier Gentiloni in persona ha più volte ribadito che “non c’è uno stato di emergenza ma una preoccupazione alla quale il governo intende rispondere”. La risposta però non piace affatto all’associazione dei genitori già critica sull’obbligatorietà dei vaccini.



 “La misura è colma, siamo al delirio sanitario. Il governo si mette contro 16 milioni di famiglie e la ministra Lorenzin, che mai le ha coinvolte a un tavolo per parlare di queste cose, agita lo spettro di multe superiori a quelle riservate a chi vende alcolici o tabacchi ai minori. E adesso perfino la patria potestà sui figli. Incredibile” dice Affinita. “Tutto questo per coprire anni di campagne di profilassi inefficaci e fallimentari perché non hanno voluto coinvolgere le famiglie che sono i grandi assenti delle politiche vaccinali intraprese dal Ministero della salute. Basti pensare all’ultimo tema e a come sono arrivati a certi provvedimenti, utilizzando il picco sanitario del morbillo per arrivare – in controtendenza al sistema europeo – a una misura senza precedenti e proporzioni“. Un fiume in piena: “Siamo al dirigismo statalista, arrivare a togliere i figli significa aver superato i limiti di ogni rispetto istituzionale. Come famiglie siamo a dir poco sconvolti dalle modalità di agire del governo. Lo dico senza mezzi termini: è crollato il rapporto fiduciario con le istituzioni e mi auguro che il Parlamento rimedi”. Insiste sul fatto che “le famiglie italiane possono essere trattate con questa coercizione”. Ricorda che l’Italia è nella top ten dei Paesi dove la mortalità infantile è più bassa. “I genitori italiani trattano i loro figli nel migliore dei modi. Non c’è nessuna dinamica di emergenza in termini di salute per i nostri figli, lo dice perfino Gentiloni. E allora proprio non riusciamo a capire cosa si sta facendo ma ci auguriamo che subito le forze politiche in Parlamento blocchino questo delirio”. E torna sul ministro Lorenzin. “Lo abbiamo sempre detto: sul tema delle vaccinazioni serve una grande conferenza nazionale di approfondimento che coinvolga tutte le forze in campo e si allinei su livelli europei. Per rispondere alle problematiche sui rischi da vaccinazione abbiamo chiesto di fare un’azione di sorveglianza attiva pin modo tale da rispondere in modo scientifico ai dubbi. Ma stiamo parlando di cose troppo raffinate per chi pensa di togliere i figli a quell’esigua minoranza di genitori che per motivi di principio o di libertà terapeutica decidono diversamente”.

Non è da meno Adriano Zaccagnini, deputato del MdP .

«Gentiloni ha permesso che passasse un decreto folle. L’allargamento a 12 vaccini obbligatori non esiste in nessun paese del mondo.  Siamo in balia di interessi economici fortissimi e mentre non c’è alcuna emergenza è stata creata ad arte una campagna mediatica per terrorizzare la popolazione.  Ci riuniremo e dirameremo le azioni da prendere per contrastare questa deriva autoritaria. Con l’unione potremo esprimere le ragioni del ‘Movimento per la libertà di scelta’. Siamo in cammino. Una strada difficile, mentre sembra ormai impossibile avere ancora fiducia nello Stato in seguito a queste misure che non prevedono alcuna scelta consapevole, ma una acritica adesione alle decisioni imposte da una ministra incapace e responsabile della mancanza di studi scientifici sul carico vaccinale e della farmacovigilanza necessaria».

«Un decreto legge che introduca la coercizione vaccinale per 12 vaccinazioni e arrivi a prevedere l’apertura di un procedimento per la sospensione della patria potestà dei genitori è da considerare un atto di fascismo sanitario» prosegue Zaccagnini .
«Siamo in balia di interessi economici fortissimi, alle case farmaceutiche verrà garantito un mercato in regime oligopolistico senza alcun rischio d’impresa e senza dover sostenere investimenti in ricerca indipendente per la sicurezza dei vaccini che, va ricordato, contengono adiuvanti come i metalli pesanti e che hanno sempre una dose di rischio nella loro assunzione.  Tutto questo accade mentre non c’è alcuna emergenza che legittimi la decretazione di urgenza. È stata invece creata ad arte una campagna mediatica per terrorizzare la popolazione e creare il contesto comunicativo e gli allarmismi per arrivare a questo decreto. Le istituzioni democratiche repubblicane hanno compiuto un passo scellerato verso la compressione di fondamentali diritti costituzionali. È un ulteriore passo verso uno stato tecnocratico totalitario che censura l’autonomia di scelta dei cittadini, dei medici e nel caso specifico dei genitori. Un passo che porterà alla definitiva perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche da parte di migliaia di persone.”



