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giovedì, giugno 29, 2017
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Lettera dal Venezuela alle italiane e agli italiani

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VENEZUELA

Pubblichiamo una importante lettera sottoscritta da diversi connazionali in Venezuela e inviata agli italiani, sulla strumentalizzazione della “presenza italiana” in questo paese – fatta in più occasioni anche da dirigenti politici e di Governo – e sulla (dis)informazione a senso unico che è rilanciata dai maggiori media italiani sul paese sudamericano. (Segue testo integrale)

“Care italiane, cari italiani, cari connazionali,

leggendo nei siti on line di gran parte dei quotidiani italiani ed ascoltando i report radiofonici e televisivi emessi dalla Rai e da altre catene, abbiamo purtroppo registrato che rispetto ai fatti venezuelani, vige una informazione a senso unico che rilancia esclusivamente le posizioni e le interpretazioni di una delle parti che si confrontano.

Abbiamo anche letto e ascoltato spesso che l’attenzione prestata alla situazione venezuelana viene giustificata per la presenza in Venezuela di una “consistente comunità italiana o di origine italiana” in sofferenza e che sembrerebbe essere accomunata in modo unanime alle posizioni dell’opposizione.

Noi sottoscrittori di questa lettera, siamo membri di questa comunità. Ma interpretiamo in modo assai diverso l’origine e le cause della grave situazione che attraversa il paese dove viviamo da tanti anni e dove abbiamo costruito la nostra vita e formato le nostre famiglie. Siamo in questo paese perché vi siamo arrivati direttamente o perché siamo figli e nipoti di emigrati italiani che raggiunsero il Venezuela nel dopoguerra per emanciparsi dalla situazione di povertà o di mancanza di opportunità e di lavoro in Italia.

In tanti abbiamo condiviso e accompagnato il progetto di socialismo bolivariano proposto da Chavez e proseguito da Maduro, sia come militanti o elettori, sia partecipando direttamente il progetto di un Venezuela più giusto e solidale.

Ciò che era ed è per noi inaccettabile è che in un paese così bello e ricco di risorse e di potenzialità, decine di milioni di persone vivessero da oltre un secolo in una situazione di oggettiva apartheid, al di fuori da ogni opportunità di emancipazione sociale e quindi senza i diritti essenziali che sono quelli di una vita dignitosa, cioè quello delle reali condizioni di vita, di lavoro, di educazione, di servizi sanitari pubblici, di pensioni per tutti.

Questa situazione è durata in Venezuela per oltre 100 anni e bisogna chiedersi perché, soltanto all’inizio di questo secolo, con Hugo Chavez, per la prima volta nella storia di questo paese, questi problemi sono stati affrontati in modo deciso. E come mai, prima, questo non era accaduto. Chi oggi manifesta nelle strade dei quartieri ricchi delle città del nostro paese, gridando “libertà!” dove stava, cosa faceva, di cosa si occupava, prima che Chavez fosse eletto in libere elezioni democratiche ?

In questi anni, diverse agenzie dell’Onu e l’Onu stessa, hanno certificato che il Venezuela è stato tra i primi paesi al mondo nella lotta alla povertà, all’analfabetismo, alla mortalità infantile, raggiungendo risultati che non hanno confronti per la loro entità, rapidità e qualità.

Si citano la mancanza di prodotti di primo consumo e di farmaci, ma nessuno dice che è in atto una azione coordinata di accaparramento e di speculazione che ha fatto lievitare i prezzi e fatto crescere in modo esponenziale l’inflazione. Chi ha in mano il settore dell’importazione di questi prodotti ? Alcune grandi e medie imprese private per giunta sovvenzionate dallo Stato. La penuria di questi prodotti è in realtà l’effetto dell’inefficienza di questi gruppi privati nel migliore dei casi, o piuttosto dell’uso politico che essi stanno operando, analogamente a quanto avvenne in Cile, nel 1973 per abbattere il governo democratico di Allende.

E’ evidente che l’obiettivo principale di questa specie di rivolta dei ricchi (perché dovete sapere che le rivolte sono situate solo nei quartieri ricchi delle nostre città) sia rimettere in discussione tutte le conquiste sociali raggiunte in questi anni, svendere la nostra impresa petrolifera e le altre imprese nascenti che operano in settori strategici, come il gas, l’oro, il coltan, il torio scoperti recentemente e in grandi quantità nel bacino del cosiddetto arco minero: l’obiettivo di questi settori sociali è tornare al loro mitico passato, un passato feudale in cui una piccola elite godeva di tanti privilegi e comandava sul paese, mentre decine di milioni languivano nell’indigenza.

Noi non abbiamo una verità da trasmettervi; abbiamo però tante cose che possiamo raccontare e far conoscere agli italiani in Italia. Che possiamo dire ai vostri giornalisti e ai vostri media. A partire dal fatto che la comunità italiana non è, come oggi si vuol dare ad intendere, schierata con i violenti e con i vandali che distruggono le infrastrutture del paese o con i criminali che hanno progettato e che guidano le cosiddette proteste che non hanno proprio nulla di pacifico.

La comunità italiana in Venezuela è composta di circa 150 mila cittadini di passaporto e oltre 2 milioni di oriundi. Questi cittadini, che grazie alla Costituzione venezuelana approvata sotto il primo governo di Hugo Chavez possono avere o riacquisire la doppia cittadinanza, hanno vissuto e vivono insieme agli altri venezuelani i successi e le difficoltà di questi anni. Gran parte di loro hanno sostenuto e sostengono il processo di modernizzazione e democratizzazione del Venezuela. Molti di loro sono stati e sono sindaci, dirigenti sociali e politici, parlamentari della sinistra, imprenditori aderenti a “Clase media en positivo”, ad organizzazioni cristiane come Ecuvives ed hanno sostenuto e sostengono il processo bolivariano. Diversi di loro hanno partecipato alla stesura della Costituzione, che molto ha preso dalla Costituzione italiana. In gran parte hanno sostenuto Hugo Chavez e sostengono Maduro, opponendosi alle manifestazioni violente e vandaliche organizzate dai settori dell’ultra destra venezuelana.

Un’altra parte, limitata, come è limitata l’elite venezuelana, è sulle posizioni dell’opposizione. Grazie a sostegni finanziari esterni svolgono una continua campagna di diffamazione del Venezuela bolivariano in molti paesi, compresa l’Italia.

L’Ambasciata italiana censisce una ventina di associazioni italiane in Venezuela. Si tratta di associazioni costituite sulla base della provenienza regionale dei nostri emigrati, veneti, campani, pugliesi, abruzzesi, siciliane, ecc. che aggregano circa 7.000 soci e che intrattengono relazioni stabili con l’Italia e le proprie regioni. Solo alcune di queste associazioni, insieme a qualche giornale sovvenzionato con fondi pubblici italiani, hanno svolto in questi anni, in piena libertà, una campagna di informazione contro l’esperienza bolivariana; esse hanno costituito talvolta le uniche “fonti di informazione” privilegiate e accreditate da diversi organi di stampa italiani.

Ma questa non è “la comunità italiana” in Venezuela. Ne è solo una parte limitata, le cui opinioni vengono amplificate da alcuni organi di informazione. Il resto della comunità italiana e il resto del mondo degli oriundi italo-venezuelani si organizza e si mobilità in questo paese nello stesso modo in cui si mobilita e si organizza il resto del paese. Vi è chi è contro e chi è a favore del processo bolivariano.

Da questo punto di vista, non vi è alcun pericolo per la collettività italiana in Venezuela. Come in ogni paese latino americano, e come dovunque, si parteggia e si lotta con visioni politiche e sociali differenti.

Strumentalizzare la presenza italiana in Venezuela è un gioco sbagliato, pericoloso e che non ha alcun fondamento se non l’obiettivo di alimentare lo scontro e la menzogna.”