Sul decreto del 18 maggio interviene anche l’avvocato Luca Ventaloro dell’associazione Comilva e lo fa individuando alcuni punti salienti sui quali propone di riflettere.

«1) Le vaccinazioni obbligatorie diventano 12 (senza alcuna ricerca, studio, esame preventivo… niente di niente : 12 vaccini)

2) Saranno condizione di ammissione alle comunità infantili, ovvero asili nido e scuole materne

3) Saranno richieste anche per le scuole elementari e sino alla seconda superiore. Chi non le avrà effettuate sarà ammesso, ma i genitori saranno sottoposti ad una sanzione di diverse migliaia di euro. Quindi : la scuola pubblica sarà solo per obiettori molto RICCHI . Del tutto INCOSTITUZIONALE (come il resto)

4) Quindi non pare proprio questo il modo di fare effetto gregge, ma di fare “cassa”, spaventando i cittadini ed i bambini, e demolendo Scuola e Costituzione.

5) Il Governo non propone queste leggi illiberali al Paese attraverso un approfondimento da parte della società civile, o del Parlamento, per una doverosa discussione che questi temi così delicati, relativi alle persone, e di rango costituzionale, meriterebbero. Procede dritto con DECRETO e colpi di fiducia.  W la democrazia parlamentare !

6) Il Governo, deliberatamente, senza alcuna discussione parlamentare, ha deciso di andare allo scontro con milioni di cittadini e attaccando le Libertà costituzionali. Ha di fatto creato una frattura enorme nella popolazione. E sconcerto nei giuristi.

7) Come ci si coordinerà con i Paesi europei in cui questa legislazione repressiva e infondata non esiste ?

8) Il decreto legge viene emanato dal Governo in caso d’urgenza, senza delega parlamentare, ma proprio per questo il decreto legge deve essere ‘convertito in legge’ (cioè trasformato in una legge ordinaria) dal Parlamento entro 60 giorni : in caso contrario ‘decade’ e cessa di essere in vigore. (artt. 76 e 77 Cost.)

9) Non sussisteva alcuna emergenza normativa, poichè al momento non c’è alcuna emergenza sanitaria. Questo è un dato perentorio e indiscutibile

10) Vedremo cosa dirà la Corte Costituzionale allorquando il Decreto sarà convertito in legge. Se sarà convertito.

11) Ora la Scuola pubblica è divenuta il luogo principe della “discriminazione per censo e reddito”

12) Le comunità infantili ora saranno il luogo dei virus e delle malattie da reazione avversa, senza avere attivato alcuno studio o ricerca su rischi e benefici dei vaccini

13) Rimedi legali : Esame da parte della Corte Costituzionale – Esposto per procurato allarme – Impugnazione delle sanzioni irrogate ai genitori  Sarà residualmente possibile, salvo diverso parere, attivare il Giudice ordinario territoriale (Tribunale), per la lesione dei dirtti alla persona (Cost.) e altri, confidando che il Giudice sollevi il conflitto di costituzionalità. Perde di importanza ogni Ricorso al TAR, salvo casi particolari

Queste riflessioni “a caldo”, sono aperte ai contributi di colleghi, di magistrati e di cittadini».

«L’obbligo vaccinale proposto dalla Lorenzin è da Stato terapeutico illiberale ed esprime una mentalità fascista e autoritaria» afferma il Comitato Organico Potenziamento , gruppo all’interno della scuola.

«Una precisazione preliminare di carattere logico: se ammettiamo che i vaccini siano efficaci, i genitori che hanno figli vaccinati non dovrebbero preoccuparsi di nulla in quanto i loro figli non dovrebbero poter contrarre nessuna delle malattie per le quali sono vaccinati; se invece i vaccini sono inefficaci, allora è inutile imporre l’obbligatorietà dei vaccini. Questa è anche la logica di quei tanti paesi civili (come Austria, Danimarca, Svezia, Olanda) che non impongono alcun obbligo vaccinale» dice il gruppo .

«Fantomatiche epidemie e veri o presunti pericoli per la sicurezza sono gli strumenti che alimentano enormi profitti, compresi quelli del medical industrial complex, e che vengono utilizzati dagli Stati per sopprimere le libertà senza che i cittadini possano esprimere alcuna forma di dissenso. Con un provvedimento liberticida, la Lorenzin “in nome della salute” vuole impedire a dei cittadini italiani (che con le loro tasse hanno pagato nel tempo le scuole italiane e oggi si ritrovano anche a pagare lo stipendio della Lorenzin) di fruire del sistema di istruzione pubblico: un fatto di una gravità inaudita, e non solo per quei genitori che decidono di non vaccinare i propri figli, ma per tutti i cittadini, nessuno escluso. Senza voler approfondire in questa sede i principi costituzionali della questione, diciamo che è lo stesso principio personalista, che caratterizza la Costituzione e che, per usare le parole di Valerio Onida, «esprime soprattutto una priorità di valore: non la persona è per lo Stato (o per la nazione, o per qualche altra entità collettiva), ma lo Stato è per la persona», a impedire ogni strumentalizzazione della persona umana per finalità eteronome e assorbenti, fossero anche il benessere e l’ordine sociale: la persona è un valore etico in sé, è un fine e non un mezzo dell’azione dei pubblici poteri. Se dimentichiamo tale principio apriamo la strada allo Stato terapeutico illiberale. La Scuola pubblica italiana dovrebbe avere il coraggio di dissentire dalla Lorenzin e di non applicare il suo decreto, ricordando il coraggio di quei docenti che in tempi difficili rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo».

di Terra Nuova



LO AMMETTE ANCHE LA MERKEL: CON L’EURO LA GERMANIA È FORTISSIMA

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Angela Merkel

Alla fine lo ha ammesso anche Angela Merkel: l’euro ha reso la Germania economicamente fortissima. Non che ci fossero dubbi. Tuttavia non era mai accaduto prima che ci fosse il riconoscimento esplicito da parte del capo del governo tedesco della superiorità del suo Paese… Quanti adesso continuano a parlare di solidarietà europea sono serviti.

Non è nemmeno da escludere che le parole siano andate anche oltre le intenzioni della cancelliera. Parlava ai ragazzi di una scuola di Berlino e questo probabilmente ha allentato un po’ i freni. Così ha ammesso che l’euro è fin troppo debole. La causa? La politica monetaria molto accomodante della Bce, che ha reso le esportazioni tedesche troppo a buon mercato. Per questo l’avanzo commerciale è così alto e un aumento degli investimenti in Germania contribuirebbe a ridurlo. Le imprese, però, non lo fanno perché a loro va bene così. Vendono all’estero come mai in passato. Perché dovrebbero spendere altri soldi? Meglio tenersi in cassa. In pratica il ragionamento della Merkel dà ragione a coloro che considerano l’attuale politica europea solo un mezzo per arricchire la Germania. L’euro, infatti, è stato costruito a misura delle esigenze dell’economia tedesca e il risultato è stato anche superiore alle attese. A fronte di questo vantaggio non c’è stato alcun gesto di generosità Non gli eurobond e nemmeno il fondo europeo per la disoccupazione. Nulla. Berlino ha preso tutto quello che ha potuto e non ha restituito nulla se non la richiesta di nuovi sacrifici per i partner,austerità e tasse.

Ora il progetto si sta completando con la richiesta di mettere Jens Weidmann come capo della Bce quando scadrà il mandato di Mario Draghi. In questa maniera anche la politica monetaria della Ue sarebbe governata dalla Germania senza più intermediari. L’obiettivo finale è quello di far risalire l’euro per mettere fuori dal mercato tutti i partner ed esaltare il ruolo della Germania. Il ragionamento è il seguente: l’euro a 1,1 sul dollaro è una medicina per tutti. Secondo le analisi che erano state fatte dal Cer l’Italia per essere competitiva deve tenere il cambio sotto la soglia di 1,2. La Francia può arrivare fino a 1,24. La Germania non ha problemi fino a 1,40. Che cosa allora di più semplice che mettere un tedesco a capo della Bce e riportare l’euro fra 1.30 e 1.40? Così sul mercato resterebbero solo le imprese tedesche.