Caracas, Venezuela, 23 giugno 2017

Giulio Santosuosso – Caracas,
Donatella Iacobelli – Caracas,
Mario Cavani – Cumana,
Cecilia Laya – Caracas,
Angelo Iacobbi Por la Mar – Margarita,
Michelangelo Tavaglione – Maracay,
Giordano Bruno Venier – Caracas,
Mario Neri – Caracas,  
Isa Carascon – Caracas,
Franca Giacobbe – Valencia,
Alfredo Amoroso, Caracas
Evedia M. Ochoa – Caracas,
Beda Sanchez – Caracas,
Antonio Mobilia – Caracas,
Ennio Di Marcantonio V. – Caracas,  
Fulvio Merlo – Caracas,  
Pietro Altilio – Caracas,
Luca Spadageo – Caracas,
Celestino Stasi – Maracay,
Luigino Bracci – Caracas,
Sandra Emanuela Neri – Caracas,
Immacolata Diotaiuti – Caracas,
Stella Coiro – Valencia,
Nancy Guerra – Caracas,
Marco Aurelio Venier – Caracas,
Irving Francesco Sanchez – Caracas,  
Leo Zanelli – Caracas,  
Antonietta  Zanelli – Caracas,
Damaris Alcala – Barcelona,
Giovannina De Vita – Caracas,
Domenico Mosuca – Caracas,
Vittorio Altilio – Caracas,
Marina Yanes – Caracas,
Elio Gallo – Caracas,
Antonio Gerardo Di Santi – Caracas,  
Luisa Fabbro – Caracas,
Vita Napoli – Caracas,
Alfedo Tepedino – Caracas,
Donato Jose Scudiero – Lecheria,
Maria Bernieri – Valencia,
Francesco Misticoni – Caracas,
Gimar Patricia – Valencia,  
Escudiero – Puerto La Cruz,
Margy Rosina Escudiero – El Tigre,
Orietta Caponi – Caracas, 
Mario Gallo – Caracas,
Mercedes de Cavani – Cumana,
Maira Garcia – Caracas,
Arcangelo Manganelli – Valencia,
Franco Altilio – Caracas,
Giuseppe Tramonte – Caracas,
Antonieta Petroni – Guarico,
Nelson Mendez – Puerto la Cruz,
Ennio F. Di Marcantonio – Caracas,
Monica Vistali – Caracas,
Antonio Neri – Barcelona,
Tramonte Andrea – Caracas,
Biagio Scudiero – Lecheria,
Giuliana Geremia – Valencia,
Pasquale di Carlo – Maracay,
Lira Millan – Caracas,
Bruna Mijares – Caracas,
Valeria D’Amico – Caracas,
Maurizio Conforto – Barinas,
Lucia Di Natale – Acarigua,
Antonietta Rivoltella – Puerto la Cruz,
Alessandro Carinelli – Caracas,
Gianni Daverio – Morrocoy,
Giacomo Altilio – Caracas,
Mayira Leandro – Puerto la Cruz,
Marta Trappiello – Valencia,
Vincenzo Gallo – Caracas,
Alfonso Bruni – Caracas,
Claudio Manganelli – Valencia,
Maria Eugenia Tepedino – Caracas,
Luigi Puglia – Caracas,
Mariaelena De Vita – Caracas,
Rosanna Percepese – Caracas,
Gabriela Merlo – Caracas,
Vincenzo Policcello – Barquisimeto,
Ada Martínez – Maracay,
Barbara Meo Evoli – Caracas,
Valeria D’Amico – Puerto la Cruz

CBantoniogramsci@hotmail.com

*. Colectivo de Italovenezolanos Bolivarianos
* V.O.I. – Venezolanos de Origen Italiana;
* CEIC – Colectivo Estudiantes de Origen Italiano
* Circulo   Bolivariano Antonio Gramsci

E-Mail: CBantoniogramsci@hotmail.com



Lo dite voi ai ragazzi di Manchester?

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Gli sponsor del terrorismo

“Lo dite voi ai ragazzi di Manchester che siamo amici degli sponsor dell’ISIS?”: è questa la domanda posta dal giornalista Fulvio Scaglione, non un pericoloso estremista, ma un pubblicista che è stato per 16 anni, dal 2000 al 2016, il vice direttore di Famiglia Cristiana.
La domanda di Scaglione non si deve riferire solo al fatto incontestabile che noi, Paesi europei e nordatlantici, siamo alleati con le orribili monarchie del Golfo Arabico: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Uniti, Kuwait, Bahrein, finanziatori attraverso decine migliaia di moschee radicali ed “opere caritatevoli” del peggior integralismo islamico, e organizzatori e sostenitori con soldi ed armi di tutti i gruppi terroristi jihadisti. Non si deve riferire solo al fatto che forniamo a questi Paesi (all’Arabia Saudita in particolare) enormi quantità di armi come testimoniato dagli accordi di fornitura Italia-Sauditi e dall’ultima gigantesca fornitura degli Stati Uniti ai Sauditi, di cui si servono per le loro aggressioni dirette o indirette a Stati sovrani non allineati come lo Yemen o la Siria.
In realtà, il gioco di finanziare ed organizzare estremisti islamici fanatici per colpire gli Stati indipendenti, socialisti, o comunque scomodi perché non si piegavano al gioco imperialista e neo-colonialista, risale almeno agli anni ’70 del secolo scorso, quando gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, il Pakistan e altri alleati formarono l’organizzazione Al Qaeda, diretta da Bin Laden, e finanziarono ed armarono i più retrivi, misogini, feudali signori della guerra, i più feroci mercenari accorsi da tutto il mondo islamico, e gruppi di fanatici locali per scacciare il governo comunista in Afghanistan e far cadere in una trappola mortale i suoi alleati sovietici.
I fanatici islamici ed i soliti mercenari accorsi da vari Paesi servirono anche negli anni ’90 per spazzare via i resti della Jugoslavia socialista, prima con la guerra di Bosnia, poi con quella del Kosovo, entrambe finite con interventi diretti della NATO, e con la partecipazione diretta anche dell’Italia.
I miliziani musulmani bosniaci e kosovari furono fatti passare per vittime dei cattivi Serbi. La propaganda occidentale non ha mai detto la verità su episodi chiave come la presunta strage di Srebrenica (ovvero “la città dei Serbi”, chiamata sempre Srebrenica sui giornali nostrani), su cui non vi sono prove ma solo racconti di parte, mentre ha sempre ignorato i dossier (editi da Zambon o dalla Città del Sole) che documentano le stragi compiute nella zona dai fanatici musulmani a danno dei civili serbi (3.500 morti civili accertati). Non viene mai ricordata la “fake news” della falsa strage di Racak che fornì la scusa per la liquidazione finale dei resti della Jugoslavia nel 1999, con il plauso diretto di D’Alema.
Anche la rivolta della Cecenia fu in gran parte diretta ed attuata da fanatici musulmani integralisti, opportunamente sostenuti dall’esterno da Paesi islamici sunniti e organizzazioni occidentali, per mettere in difficoltà la Russia.
Le organizzazioni estremiste della Libia, come Ansar Al Sharia a Bengasi o le feroci milizie di Misurata legate ai Fratelli Musulmani ed armate dal Qatar e dalla Turchia di Erdogan, servirono come truppe di terra per appoggiare l’attacco della NATO che distrusse il Paese. Non è un caso che il “kamikaze” di Manchester era stato a capo di una di queste milizie di fanatici che odiavano il governo laico di Gheddafi, e che molti dei suoi parenti siano membri di formazioni estremiste.
Il nome del “kamikaze”, i suoi liberi spostamenti dall’Inghilterra alla Libia, alle zone occupate dall’ISIS in Siria, alla Turchia, erano note alle polizie di mezzo mondo (occidentale), ma nessuno è intervenuto.
Inutile ricordare i continui finanziamenti e le forniture di armi a tutte le formazioni armate estremiste che cercano di destabilizzare il governo laico socialista siriano, come Daesh, Al Qaeda, Jaish Al Islam, Ahrar Al Sham, e centinaia di altre milizie mercenarie e fanatiche in gran parte formate da Turcmeni, Uzbechi, Uiguri, Tunisini, Libici, Sauditi e gruppi militanti che sono stati fatti uscire liberamente dall’Europa e sono stati addestrati in Turchia o Giordania.
Ma a questo punto bisogna sottolineare un altro cinico uso che l’Occidente imperialista e neo-colonialista fa di questi terroristi, sfruttando anche gli attentati (non ostacolati), o addirittura i falsi attentati che avvengono sistematicamente in Occidente, a partire dalla “madre di tutti gli attentati” , quello delle Torri Gemelle che permise di scatenare la “guerra al terrore”, l’invasione dell’Afghanistan e la distruzione dell’Irak baathista.
Oggi, con la scusa di combattere Daesh, che per anni si è esteso in Siria ed Irak con gli Occidentali che facevano finta di combatterlo (in alleanza con Turchia ed Arabia Saudita, cioè insieme ai principali finanziatori di Daesh!), gli Statunitensi, i Turchi, ed ultimamente anche gli Inglesi provenienti dalla Giordania, hanno invaso zone della Siria. Nel nord gli USA hanno impiantato le loro basi con l’aiuto dei Curdi, che nel loro cieco nazionalismo sono disponibili ad allearsi anche col diavolo (che li scaricherà quando non serviranno più). Le difese siriane di Deir Ez-Zor, città assediata da 4 anni da Daesh, sono state bombardate “per sbaglio” da aerei USA, australiani e danesi. Non per sbaglio, ma in seguito ad una manifesta provocazione di Al Qaeda che si dichiarava vittima di un attacco chimico, è stato bombardato il più importante aeroporto del centro della Siria da cui partivano le missioni aeree che colpivano Al Qaeda. Oggi si sta verificando un fatto gravissimo che ha avuto scarsa eco sui mass media, ma che è gravido delle peggiori conseguenze.
L’esercito siriano e le milizie filo-governative irachene stavano convergendo sul punto di frontiera strategico di Al Tanf, posto all’incrocio tra le frontiere di Irak, Siria e Giordania, da dove passavano rifornimenti per Daesh attraverso il deserto. Truppe inglesi e statunitensi hanno occupato la zona, insieme a mercenari locali definiti Syria Democratic Forces ed aerei statunitensi hanno bombardato sia le truppe siriane che quelle irachene avanzanti “perché costituivano una minaccia ai soldati statunitensi”.
La Russia ha protestato (blandamente) dicendo che nessuno avrebbe minacciato i soldati USA se fossero rimasti a casa e non avessero apertamente violato il diritto internazionale.
Ora, capiamo sempre meglio perché nessuno ferma i “kamikaze” di Manchester e continua a fornire armi ai loro finanziatori.
Vincenzo Brandi