 



Vaccino esavalente, ecco il documento “riservato” Glaxo che cita l’autismo

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VACCINI

Il Tribunale di Milano ha stabilito che il ministero della Salute dovrà versare un assegno a un bimbo di 9 anni affetto dalla malattia dopo che nel 2006 ipotizzando una correlazione con il farmaco Infanrix Hexa Sk. Ilfattoquotidiano.it ha letto il documento della casa produttrice che cita tutte le possibili reazioni avverse.

Fa discutere la sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che afferma l’esistenza di “un nesso causale” tra il vaccino esavalente Infanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomelite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e condanna il ministero della Salute (che ha “adottato” questo farmaco) a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il vaccino.
La sentenza cita la perizia del medico legale Alberto Tornatore, nominato dal Tribunale milanese, il quale sottolinea che “è probabile, in misura certamente superiore al contrario, che il disturbo autistico del piccolo sia stato causato, o almeno concausato dal vaccino Infranrix Hexa Sk”, e che questo vaccino “mostra una specifica idoneità lesiva per il disturbo autistico”.
La relazione del medico legale fa riferimento a “un poderoso documento riservato della GlaxoSmithKline (GSK)”. Un documento “confidenziale rivolto agli enti regolatori”, di 1271 pagine, quasi interamente tabelle, datato 16 dicembre 2011, che IlFattoQuotidiano.it ha avuto modo di analizzare (qui è possibile leggere la versione integrale). Le tabelle mostrano i cosiddetti “eventi avversi dell’Infanrix Hexa Sk”, gli effetti collaterali del vaccino esavalente “emersi nel corso della sperimentazione clinica pre-autorizzazione o successivamente, fra l’ottobre 2009 e lo stesso mese del 2011”. Il perito del Tribunale milanese fa in particolare riferimento a “cinque casi di autismo segnalati durante i trial, ma omessi dall’elenco degli effetti avversi sottoposto alle autorità sanitarie per l’autorizzazione al commercio”.
Il documento della Glaxo è basato su 1.742 referti medici internazionali, provenienti da 41 Paesi, in prevalenza Italia, Germania e Francia, inviati “spontaneamente” nel corso del biennio 2009-2011. Secondo l’indagine, a partire dal 2000, anno di lancio del vaccino esavalente approvato in 92 Paesi, sono state distribuite complessivamente più di 70 milioni di dosi e sono tra 6 e 24 milioni – un numero variabile in base al dosaggio raccomandato – i bambini vaccinati. Il documento presenta, in forma di tabelle, le “reazioni avverse al vaccino” elencate nelle varie relazioni mediche redatte dopo la vaccinazione: 3825 casi differenti di complicazioni mediche, relative a diversi apparati del corpo, come il sistema cardiovascolare, nervoso, respiratorio, o immunitario. Di questi 559 sono considerati più gravi, ma solo 56 sono elencati nel documento ufficiale. Nelle tabelle si fa riferimento anche all’autismo, inserito tra i cosiddetti “disordini mentali”, e ai cinque casi citati dal perito del Tribunale. Il rapporto si conclude affermando che “il profilo beneficio/rischio dell’Infanrix hexa continua a essere favorevole”. Manca, però, una descrizione dettagliata dei casi e della correlazione con l’autismo, malattia che in Italia colpisce circa 600mila persone.
Una correlazione che fa discutere, mai dimostrata scientificamente, tanto da spingere l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad affermare che “I dati epidemiologici disponibili indicano che non ci sono prove che suggeriscono che qualsiasi vaccino dell’infanzia possa aumentare il rischio di disturbi dello spettro autistico e che, in base a revisioni commissionate dall’Oms, non vi è alcuna associazione tra l’uso di conservanti come il Thimerosal, che contiene etilmercurio nei vaccini e disturbi dello spettro autistico”.
Proprio il mercurio è adesso finito sul banco degli imputati nella sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano. In attesa di nuovi progressi della ricerca, soprattutto sulle cause all’origine della malattia, ancora in parte sconosciute, c’è da giurare che le polemiche non si placheranno. Il ministero della Salute, infatti, contrariamente a quanto circolato inizialmente, ha preannunciato di aver presentato ricorso in appello contro la sentenza milanese, affermando in un comunicato che “sono destituite di ogni fondamento le dichiarazioni attribuite dalla stampa al difensore del ricorrente, secondo cui la sentenza sarebbe ormai passata in giudicato”.



Forse Trump è semplicemente stupido

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trump

Quando fu eletto presidente degli Stati Uniti, ci domandammo tutti se non fosse solo uno sbruffone, volgare e incompetente, o se invece dietro i suoi atteggiamenti poco eleganti si nascondesse magari un furbacchione stagionato.

A quattro mesi dalla sua elezione una cosa la si può dire con certezza: Donald Trump non ci nasconde assolutamente nulla, ma è semplicemente quello che è: una persona di intelligenza mediocre, assolutamente impreparato ad occupare il ruolo che gli è stato assegnato. E’ un uomo chiaramente in balia di forze più grandi di lui, che cerca disperatamente di stare a galla in qualche modo.

Che non sappia minimamente concepire una strategia, lo si è visto chiaramente nel caso del licenziamento di Comey. Credeva semplicemente di liberarsene licenziandolo in tronco, come se si trovasse all’interno di una puntata del suo show televisivo, ma non aveva calcolato il ritorno di fiamma da parte dell’ex-capo dell’FBI, e ora rischia seriamente di essere messo sotto impeachment per aver chiesto a Comey di mettere fine alle indagini sul Russia-Gate.

E ora che è praticamente scappato all’estero, pur di uscire in qualche modo dal vortice delle gaffe quotidiane che lo stava travolgendo a Washington, sta facendo una pessima figura anche sul piano internazionale.

Arrivato a Ryad con in tasca un contratto di vendita di armi ai sauditi per 110 miliardi di dollari, il buon Donald non ha trovato di meglio che fare un discorsetto paternalistico ai suoi alleati arabi, chiedendogli sostanzialmente di “unire le forze per combattere tutti insieme il terrorismo islamico”. Chissà le risate che si sono fatti i sauditi sotto i baffi, quando fingevano di annuire compiacenti, mentre sapevano benissimo che erano stati proprio loro a finanziare quello che oggi viene chiamato ISIS.

Non contento, The Donald è riuscito addirittura ad accusare l’Iran di essere loro i fomentatori principali del terrorismo internazionale. E dopo aver scavato ancora più profonda la fossa fra sunniti e sciiti – schierandosi apertamente dalla parte dei primi – Trump è andato in Israele, “per promuovere il processo di pace fra Israele e Palestina”.

Dopodiché ha rivelato al mondo il suo piano geniale per raggiungere questa pace in pochissimo tempo: “Incontratevi – ha detto sostanzialmente – e mettetevi d’accordo”, dimenticandosi del piccolo particolare che sono almeno tre anni che palestinesi e israeliani non si parlano direttamente. Poi ha indossato la kippah ed è andato ad infilare un bigliettino con su scritto chissà cosa fra le pietre del Muro del Pianto.

Insomma, siamo di fronte ad un totale dilettante, che non ha la minima idea di quello che sta accadendo nel mondo, e che riesce continuamente a sfuggire alle proprie responsabilità con battutine e facile sarcasmo.

Certo, se avesse vinto la Clinton avremmo avuto una vera e propria vipera al comando del mondo. Ma da questo zuzzurellone col parrucchino e la pelle arancione ci saremmo anche potuti aspettare qualcosa di più.

Massimo Mazzucco



Manchester, attentato al concerto di Ariana Grande: 22 morti, 59 feriti

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ATTENTATO MANCHESTER

MANCHESTER – Sangue e terrore alla fine di un concerto di Ariana Grande, in una Manchester Arena colma di giovani e giovanissimi. Un’esplosione, forse due, o forse un secondo ordigno inesploso. Ventidue i morti confermati, 59 i feriti e panico per le migliaia di persone presenti nel palazzetto. Numerose le persone ancora disperse.

La polizia ha confermato che si tratta di un atto di terrorismo e ha detto che fra le vittime ci sono dei bambini. Secondo quanto riportano alcuni media, potrebbe trattarsi di una bomba “farcita di chiodi”, ma gli investigatori sono quasi certi: “L’attacco è stato effettuato da un solo uomo che è morto nell’attentato”. L’esplosione sarebbe avvenuta nel foyer del palazzetto, poco dopo le 22.30, subito dopo la fine del concerto.