F-35: in una nazione in declino, la corruzione domina i cieli

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F35

I nipoti dei contribuenti statunitensi vedranno cos’è l’F-35 e ne pagheranno il conto

William Wojcik Russia Insider 24 giugno 2017

Il corpo dei marines statunitense ha nuovamente sospeso i voli del cocco tecnologico, il Joint Strike Fighter Lockheed F-35B, almeno dall’Air Station Yuma in Arizona dove l’aria è asciutta, la birra è fredda e i capi posso nascondersi dai giornalisti che ancora non hanno letto il Riot Act. Dopo 400 miliardi di dollari (un capitale) di costi del programma che, difatti, risale ai primi anni ’90, si potrebbe pensare che i fondi prestati possano giustificare un progetto operativo completo. Non importa che infrastrutture, ponti e scuole in rovina e, naturalmente, salute precaria saranno ereditati dalle future generazioni; guardate che notizie possono sentire sul fichissimo aereo da guerra. Questa volta i problemi del “software” hanno messo a terra i velivoli mentre stanchi tecnici e scienziati tentano di decifrare ciò che succede a computer di bordo, collegamenti dati, e pulsanti, leve e lucine lampeggianti. Ma le cose all’inizio non erano così complicate. Infatti, un aereo militare a decollo e atterraggio verticale (VTOL) già volava; solo che non era statunitense, era lo Jak-141 del Jakovlev Design Bureau.
Diamo il dovuto. Fu l’alto comando tedesco negli anni formidabili della seconda guerra mondiale che propose un velivolo VTOL. Ma il programma balistico V2 era in pieno svolgimento. L’ex-Unione Sovietica intraprese la missione nel 1975 con il meno veloce Jak-38 “jump jet”. Ma mentre si sviluppò, campanelli e fischietti suonarono sui fondamenti (suona familiare?) L’aereo apparve disfunzionale anche se impressionante, ma richiedeva altri computer e un motore ridondante. E la serie di suoni generati dai computer avvertiva il pilota che si trattava più di distrazione che altro. Questi orpelli costosi si adattarono solo al materiale russo. Fino a qualche anno fa, i progettisti russi ancora usavano ciò che chiamiamo strumenti a vapore (strumenti tecnologicamente datati ma sempre affidabili). Lo Jak-141 appariva, funzionava e volava come il mucchio “tecnologico” dell’ingegneria statunitense ora visibile come F-35, solo senza tutta l’alta tecnologia e apparentemente questi fastidiosi fastidi. E’ una coincidenza? No, fu pianificato; mentre l’Unione Sovietica crollava, il progetto Jak-141 fu bloccato. Nel 1991, Lockheed Martin collaborò con la Jakovlev e nacque lo X-35. Il denaro fluiva allegramente, almeno come banconote, con cui i team progettisti russi appresero la follia della legge di Keynes. La legge sui rendimenti decrescenti si adatta a ciò che è oggi il programma F-35. Ora, su software, programma di manutenzione aggiornato, continua integrazione di componenti e linee di rifornimenti, l’F-35 ha subito un’altra battuta d’arresto, almeno quando sarà a bordo delle portaerei, quando Marina e marines statunitensi lo schiereranno. Sembra che i motori siano troppo caldi per le piastre delle piattaforme. Mentre a terra, degradano il calcestruzzo. Dovrebbero mollare mentre vanno avanti? Forse, ma è ormai troppo tardi. Mentre i senatori statunitensi vogliono che le componenti attese siano prodotte nei loro Stati, garantendo “posti di lavoro”, sempre più persone si affidano al crescente numero di bustarelle per il governo. E se sempre più flussi di denaro scorrono dalle case degli statunitensi, istruzione, strade, acqua pulita e fondamenta di una società sana, diventano rapidamente assiomi di un’epoca passata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora



Nel cuore di tenebra dell’agricoltura indiana

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agricoltura indiana

«L’agricoltura è l’attività più salutare, più utile e più nobile per l’uomo» disse una volta George Washington. E tuttavia queste parole di saggezza non sono ancora filtrate abbastanza attraverso la complessa rete di politiche pubbliche, debiti e consumo di suolo che avvolge oggi il sistema agricolo indiano. Le statistiche colpiscono duro: oltre duecentocinquantamila agricoltori indiani si sono suicidati negli ultimi 21 anni.

L’India è innanzitutto un’economia agricola – con un 70% della popolazione che vive in aree rurali e il 60% della sua forza lavoro impegnata nel settore primario. Sebbene due terzi degli 1,3 miliardi di indiani traggano dalla cura della terra il loro sostentamento, il settore contribuisce solo per il 14% al Pil della nazione. Il “come” e il “perché” di questa contraddizione dovrebbe interessare tutti noi, non ultima Slow Food.

Facciamo un passo indietro e parliamo della struttura agricola nel Paese. In una vasta e poco coesa economia, gli agricoltori indiani dipendono dai prestiti (governativi) per l’acquisto di semi, pesticidi e vari altri input di produzione. I tassi d’interesse su questi prestiti sono di solito elevati e, molto spesso, i guadagni che ne derivano non superano i costi – lasciando molti coltivatori in balia dei debiti. L’altro problema che si trova ad affrontare quella larga parte di popolazione che dipende dalla terra è la disponibilità di suoli adatti. Negli ultimi tempi c’è stato un ampio dibattito sulle leggi che regolano la proprietà.

Dal 1951, la disponibilità pro capite di terreni è diminuita del 70%, passando dagli 0,5 ettari degli anni Cinquanta a 0,15 ettari nel 2011, e secondo varie fonti la quota è destinata a diminuire ulteriormente. È difficile utilizzare alcuni tipi di macchinari su piccoli appezzamenti e così la maggior parte degli imprenditori sono intrappolati in un vortice di debiti, a causa dei quali non possono permettersi i mezzi adeguati alle loro piccole fattorie. Questo influenza la qualità dei prodotti, contribuisce al ribasso dei prezzi e accresce il debito. Per vendere ciò che producono, gli agricoltori devono inoltre pagare le commissioni agli intermediari nei “mandis” (mercati di frutta e verdure), impoverendosi ancor più. Allo stesso tempo, a causa della mancanza di infrastrutture, delle condizioni stradali e degli eventi climatici in India, i tempi di trasporto sono lunghi e spesso frutta e verdura deperiscono prima di essere vendute.

Anche il governo gioca un ruolo nel determinare la condizione del lavoro agricolo. Il “prezzo minimo di supporto” fissato per legge spesso viene disatteso. Il crollo dei prezzi d’altro canto ha lasciato i contadini a corto di soldi – così come la “demonetizzazione” decisa a novembre del 2016, che ha annullato l’86% della valuta indiana in circolazione. Le amministrazioni acquistano molti prodotti agricoli che vengono poi rivenduti attraverso un sistema di distribuzione pubblica. Tuttavia, gli agricoltori lamentano che il processo richiede più di un mese e i tempi di pagamento sono perfino più dilatati. Questi sono solo alcuni dei contraccolpi che la demonetizzazione sta tuttora determinando sulla popolazione rurale.

Di norma, arrivati a giugno i contadini sperano di aver preparato a dovere i loro campi per la stagione dei monsoni, ma la mancanza di denaro ne ha lasciati molti privi di difese, con risorse appena sufficienti per la semina. In questa situazione, non è raro che si ricorra ad altri prestiti – perpetuando e consolidando il circolo vizioso dei debiti che ha condotto molti al suicidio. La più recente e pressante preoccupazione per l’agricoltura indiana riguarda i mutamenti causati dal cambiamento climatico. Il sistema dell’irrigazione nel subcontinente è segnato da corruzione e burocrazia, come testimoniano i progetti mai completati e i difetti dei meccanismi irrigui più poveri, che costringono molti coltivatori ad affidarsi perlopiù alle piogge. Eventi meterologici estremi e imprevedibili come le grandi ondate di siccità o, dall’altro lato della moneta, le inondazioni massicce, portano danni enormi al raccolto.