Le testimonianze sono confuse, e si sono accavallate sui social sin dai primi minuti. Alcune persone hanno parlato di esplosioni, altri di rumore di spari. Altri affermavano che si trattava dello scoppio di un altoparlante, ma ormai è evidente che si è trattato di qualcosa di più grave, un atto deliberato. La folla si è gettata fuori dall’edificio, invadendo le strade e la vicina stazione metro (video).

La polizia ha subito parlato di “un serio incidente” e ha chiesto alla popolazione di tenersi alla larga dalla zona dell’Arena. Sul posto c’è un team di artificieri e un secondo sospetto ordigno è stato trovato nei Cathedral Gardens, un giardino nei pressi dell’Arena: lo hanno fatto brillare, ma non era un pacco esplosivo, solo vestiti abbandonati.

Alcuni media inglesi parlano di una persona fermata e di un sospetto ordigno in una fermata della metropolitana, ma mancano conferme.

Manchester, paura all’Arena per presunte esplosioni: la folla fugge impaurita

Molti i mezzi della polizia, decine le ambulanze che sono arrivate sul luogo, mentre un elicottero sorvolava la zona. I servizi di sicurezza hanno fatto sapere che la vicina stazione di Manchester Victoria è stata chiusa, e i treni in transito a Manchester sono stati deviati. Al Wythenshawe Hospital un’infermiera ha chiesto alle persone non gravi in attesa al pronto soccorso di andare in altri ospedali perché “c’è stata un’esplosione e aspettiamo molti feriti”.

Una donna presente al concerto, Evie Brewster, ha detto al Mail Online: “Ariana Grande aveva appena terminato la sua ultima canzone e aveva lasciato il palco quando abbiamo sentito una grande esplosione. All’improvviso tutti hanno iniziato a urlare e a correre verso l’uscita”. David Richardson era al concerto con sua figlia Emily e racconta al Manchester Evening News: “Le persone stavano iniziando a uscire, mi sono girato a sinistra e ho sentito un’esplosione. Era a 12 metri da noi, vicino a un’uscita. Abbiamo pensato che fossero persone che facevano casino, quando si è sentita un’altra esplosione. A quel punto abbiamo visto fumo, tutti sono scappati”.

Paul Britton, reporter del MEN, racconta che molti genitori stanno consolando i loro figli spaventati e in lacrime per strada.

Gb, ‘esplosioni’ alla Manchester Arena: la lunga fila di ambulanze

Facebook ha attivato per le persone che erano nella zona colpita dall’attentato il suo Safety Check, la funzione per comunicare ai propri amici che non si è rimasti colpiti dall’esplosione.I tassisti della città hanno offerto corse gratis per tutta la notte per chi doveva tornare a casa o cercava parenti o amici coinvolti nell’attentato. La polizia ha anche attivato una linea telefonica di emergenza per le persone che stanno cercando gli spettatori dispersi. Sono infatti decine le persone che hanno perso i contatti con i familiari, comprese quelle ricoverate in ospedale.  L’Unita’ di crisi della Farnesina e l’Ambasciata d’Italia a Londra sono in stretto contatto con le autorità inglesi per verificare l’eventuale presenza di italiani e prestare ogni possibile assistenza ai connazionali presenti nel Regno Unito.

Le prime parole della politica inglese, nel pieno della campagna elettorale per il voto dell’8 giugno, arrivano dalla premier, Theresa May che ha parlato di un attentato “orribile” e ha annunciato che sospenderà le attività in vista del voto. Decisione condivisa anche dal leader laburista Jeremy Corbin. Il sindaco di Manchester, Andy Burnham ha dichiarato: “Il mio cuore è con le famiglie che hanno perso i loro cari. La mia ammirazione è per i nostri coraggiosi servizi di soccorso. Una notte terribile per la nostra grande città”.

Alle 9 di mattina (ora di Londra) la premier May presiederà il comitato britannico di emergenza per la sicurezza ‘Cobra’. Lo ha reso noto Downing Street, confermando che la polizia sta trattando l’incidente come un attentato terroristico. Siti jihadisti festeggiano l’attentato compiuto nella notte a Manchester, anche se ancora nessun gruppo ha rivendicato la strage. Lo riporta Site, il sito che monitora l’attività jihadista della galassia estremista. Secondo Site, sui canali di sostegno all’Isis, circola  anche un video che ritrarrebbe il kamikaze, con il volto coperto, presunto autore della strage. A novembre l’Isis aveva diffuso un video con istruzioni dettagliate su come fare una bomba.