A causa di tutti questi drammi, gli agricoltori frustrati hanno di recente promosso proteste e scioperi in diverse parti dell’India, in particolare negli Stati di Maharashtra e Madya Pradesh, chiedendo deroghe sui prestiti e prezzi migliori per le materie prime. Gli scioperi hanno portato a una scarsità di frutta e verdura nei mercati dello Stato di Maharashtra, cosicché i prezzi al consumatore sono saliti alle stelle perfino per cipolle e pomodori, divenendo inaccessibili alla classe media. Le proteste sono sfociate in violenze dopo che cinque agricoltori del Madhya Pradesh sono stati uccisi dalla polizia, un episodio che costituisce un brutto precedente e che Slow Food condanna senza appello.

Lo scorso 11 giugno, il governo del Maharashtra ha accettato di rinunciare a 4,75 miliardi di dollari di prestiti concessi agli agricoltori, ma sarà sufficiente questa misura per porre fine ai problemi ricorrenti? La crisi dell’agricoltura indiana ha radici profonde: politiche insufficienti, infrastrutture mancanti e, soprattutto, una mancanza di rispetto verso il lavoro dei contadini. La maggior parte del cibo servito sulle tavole indiane arriva dalle splendide coltivazioni di Madhya Pradesh, Maharashtra, Punjab, Kerala e Telengana, come risultato di instancabili sforzi sotto il sole cocente. La domanda che dobbiamo farci è: da dove arriverà il nostro cibo, se questa classe agricola cessa lentamente di esistere?

Rifka Verma

NEL PANICO, I SERVI STRINGONO LE VITI DELL’”EUROPA”

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“L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani”, sentenziò furiosa contro Donald Angela Merkel un mese  fa al vertice di Taormina. Meno di un mese dopo, il suo ministro delle Finanze Schauble ha implorato Donald Trump, anzi l’intera America, di non ritirarsi dal suo ruolo di superpotenza egemone, perché il suo ritiro sarebbe la fine del “nostro ordine mondiale liberale”. Il quale per Schauble è “il migliore esistente per ragioni etiche, politiche ed economiche. E noi vorremmo che continuasse ad essere così”, ha detto. Aveva le lacrime agli occhi? Certo è stata (secondo Bloomberg) “la più forte espressione di preoccupazione fra i dirigenti politici europei” di fronte ad  una presidenza Trump che “disimpegna gli Usa dal commercio globale, dal cambiamento climatico e dalla sicurezza”.

“Dubito – ha detto il ministro germanico – che gli Stati Uniti credano davvero che se a Cina e Russia sarà data mano libera nelle rispettive sfere d’influenza, riempiendo il vuoto lasciato dagli Usa, l’ordine globale sarebbe ugualmente sano”. Infine la supplica finale: “E’ certo nello stesso interesse degli Stati Uniti di assicurare la sicurezza e la stabilità economica nei suoi mercati, sia in Europa sia nel mondo…. è la precondizione di base se l’America vuole aumentare le sue esportazioni e tagliare il suo deficit commerciale”.

Schauble implora l’America: resta a guidarci,  tu sei l’ordine liberale globale

L’invocazione  dell’arcigno contabile va gustata parola per parola: difendici, America! Noi siamo “i tuoi mercati”! Il libero mercato armato è il migliore e il più morale. Il nostro ordine liberale globale è, come vedono tutti, un mare di equità, calma, armonia e stabilità …vorremmo continuare così! Ti abboniamo il deficit commerciale! Non lasciarci in mano a Russia e Cina…!

E pensare che un mese fa la Merkel si era proclamata timoniera, egemone di un’Europa che farà da sé.

Sigmar Gabriel, il suo ministro degli esteri, aveva rincarato: le politiche “miopi” di Donald “danneggiano l’Occidente”, segnalano la “caduta degli Usa come nazione  importante”. La FAZ attribuiva prontamente alla Cancelliera un “piano segreto per l’Europa” con “più sfaccettature”. Persino, tenetevi forte, “Merkel vuole spendere più soldi” almeno per la difesa, e forse anche (ma no!) “un governo dell’eurozona economico, in grado di introdurre dei titoli propri»: insomma, il massimo della temerarietà, per la Prima Bottegaia.

Adesso, il contabile Schauble confessa lo sbalordito senso di vertigine di lorsignori lasciati senza ordini. A rendere più patetica (e comica) la supplica, egli l’ha fatta alla American Academy di Berlino, davanti a Lawrence Summers, che è stato segretario al Tesoro di Clinton, e a Henry Kissinger, 94 anni, importanti e un po’ ammuffite personalità del secolo passato.

Come nota giustamente il sito Dedefensa, il panico del duo Merkel-Schauble, le li fa proclamare l’uno il contrario dell’altro in un mese dev’essere reso più acuto dal fatto che da Washington non è venuta assolutamente risposta alcuna. Né dalla proclamazione d’indipendenza di Merkel, condita di insulti (“Non ci si può più fidare” di Trump), né dall’implorazione ed dichiarazione di servaggio di Schauble.

Nulla. Trump, sotto attacco quotidiano dal Deep State come agente di Putin, ha ben altro di cui preoccuparsi. Ma anche gli anti-Trump, dai democratici ad Hillary alla Cia al Deep State, non viene alcuna risposta. Evidentemente, nota Dedefensa, “il  Congresso si infischia completamente degli europei, dei loro interessi, dei loro umori, e di aiutarli a salvare la faccia della loro pretesa indipendenza di fronte alla loro opinione pubblica”.

Perché gli Usa sono impegnati nella guerra civile, “nave dei folli con sopra una clinica per alienati, condotta da un miliardario che naviga senza bussola” a forza di tweet, “un equipaggio che naviga in funzione del fato assolutamente provato e dimostrato che il capitano è in collegamento-radio con un sottomarino russo”.

Questa assenza di risposta “è una tragedia per questa Europa, questa che è attualmente al potere”. I tedeschi non hanno “autorità, audacia, sovranità” per andare fino in fondo ad una rottura. “Sono davanti a un problema kolossal: il padrone non vuol più saperne del suo schiavo, letteralmente se ne fotte”.

Lo si è visto all’ultimo consiglio UE: tutti a far festa a Macron  (“Il nostro campione europeista!”), tutti lo volevano toccare per farsi attaccare la fortuna (“Ha stravinto le elezioni!”), tutti a congratularsi, increduli di averla scampata:  il populismo non c’è più, siamo salvi … tutti a confricarsi stretti stretti, nelle conferenze-stampa a chiamarsi per nome (“Come ha giustamente detto Jean-Claude”, “Accordo completo con Angela”, “Grazie Emmanuel”).

Non si creda però che il panico di non aver padrone, lo sgomento di non ricevere ordini, induca costoro a  correggersi, ad aprirsi ad alternative, a umanizzarsi. Al contrario: il panico li convince che la loro salvezza sta nello stringere le viti, nell’indurire le ricette già rovinosamente imposte, nel compensare la mancanza di autorità con l’autoritarismo, e con la mostra di unità.

In pochissimo tempo, abbiamo visto una serie notevole di atti dittatoriali compiuti da questi servi spaventati. Riprendo qualche titolo:

UE estende le sanzioni alla Russia per altri 6 mesi.

Lo ha annunciato il presidente del Consiglio d’Europa,Donald Tusk: “D’accordo  tutti”. L’Ue estenderà le sanzioni economiche contro la Russia per la mancata attuazione degli accordi di Minsk”. La decisione è stata presa senza discussione su indicazione “della  cancelliera tedesca, Angela Merkel, e del presidente francese, Emmanuel Macron”.

Cinque giorni prima:

La Grecia torna ancora a mani vuote dal vertice europeo

“Come sempre, la Grecia ha applicato alla lettera quel che gli era stato chiesto dai creditori: ennesimo taglio delle pensioni (già  quasi dimezzate dal 2009), altre privatizzazioni, altre tasse, un eccedente primario (ossia prima di aver pagato gli interessi sul debito) del 3,5% sul Pil che dovrà mantenere fino al  2038. Ha fatto tutti  i compiti a casa; in cambio le avevano fatto balenare una ristrutturazione del debito. Tsipras non ha ottenuto niente. Come al solito”.

L’abbiamo fatto apposta, ha detto senza ambagi  Manfred Weber, il tedesco capo dei partiti conservatori al parlamento europeo, perché “il governo greco ha perso massicciamente la nostra fiducia. Ecco perché non abbiamo alternativa che tenere la Grecia al guinzaglio corto. Se fosse arrivato qui un altro governo…”. Insomma che i greci  “scelgano” un governo come lo vogliono loro. Usano la fame per il regime change.

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/06/22/eu-konservative-wollen-abloesung-der-regierung-griechenland/

Francia: licenziati troppi giornalisti non allineati.

I nomi diranno (Taddéi, Godin, Polony) poco in Italia: Frédéric Taddéi, anchorman di France Télévision (di Stato), congedato perché teneva talk-shows troppo “aperti” a intellettuali che non si devono invitare (Taddéi ha avuto anni fa uno scontro memorabile con un altro giornalista, Patrick Cohen, il quale sostiene: un giornalista ha diritto a tenere una sua lista nera di invitati). Taddéi è stato congedato, nonostante sia forse il miglior esempio di quel che deve essere un servizio pubblico, aperto alle opinioni alternative”

Due licenziati. Con Macron, un pensiero unico.

La Tribune, il periodico economico più importante di Francia, ha deciso di chiudere la sua sezione di macro-economia e quindi non ha più bisogno di Romaric Godin, che aveva il torto di riferire sulla situazione delle economia europea sotto egemonia tedesca in modo critico e competente, e mostrare gli arbitri di Berlino contro la Grecia.

Infine, Natacha Polony è stata licenziata da Europe 1, per la quale teneva una rassegna stampa seguitissima, ma troppo libera; e dunque esclusa anche da Mediapolis, che animava in tarda mattinata per la stessa tv. In contemporanea, anche Paris Première, per cui la Polony teneva un  talk show di successo, “Polonium – L’emissione des electrons libres”, ha deciso di fare a meno di lei. “Attualmente quindi non ho niente. Cerco lavoro”.

Il giornalista investigativo Hicham Hamza (fondatore del sito Panamza), è stato trascinato in giudizio per  avere rivelato che “il Bataclàn era stato venduto” poche settimane prima dell’attentato “dal suo proprietario, partito per Israele: la famiglia Touitou”. Venduto l’11 settembre 2015, il massacro ebbe luogo a novembre. L’accusa contro il giornalista è di avere, con questa notizia, “provocato all’odio contro la nazione giudeo-israeliana” (sic).

Non dite Asse franco-tedesco. Si dice “motore franco-tedesco”

L’asse franco-tedesco appena inaugurato funziona già perfettamente: “Francia e Germania tornano a parlare con una voce unica”, come esulta Repubblica, quindi i media devono avere un pensiero unico. Servi con i forti, e forti con i deboli, hanno lasciato l’Italia di Gentiloni senza risposte sulle ondate di negri che arrivano dall’Africa: si era chiesto che le navi delle ONG di Soros  ne sbarcassero almeno qualche carico in altri porti europei. Gentiloni non ha ottenuto niente- come Tsipras – anzi no, mi correggo:  Juncker: “Paolo, puoi contare sulla solidarietà europea”. “Grazie, Jean-Claude. L’Italia è soddisfatta, ci si accontenta delle partite che si svolgono giorno per giorno”, commenta il premier Paolo Gentiloni alla fine del summit con gli altri leader dei Paesi Ue. “In questi due giorni – dice – non si doveva risolvere il problema dei flussi ma affermare una serie di concetti”. Si è associato volentieri alle sanzioni  persecutorie contro Polonia, Ungheria e Cechia.

Anzi, per favore – ho sentito personalmente un esponente francese istruire Rai 1 in una trasmissione mattutina – “Voi italiani imparate a non parlare mai di “Asse” franco-tedesco. Asse evoca una cosa del tutto diversa, una parte della storia vostra, che l’Europa ha rifiutato. Non dite “Asse”; dite “Motore” franco-tedesco”.



Soldati greci contro la NATO: «Non sono i benvenuti»

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SOLDATI

Con una lettera aperta, i soldati dei campi militari di Evros e Tracia in Grecia protestano contro il supporto che le forze armate greche, per volontà del governo guidato da Tsipras, forniscono all’esercitazione NATO denominata “Noble Jump”.

In particolare, nella lettera i soldati denunciano il governo SYRIZA-ANEL per la fornitura del territorio greco alle forze della NATO, sottolineando che la politica del governo è «una provocazione per i soldati, figli del popolo greco, soprattutto dopo le loro reazioni e del movimento popolare che, da almeno 20 giorni, con dichiarazioni, dimostrazioni, relazioni e lettere dalla Grecia e Cipro, hanno espresso la loro opposizione alla NATO».

I soldati esprimono chiaramente la loro posizione: «Non siamo personale assistente delle forze NATO».

«Esprimiamo la nostra opposizione all’uso di porti, aeroporti, strade, campi e altre infrastrutture del nostro paese da parte delle forze militari della NATO. Non devono mettere piede sul suolo del nostro Paese. Non sono i benvenuti», dichiarano in chiusura della lettera i soldati greci.

Anche i soldati di stanza nell’isola greca di Kastellorizo avevano in precedenza dichiarato la loro contrarietà alla NATO affermando che ogni coinvolgimento nei suoi piani e manovre «nella pratica significa compromettere i diritti sovrani del popolo greco e del paese e che le Forze Armate del paese si incorporano ai piani di guerra della NATO a scapito dei popoli». Dichiarazioni di protesta anche dall’Attica, Rodi e Cipro.

Lettere che fanno parte di una escalation delle mobilitazioni e azioni antimperialiste-antiguerra da parte del movimento operaio e popolare, del PAME, del Partito Comunista di Grecia (KKE) e della sua gioventù (KNE), dell’EEDYE (movimento per la pace greco) contro la partecipazione del paese ellenico nei pericolosi piani della NATO. Poche settimane fa, militanti del KKE avevano realizzato un blocco sull’autostrada Egnatia, vicino alla città di Kozani, impedendo il passaggio di un convoglio NATO diretto in Romania per partecipare all’esercitazione militare “Noble Jump”.

Numerose manifestazioni contro la NATO si stanno svolgendo in Grecia in questi mesi, mentre il 24 giugno una grande manifestazione antimperialista è stata convocata dal Fronte Militante di Tutti i Lavoratori (PAME) a Salonicco con lo slogan: “Con i lavoratori di tutti paesi, per un mondo senza sfruttamento, guerre e rifugiati”. Nella dichiarazione il PAME sottolinea che «i popoli non hanno alcun interesse in comune con i loro sfruttatori, né pace tra le classi né guerre tra i popoli. Alziamo la bandiera degli interessi dei lavoratori! Nulla ci divide con la classe operaia degli altri Paesi, con gli altri popoli. Al contrario, siamo uniti dal comune interesse della lotta per una vita senza sfruttamento e povertà, senza padroni che rubano la ricchezza che produciamo. Questa è la vita che ci appartiene».

Fonte

La rivoluzione Corbyn

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corbyn

di Tonino D’Orazio

Come sempre mass media e stampa addestrata sono riusciti a non farci capire il perché della rimonta e della quasi vittoria di Corbyn e del Labour. In Gran Bretagna sono tornati i pericolosi socialisti, quelli del secolo scorso con idee che i neoliberisti pensavano di aver sconfitto con la guerra ai poveri e l’abolizione programmata dei diritti e dello stato sociale aiutati dalla loro contro figura, la troika di Bruxelles.
Infatti dal Labour ne viene fuori un grande programma di interventi pubblici e di nazionalizzazioni, contro l’ossessione privatistica di tutte le destre e di parecchie “sinistre” deviate . Insomma qualcuno si è accorto che il pubblico è meglio del privato.

E’ già una evoluzione culturale importante, quasi rivoluzionaria, cosa che in Italia non avverrà mai, data la consuetudine alla credulità del suo popolo. Finalmente il Brexit si colloca al di fuori delle imposizioni europee visto che queste ultime tifano a morte affinché lo Stato diventi il più povero possibile e senza poteri (nemmeno la democrazia formale serve più); ceda i suoi soldi (tasse) all’economia (le banche e i gruppi finanziari); regali (loro lo chiamano cessione) i suoi gioielli ai soliti noti.

I tedeschi hanno appena “comprato” tutti gli aeroporti greci, aspettando il resto che Tsipras regalerà loro per continuare a rimanere più indebitato che mai. Non più in “nome dell’Europa”, che ormai sembra portare sfiga, (infatti da noi nemmeno i mass media lo dicono più), ma per il “bene della Grecia”.

Abbiamo quindi un Corbyn molto più sull’exit che sul remain. Anche durante la sua campagna elettorale aveva sostenuto che era meglio stare fuori dalla Ue, escludendo però categoricamente l’approccio xenofobo delle destre sui problemi dell’immigrazione.

Il salvataggio del sistema pubblico della sanità, (già avviato alla “privatizzazione” all’americana), la ri-nazionalizzazione dei trasporti, lo sviluppo di una vera strategia industriale nazionale, la gratuità della scuola e dell’università, … hanno fatto breccia in tutta la Gran Bretagna (eccetto a Londra, sembra dai risultati elettorali).

Molti tentano di dare per scontato un ripensamento del Labour per il Brexit. Niente di più falso. Lo stesso Corbyn denuncia che “il feticcio europeo” (sue parole testuali) non ha fatto altro che impedire lo sviluppo di alcuni paesi a vantaggio di uno solo; impedisce ai governi di intervenire soprattutto nella sfera sociale e ostacola il controllo del mercato del lavoro attraverso l’abolizione dei contratti collettivi, diffondendo “l’uso senza scrupoli del lavoro interinale e del finto lavoro parasubordinato“.

La forza della sua vittoria sta nell’aver sconfitto il blando “socialismo” (se cosi si può dire) blairiano e riportato il Labour alla sua caratteristica storica. In più ha dimostrato che la Ue è il principale ostacolo alle politiche sociali e di sviluppo. Sembra poco?