Con i suoi 21mila posti, la Manchester Arena – il nome completo è Manchester Evening News Arena – è il secondo palazzetto più grande d’Europa (il primo è ad Anversa). Il concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager, era la prima tappa europea del tour mondiale dell’artista. La cantante ha fatto sapere di stare bene ma è “inconsolabile” e “devastata”, secondo quanto riferisce il sito Tmz. Il concerto di giovedì alla O2 Arena di Londra è ora in forse: “Non è in condizioni di esibirsi”. L’attentato recente più grave in Europa per quanto riguarda il numero di vittime è stato l’assalto alla sala concerti del Bataclan a Parigi nel novembre del 2015. In quell’occasione attorno alla sala e nelle vie limitrofe furono uccise a colpi di arma da fuoco oltre 90 persone. Nell’estate 2005 morino invece in una serie di attacchi suicidi nella metropolitana di Londra 52 persone.



Charlie Hebdo: sarà tolto il “sécret-défense” su chi fornì le armi?

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CHARLIE HEBDO

In attesa di sapere il mandante del  mega-attentato di Manchester: se ci diranno che è stato Assad, o il terrorismo “iraniano”, sarà in continuità narrativa con la linea dettata da Trump a Ryad. Intanto però – giusto per ricordare che i mandanti degli attentati islamici non sono mai tanto chiari – proprio in questi giorni in Francia rigurgita il “segreto militare” (sécret défense) che il ministro dell’Interno di Hollande oppose per impedire indagini sulla fornitura delle armi ai fratelli Kouachi (ritenuti i massacratori che Charlie Hebdo) e di Coulibaly (il negretto che si asserraglio dentro l’Hyper-Casher  di Parigi).

Proprio in quel negozio ebraico, a cose fatte ed ammazzato in diretta eurovisione  il “terrorista Coulibaly” il 9 gennaio 2015, furono trovate quattro pistole Tokarev e un fucile d’assalto. Come se l’era procurate il terrorista islamico improvvisamente radicalizzato? Da una ditta di Charleroy che fa questo strano mestiere: compra partite di armi “demilitarizzate” in Slovacchia o paesi simili, attraverso vari giri e intermediari. La ditta appartiene alla compagna di un personaggio di nome Claude Hermant. Ex pugile, a suo dire mercenario per lo SDECE nel Congo anni ’90, guardaspalle del Front National nel Nord, Hermant è subito variamente definito “informatore della polizia doganale”, o “barbouze” – termine che originariamente indicava privati assoldati dai servizi e Gendarmerie nella lotta clandestina contro l’OAS, che agivano con metodi che non possono essere usati ufficialmente. Claude Hermant si difende dicendo: era per conto della polizia doganale e poi della gendarmeria che mi fornivo delle armi demilitarizzate, sotto stretto controllo del mio funzionario di contatto, con l’obbiettivo di infiltrare le cosche mafiose.  E’ stato probabilmente lui a “remilitarizzare” (illegalmente) le armi; è un esperto. Ma Hermant ha dalla sua alcune mail dove almeno tre poliziotti lo trattano amichevolmente e confidenzialmente a proposito di certi convogli di armi in movimento su strade ed autostrade di cui lui  li ha informati, e (guarda la disdetta) spesso la polizia non è riuscita ad intercettare.

A questo punto dell’indagine –  è il giugno 2015 – Bernard Cazeneuve, ministro  dell’Interno, impone su di essa il “sécret-défense”. I media e i partiti politici sono ben lieti di seppellire il fatto nel silenzio. Per due anni. Adesso però il silenzio è stato rotto clamorosamente dall’avvocato difensore di Herman, Maxime Moulin: che il 2 maggio scorso ha chiesto formalmente alla Procura che venga tolto il “sécret”, che impedisce la difesa del suo cliente, e accusa formalmente il ministero dell’Interno di “mettere in pericolo altre vite”. “Vogliamo vedere l’integralità dei rapporti che di contatto [fra  Hermant e i suoi agenti trattanti]. Devono rendere conto. Adesso aspettiamo di vedere cosa s’inventano le autorità per puntellare la narrativa ufficiale.