Invece rappresenta un tassello importante della sconfitta delle destre e una maturità rinnovata del popolo. I britannici non amano le “scommesse” politiche di affondo. Ci ha provato Cameron e gli è andata bene/male (ancora non si è capito) con la Brexit. Anche la May ha azzardato una campagna elettorale anticipata, (pensando di stravincere e fare il comodo suo) e adesso è il Primo ministro di “un governo morto che cammina”. Quindi non vi è certamente un ripensamento di Corbyn sulla Brexit, ma piuttosto l’inizio di una possibilità di ritornare a fare politiche sociali, salvandole dalla devastazione neo liberista. E questo, i mass media embedded non possono permettersi di farlo notare, e nemmeno di sopportarlo.

Certamente Corbyn ha dovuto eliminare i giovinastri blairiani che infestavano ancora il Labour (basta ricordare la fronda dei parlamentari contro la sua vittoria a Segretario del partito) e riprendere un discorso serio con le Trade Union. In verità ha dimostrato che più si cerca di vincere con l’adozione dei valori degli avversari più si perde di credibilità e si rinuncia ai propri. Cosa può attrarre in un partito che striscia, e che si propone come uno zerbino politico, offrendosi agli interessi più potenti ? Si può vincere una battaglia ma, prima o poi, la guerra è perduta di sicuro, è una questione di tempo, di sopravvivenza, o si passa a destra per disperazione o si impedisce il voto libero e popolare il più possibile.

Molti pensano che Blair abbia perso per l’impegno mendace dell’intervento in Iraq ma dimenticano i danni sociali: la mercificazione della sanità; il via libera alle avventure della finanza privata; la criminalizzazione della protesta pacifica; la collusione nel rapimento e la tortura dei dissidenti di altre nazioni; l’eliminazione dell’edilizia popolare.

Insomma nulla di “progressista”. E dopo di lui Miliband, con una vera ossessione conservatrice per il deficit, (con la promessa di “tagliare il deficit ogni anno”), e l’austerità subordinando ad esse la politica del lavoro, dimenticando, imperdonabile per un socialista, che l’austerità è una truffa (Krugman).

Ed ecco Corbyn, (che somiglianza con il programma dell’americano Sanders), con il compito di ricostruire i valori del partito, riappropriarsi del dibattito democratico, tirare il centro verso la sinistra e il cambiamento. Riaccendere la speranza dei più indifesi per una giustizia sociale certa. Forse anche salvare il Pse dalla storica debacle annunciata in tutta Europa, se ancora possibile, visto che si è perso più di un terzo di secolo, e abbiamo capito che nemmeno i socialdemocratici tedeschi reggeranno.

E’ passato questo messaggio?



L’Arabia Saudita compie un passo verso la disintegrazione

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Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA
Muhamad bin Salman tra businessmen della ‘new economy’ degli USA

Alessandro Lattanzio, 22/6/2017

Il 21 giugno, il presidente turco Erdogan condannava ufficialmente l’idea della “Grande Albania” mentre inviava mezzi e rinforzi dell’esercito turco nel nord della Siria, mentre il parlamento tedesco votava il ritiro delle forze tedesche dalla base aerea turca di Incirlik, la principale base della NATO in Turchia. Ciò a seguito del deteriorarsi delle relazioni tra Germania e Turchia, dell’allontanamento di Erdogan dall’Unione europea e dei contrasti tra Ankara e Washington sulla questione curda e il ruolo dei curdi in Siria. Inoltre, il neopresidente francese Emmanuel Macron dichiarava che non esiste un ‘legittimo successore’ al Presidente Assad e che la priorità sia combattere il terrorismo islamista con l’aiuto della Russia; “La nuova prospettiva che ho su questo argomento è che non affermo che la dipartita di Bashar al-Assad sia una precondizione, perché nessuno mi ha mostrato un legittimo successore… Le mie linee sono chiare: in primo luogo, lotta completa contro tutti i gruppi terroristici. Sono i nostri nemici… abbiamo bisogno della cooperazione di tutti, specialmente della Russia, per eliminarli”. Un cambiamento significativo della posizione della Francia rispetto ai presidenti Sarkozy e Hollande. “Il riconoscimento di Macron che il cambio di regime in Siria è fuori dall’ordine del giorno non è altro che il riconoscimento dell’evidenza. Con la ‘Siria utile’, le ricche coste della Siria dove la maggior parte della popolazione siriana vive, sotto il controllo del Presidente Assad, con l’Esercito arabo siriano che avanza rapidamente nella Siria orientale e la Russia che ha istituito un potente sistema di difesa aerea, non c’è possibilità che il Presidente Assad sia rovesciato”. E infine il Viceministro degli Esteri russo Oleg Syromolotov dichiarava che “Secondo il Ministero della Difesa russo, è altamente probabile che il capo dello SIIL al-Baghdadi sia stato eliminato dalle forze aerospaziali russe quando colpirono un centro di comando dei terroristi alla periferia sud di Raqqa, verso la fine di maggio. L’informazione è ora verificata da vari canali“. La Russia inviava in Siria 21 pezzi d’artiglieria M30, sistemi lanciarazzi multipli TOS-1 e BM-30 Smerch, e 50 missili tattici Tochka-U. Inoltre, la Russia riposizionava i sistemi di difesa aerea in Siria, per permetterne la massima copertura possibile nello spazio aereo della Siria. Inoltre, gli aerei da combattimento russo aumentavano le operazioni d’intercettazione dei caccia statunitensi, in particolare nelle zone operative degli aerei siriani. Le unità dell’Esercito arabo siriano bombardavano le posizioni del SIIL a Tabarat al-Dibah, ad est di Hama, eliminando numerosi terroristi. Intanto, in Arabia Saudita, re Salman nominava il figlio, Muhamad bin Salman, principe ereditario al posto del principe Muhamad bin Nayaf, che supervisionava le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita. Muhamad bin Salman ha trascinato l’Arabia Saudita nella guerra allo Yemen, causando 14000 morti, e nel conflitto con il Qatar, dove perde il sostegno degli Stati Uniti. Ma Muhamad bin Salman, che aveva guidato i negoziati sulla riduzione della produzione dell’OPEC, appare circondato da una cricca di principi aggressivi che oggi puntano a guidare l’Arabia Saudita ed è responsabile della riduzione delle sovvenzioni energetiche e della proposta di privatizzazione della compagnia petrolifera statale Aramco, e soprattutto dell’attacco terroristico dello SIIL a Teheran, il 7 giugno 2017, che ha acuito le tensioni tra Arabia Saudita ed Iran. Il Generale Mohammad Ali Jafari, del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, aveva dichiarato, “Abbiamo intelligence precise che dimostrano che, purtroppo, l’Arabia Saudita, oltre a sostenere i terroristi, gli ha chiesto di condurre operazioni in Iran”. Mentre il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, indicava l’Arabia Saudita affermando che l’attentato di Teheran aveva i segni di un “piano distruttivo internazionale”. Muhamad bin Salman controlla difesa, petrolio e politica economica del regno saudita, e aveva organizzato il viaggio di Trump a Riyadh. La promozione del principe è stata approvata da 31 dei 34 membri del Consiglio di reggenza del regno. Il principe Muhamad bin Nayaf veniva anche sostituito, da ministro degli Interni, da Saud bin Nayaf e dal vice Ahmad bin Muhamad al-Salim. Ad aprile, il re saudita aveva nominato due altri figli, il principe Salman bin Abdulaziz e il principe Qalid bin Salman, ministro per gli Affari Energetici e ambasciatore negli Stati Uniti. Già nel dicembre 2015, fu affermato che Salman bin Abdulaziz, l’ultimo dei figli del primo re saudita, Abdulziz al-Saud, sarà sostituito dalla nuova generazione di reali sauditi. Salman aveva nominato il nipote, Muhamad bin Nayaf, principe della corona dopo averne fatto dimettere il fratello, Muqrin bin Abdulaziz, nel 2015. Nel frattempo Muhamad bin Salman concentra nelle proprie mani sempre più potere: nel Ministero della Difesa, nel Consiglio di Economia e Sviluppo e nell’Aramco, ed è il responsabile dell’aggressione allo Yemen, del sostegno saudita ai terroristi in Siria e Iraq, del sostegno alla dittatura wahhabita in Bahrayn e del confronto con Qatar e Iran.
In tale situazione, il 22 giugno sarebbero atterrati in Arabia Saudita 18 aerei da combattimento F-16I, F-15CD e F-16CD, 2 Gulfstream per la guerra elettronica e 2 aerocisterne C-130 israeliani, quale deterrenza contro un possibile golpe contro Muhamad bin Salman. Infatti, una petizione firmata da principi sauditi veniva pubblicata dopo la nomina a principe ereditario di Muhamad bin Salman. La petizione, che protesta contro re Salman per la decisione di sostituire bin Nayaf, è firmata dal principe Muqrin bin Abdulaziz e da altri 21 capi sauditi. I principi che si oppongono a bin Salman dichiarano che egli vuole diventare re de facto con tale nomina, e che ciò distruggerebbe la famiglia reale saudita. Inoltre, “Washington ha chiesto altri soldi per difendere il regime saudita e Riyadh ha recentemente versato 200 miliardi agli Stati Uniti per comprarne il sostegno nella guerra allo Yemen“, secondo l’analista yemenita Salah al-Qarshi. “Si tratta di parte dell’enorme quantità di denaro che l’Arabia Saudita versa al Tesoro degli Stati Uniti per proteggere la corona“. Secondo al-Qarshi, l’ex-capo dei servizi segreti sauditi Turqi al-Faysal aveva rivelato che il suo Paese aveva acquistato i poco redditizi buoni del Tesoro USA per aiutare l’economia degli Stati Uniti. Abdalbari Atwan, caporedattore del giornale Rai al-Yum, affermava che “che il principe Muhamad bin Salman è solo a un passo dal divenire re“, attendendo solo il via libera dal governo degli Stati Uniti. Sempre secondo Atwan, anche il principe ereditario di Abu Dhabi, Muhamad bin Zayad al-Nahyan, potrebbe inscenare un colpo di Stato negli Emirati Arabi Uniti per diventarne il re. Secondo l’insider saudita Mujtahid, il re saudita Salman bin Abdulaziz dovrebbe presto ritirarsi e fare accedere al trono Muhamad bin Salman, ma non prima di averne informato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.Fonti:
Análisis Militares
FNA
FNA
FNA
FNA
The Duran
The Duran
The Duran
Zerohedge



Bloomberg: Il problema più grosso è l’esportazione tedesca di capitali, non di automobili

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germania

Un articolo di Bloomberg denuncia il lato più “oscuro” del surplus tedesco: quello dell’accumulo ed esportazione esorbitante di risparmi. Come accadeva già prima della grande crisi finanziaria dei mutui subprime, il grande capitale tedesco si sta muovendo, nell’ansiosa ricerca di rendimenti, gonfiando bolle finanziarie. Questo dovrebbe essere preso di mira da Trump, nella sua contrapposizione alla Germania, ancor prima di preoccuparsi del surplus commerciale.

di Chris Bryant, 09 giugno 2017

Donald Trump si cruccia per il massiccio surplus commerciale della Germania e in particolare per le automobili che Volkswagen, BMW e Daimler esportano negli Stati Uniti.

Trump ha ragione su una cosa: lo squilibrio delle partite correnti tedesche è un problema. Ma c’è un tipo di esportazione tedesca che è meno scontata e potenzialmente più problematica di quella delle automobili: l’esportazione del denaro.

È un po’ sciocco accusare la Germania di vendere cose che il resto del mondo vuole comprare. Ma il fatto che la Germania poi non acquisti a sua volta una quantità equivalente di cose la costringe a esportare i propri risparmi, diventando così un enorme creditore netto verso il resto del mondo.

Dunque, poiché i suoi risparmi nazionali superano di gran lunga gli investimenti, la Germania non è solo il più grande esportatore al mondo di automobili, ma anche il più grande esportatore netto al mondo di capitali.

Dato che la sua popolazione sta invecchiando (e ha scarse prospettive di crescita demografica) non c’è da sorprendersi che la Germania generi un surplus di risparmi che poi investe in asset redditizi al fine di assicurarsi entrate con cui pagare le pensioni [1].

Questo approccio, tuttavia, secondo HSBC [2], comporta dei rischi. L’eccesso di risparmi della Germania potrebbe contribuire all’aumento dell’indebitamento e dell’instabilità finanziaria nei paesi che hanno grossi deficit di partite correnti (come gli USA e il Regno Unito). L’ossessione della Germania per il risparmio (che il resto dell’eurozona sta cercando sempre più di imitare, si veda il grafico sotto) potrebbe ostacolare l’uscita dell’intero continente da una ormai prolungata crisi economica. E d’altra parte l’accumulo di attività estere da parte della Germania potrebbe non renderle alla fine i redditi sperati (ma di questo Trump non sembra preoccuparsi molto).

L’anno scorso il surplus di partite correnti della Germania ha raggiunto i 261 miliardi di euro [3], che corrispondono a circa 230 miliardi di euro di esportazione netta di capitali. Questi deflussi sono stati esacerbati dal programma di acquisto titoli condotto dalla Banca Centrale Europea (BCE), che ha schiacciato i rendimenti dei bund tedeschi e ha costretto i gestori degli asset a cercare altrove titoli che garantissero rendimenti migliori. (Deutsche Bank ha definito questa tendenza come “euroglut” [“eurosaturazione”] [4].)

Gli Stati Uniti sono stati il paese di destinazione di oltre 60 miliardi di dollari di capitali tedeschi, di cui circa la metà sono stati investiti in azioni. Il denaro tedesco ha contribuito ad aumentare i prezzi delle azioni statunitensi (rendendo così gli americani più ricchi), a finanziare nuovi impianti manufatturieri (creando posti di lavoro) e ha contribuito a finanziare il deficit del bilancio pubblico [5].

Cosa ci sarebbe di male in tutto questo, da una prospettiva americana? Be’, l’abbondanza di risparmi tedeschi ha anche abbassato i tassi di interesse di equilibrio, rendendo più difficile per i fondi pensione americani mantenere i rendimenti promessi (e, per la Federal Reserve, normalizzare la politica sui tassi) [6].

Nel frattempo perfino il governo tedesco ammette che “i capitali in cerca di investimenti possono contribuire a creare boom del credito e/o bolle finanziarie in altri paesi“.

Bisogna sapere che prima del 2008 il surplus di acquisti di titoli ipotecari da parte tedesca ha contribuito a gonfiare la bolla statunitense dei mutui subprime, determinando, alla fine, perdite per le banche tedesche. I risparmi interni hanno contribuito anche a investimenti poco efficienti verso le economie periferiche dell’eurozona, come la Grecia e la Spagna [7].

La Storia non si ripete, ma spesso fa la rima. Negli Stati Uniti il crollo dei mutui subprime sembra sul punto di essere sostituito da nuove bolle del credito al consumo in prestiti agli studenti e per acquisti di automobili. È possibile che il surplus dei risparmi tedeschi stia contribuendo a gonfiare alcuni di questi eccessi [8].

E se le banche tedesche hanno drasticamente ridimensionato la propria esposizione verso la periferia dell’eurozona ora in crisi, la banca centrale non ha fatto altrettanto. A causa del programma di acquisto titoli da parte della BCE, la Bundesbank ha accumulato quasi 860 miliardi di euro di esposizione verso la BCE tramite il cosiddetto sistema Target2. Si tratta di quasi la metà del proprio patrimonio netto verso l’estero. Per ora questo sembra solo un tecnicismo contabile. Ma se una banca nazionale dell’Europa del sud dovesse decidere di non onorare le proprie passività su Target2 verso la BCE, i contribuenti tedeschi potrebbero soffrire delle perdite molto concrete [9].

Quindi dimenticate le automobili, Trump dovrebbe concentrare i propri sforzi al fine di deviare gli investimenti tedeschi pubblici e privati quanto più possibile verso la Germania, in modo da incrementare la sua crescita potenziale e rendere più semplice per la BCE mettere fine ai propri esperimenti monetari di indebolimento dell’euro, che consolidano sempre di più il surplus tedesco delle partite correnti. Il governo tedesco ha promesso di incrementare la spesa in infrastrutture, ma chiunque conosca la precaria condizione delle strade e dei ponti in Germania sa che potrebbe fare ben di più (a dire il vero gli Stati Uniti non sono messi molto meglio, da questo punto di vista).

Ma nel timore che Trump possa leggere questo pezzo ed essere tentato di fare subito il bullo su Twitter, non voglio dimenticare di sottolineare un’altra debolezza nella retorica anti-tedesca del Presidente.

Trump ha definito “un errore catastrofico” la decisione della Germania di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati in fuga dalla Siria e da altrove. Eppure un afflusso di giovani immigrati è il tonico perfetto per rimediare all’invecchiamento della popolazione tedesca e alla scarsità di domanda interna (gli immigrati tendono a comprare cose e ad avere bisogno di un posto dove vivere). Se Trump fosse coerente dovrebbe contestare l’esportazione tedesca di capitali ma al tempo stesso approvare la politica delle porte aperte. Ma a Trump piacciono i soldi. Anche i rifugiati? Non altrettanto.

Questo articolo non rispecchia necessariamente le opinioni di Bloomberg LP e dei suoi proprietari.

[1] Questo equivale a un deficit nel conto finanziario di un paese.

[2] Janet Henry, capo economista di HSBC, ha esaminato il rischio di “saturazione” degli investimenti tedeschi, cinesi e giapponesi, in una nota lo scorso anno.

[3] Secondo la Bundesbank.