La  quale, giova ricordare, faceva acqua fin dal principio.

Anzitutto i fratelli Kouachi, quelli che da freddi professionisti sterminano la redazione di Charlie Hebdo – e poi dimenticano nell’auto  la carta d’identità di uno di loro. Fra l’altro, abbandonano l’auto proprio davanti al “Patistory,  che è un ristorante-pasticceria kasher, che è uno dei sette punti-vendita (7 in tutta la Francia) dei biglietti per un gala annuale che ha lo scopo di raccogliere fondi per l’armata israeliana, il glorioso Tsahal. Il gran ballo è organizzato dall’associazione Migdal, un’entità sionista che per esempio ha donato «450 giubbotti antiproiettile, la consegna di oltre 20 mila pacchi d’amore per i soldati di Tsahal combattenti…». Insomma il luogo ideale dove eventuali kidonim (gli assassini professionali del Mossad) possono trovare assistenza e sparire”, dopo aver “dimenticato” la carta d’identià di un Kouachi nell’auto.

Altro piccolo dettaglio: “La  catena israeliana i24News, Patrick di Drahi, miliardario franco-israeliano residente in Svizzera, è stata la prima a rivelare che gli autori dell’attentato avvenuto da poche ore erano due franco-algerini e si chiamavano Kouachi. Coincidenza, era anche il primo giorno che la i24News cominciava a trasmettere in Francia. Manifesti pubblicitari che lo annunciavano erano stati affissi la mattina stessa dell’attentato, il 7 gennaio. Uno scoop il primo giorno, che fortuna”.

Verrà fuori che anche le armi dei Kouachi vengono dalle partite trattate da Hermant. Che i Kouachi erano noti da anni come “radicalizzati” dalle polizie e dai servizi “per i loro contatti diretti con dirigenti di Al Qaeda nella Penisola arabica” (ossia – ricordiamolo – di quella Al Qaeda pagata dai francesi per rovesciare Assad, che “sul terreno fa un buon lavoro”, come disse il ministro degli Esteri Laurent Fabius).

E quando nella stessa giornata in cui i fratelli vengono braccati e in fuga, un negretto di nome Amedy Coulibaly si asserraglia nell’Hiper-casher di Parigi, attirando le telecamere di tutta Europa, ecco che si scopre una strana circostanza. “I padrone dell’Hyper Cacher aveva ceduto la sua ditta giorni prima che Coulibaly vi facesse irruzione prendendo ostaggi gli avventori del negozio di Porte de Vincennes. Lo ha rivelato incidentalmente un giornale americano, il New York Post del 21 gennaio, perché è stato l’unico ad intervistare il proprietario: costui, di nome Michel Edmon Mimoun Emsalem, è infatti da poco cittadino statunitense. Ha trasferito tutta la famiglia a New York diversi mesi prima dell’attentato, per «metterla al sicuro dall’antisemitismo francese».

Gli ebrei sono stati così tanto perseguitati, che hanno acquistato una sensibilità paranormale. Anche il Bataclàn  apparteneva alla famiglia ebraica Touitou – che colta da presentimento l’ha venduto poche settimane prima della strage: lo possedeva dal 1976. Lo ha venduto l’11 settembre, per trasferirsi in Sion. Il 13 novembre, la strage. Occorre ricordare che il settimanale Charlie Hebdo, in fallimento, era stato acquistato dalla famiglia Rotschild? Sicché “un giornalaccio che vendeva a malapena qualche migliaio di copie, dopo l’attentato di colpo è passato a venderne 7 milioni. Un ottimo affare del tutto imprevisto”, scrivemmo allora.

Charlie Hebdo: le Coincidenze Ebraiche (di Maurizio Blondet)

Negli attentati islamici c’è chi ha fortuna, e chi ha disgrazia. Sicuramente ha avuto sfortuna il povero Amedy Coulibaly, diventato islamista benché poche settimane prima avesse fatto una fila per stringere la mano a Sarkozy…In questo video, si può vedere come sia stato trucidato mentre aveva i polsi ammanettati. Ricordare per credere.

E adesso aspettiamo a piè fermo l’attribuzione della strage di Manchester.



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