[4] A dire il vero la Germania non è una gran sostenitrice dell’acquisto di titoli da parte della BCE e la accusa di aver causato la debolezza dell’euro e il proprio surplus di conto corrente.

[5] La Cina, comunque, è il maggiore acquirente di titoli pubblici americani.

[6] Si vedano questi commenti del presidente della BCE, Mario Draghi, sui surplus di partite correnti della Germania e dell’eurozona.

[7] C’è un dibattito su quanta ricchezza tedesca sia andata distrutta.

[8] Per esempio il braccio finanziario delle case automobilistiche tedesche hanno prestato una grande quantità di soldi agli americani affinché acquistassero automobili di lusso che i consumatori avrebbero altrimenti fatto fatica a comprare. Con la rapida discesa dei prezzi delle automobili di seconda mano, aumenta il rischio di perdite creditizie.

[9] Per ulteriori informazioni si veda qui e qui.

INTESA: BANCHE VENETE… SOCIALIZZAZIONE DELLE PERDITE!

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Non è una novità, ma la gente comune non sa nulla di quello che sta realmente accadendo, un manipolo di politici falliti da dieci anni, quotidianamente, vi sussurra che non c’è alternativa all’azzardo morale, troppo grande e importante per fallire il sistema finanziario, una banca troppo importante, non è un’azienda come le altre, sai bellezza è un castello di carta basato sulla fiducia, spesso e volentieri nelle mani di una banda di pericolosi psicopatici o sociopatici, che stanno distruggendo quello che resta dell’economia reale.

Noi non vi faremo tanti discorsi tecnici, come fanno i media mainstream, che hanno l’unico scopo di lobotomizzarvi, di stendere una cortina fumogena sulla realtà, no, noi vi racconteremo quello che sta succedendo alle banche venete in maniera semplice senza tanti giri di parole.

Banche venete, c’è l’offerta di Intesa: un euro per le good bank

Com’era ormai atteso, Intesa Sanpaolo si fa avanti per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Ma alle sue condizioni: prezzo simbolico di 1 euro, completa ripulitura degli Npl, nessun impatto sul patrimonio e quindi nessuna necessità di aumentare il capitale o di ridurre i dividendi. Non solo: «L’operazione è subordinata all’incondizionato placet di ogni Autorità competente anche con riferimento alla relativa cornice legislativa e regolamentare», puntualizza la banca in una nota, lasciando così intendere che il disegno rimarrà in sospeso finché i (numerosi) interlocutori non si saranno espressi. Un passaggio che, visti i precedenti, non può considerarsi scontato.

Con Intesa non c’è mai nulla di scontato, negli ultimi mesi Intesa è diventata famosa nel Paese delle meraviglie non per la festa di non compleanno, ma per le non acquisizioni, la non acquisizione di Generali, una vicenda a dir poco ridicola e ora chissà, la non acquisizione delle banche venete.

Acquisti di attività in liquidazione
Come anticipato da Il Sole 24 Ore
, è stato un cda straordinario – nella mattinata di oggi – a deliberare con voto unanime la disponibilità all’acquisto di «certe attività e passività e certi rapporti giuridici facenti capo a Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca». Non è un dettaglio: se comprerà, la banca comprerà da una procedura di liquidazione, dunque non le banche in quanto tali ma alcuni asset ex Vicenza o ex Veneto Banca; la differenza è sostanziale, perché in questo modo l’acquirente intende tutelarsi dai rischi che in futuro potrebbero emergere sulle tormentate vicende passate.

Per carità è questa la moda degli ultimi anni, più o meno l’operazione recente del Santader sul Banco Popular, ma almeno quelli sette miliardi li devono mettere sul banco per cancellare i NPL, questi invece pretendono di comprarsele, le banche venete con un euro e i 10 miliardi di sofferenze attuali e quelle future, i crediti in bonis e tutto il resto lo rifilano al contribuente italiano attraverso la formazione di una bad bank, che finirà male come sono finite tutte le bad bank messe in piedi in Europa in questi anni, ovvero il contribuente italiano, indefesso, si ritroverà con qualche altro miliarduccio di debito pubblico.

«Intesa non è la banca del Paese, ma è una banca responsabile, che ha già dimostrato in passato di farsi carico di alcuni problemi della collettività», ha commentato con Radiocor Plus. In particolare, Guzzetti ha evidenziato l’importanza dei paletti fissati da Intesa su capitale e cedola: «Questi paletti Messina li ha messi anche quando stava esaminando Trieste (Generali, ndr), figuriamoci ora – sottolinea -. Del resto perché dovremmo metterci in casa situazioni problematiche visto che la banca va bene? Questa è la bussola di Intesa Sanpaolo».

Per carità loro fanno il loro lavoro, il problema se mai è la politica, ma sarà interessante osservare cosa ne pensano i tedeschi di questa operazione, tedeschi che per la prima volta nella storia sono costretti a cancellare completamente le cedole su due prestiti subordinati … Decisione storica, banca tedesca ricorre ad “auto bail-in” e cancella e soprattutto Bruxelles.

Le banche venete e ma soprattutto i risparmi e gli investimenti dei veneti sono stati distrutti da un manipolo di pericolosi incompetenti esaltati ad essere buoni, ma psicopatici o sociopatici è il termine migliore. La vigilanza? Mai pervenuta, zero, il nulla o poco più, visti i risultati. Alcune banche ormai sono come degli asili nido, in mano a pedofili.

Gli psicopatici sfruttano  la natura relativamente caotica della società moderna tra cui il  rapido cambiamento, il rinnovamento costante e un elevato turnover di personale chiave nelle aziende.Tali circostanze consentono loro di ascendere attraverso una combinazione di fascino e carisma , che rende il loro comportamento invisibile e li fa apparire normali sino a sembrare dei leader ideali.

Un ambiente stabile avrebbe invece reso visibili ed identificabili gli psicopatici aziendali, indentificabili  come manager indesiderabili a causa della loro personalità  egoista e altri difetti etici”.

(…) Il problema è iniziato quando questi  incantatori, di fatto hanno preso il potere nelle più importanti istituzioni finanziarie… uomini in grado di influenzare il clima morale di tutta  l’organizzazione di esercitare un potere considerevole.

Essi in gran parte hanno  causato la crisi perché la loro risoluta ricerca del proprio auto-arricchimento e della propria auto-esaltazione con l’esclusione di ogni altra considerazione ha portato ad un abbandono del  vecchio concetto di noblesse oblige, uguaglianza, equità, o di qualsiasi nozione  reale della responsabilità sociale delle imprese “.

Non sembrano essere coinvolti  dai crolli aziendale che provocano.  Questi psicopatici si presentano con disinvoltura nel caos che accade intorno  a loro, senza preoccuparsi di coloro che hanno perso il lavoro, i risparmi e gli  investimenti, senza alcun rimpianto  per quello che hanno fatto.

Amano allegramente mentire sul loro coinvolgimento negli eventi, sono molto  convincenti nell’ incolpare gli altri per quello che è successo e non hanno dubbi  sul proprio valore.

Il bello è che qualcuno pensa che sia finita qui, non passa giorno nel quale, loro politici e banchieri centrali non vi raccontano che la crisi è finita, che ora è tutto sotto controllo, che i problemi si stanno risolvendo, grazie al Vostro contributo, usano i soldi dei contribuenti attraverso il gioco delle tre carte e poi vi chiedono le riforme, diritti, welfare, flessibilità e deflazione salariale per continuare a coprire i buchi delle banche.

Confesso che sono stanco di scrivere sempre e solo le stesse cose, mai una volta che abbia osservato una diffusione virale di un nostro articolo, su argomenti così importanti.

Ma vediamo cosa ci racconta una nostra vecchia conoscenza, Yves Smith, mentre un popolo di fessi quotidianamente si beve le notizie dei media di regime, finanziati dalle stesse banche…

Waiting for Godot or Does Anyone Really Know What Is Going on with Eurozone Banks?

A chi non si beve le camomille del regime eurista consiglio di leggervelo tutto, non ho tempo di tradurvelo, qua e la alcuni flash…

(…)  Innanzitutto, i sistemi di garanzia dei depositi sono nazionali, e non in tutta l’area dell’euro sono in genere sufficienti a garantire i risparmiatori. (…) Devo ancora scrivere l’articolo che affronterà se le regole bancarie dell’eurozona per promuovere la solvibilità delle banche stanno creando un problema di liquidità, perché le autorità di risoluzione delle banche dell’Eurozona sembrano aver interpretato male la risoluzione del Banco Popular al punto di intensificare la corsa agli sportelli.  Monitorando la liquidità della banca su base giornaliera e oraria.

Il Banco Popular era la sesta banca più grande della Spagna, come vi abbiamo raccontato nata dalla fusione di tre casse di risparmio fallite, una delle banche più redditizie del 2016. Dopo 3 miliardi di perdite annunciate nel mesi di febbraio dovute e svalutazioni di asset e NPL aveva uno stato patrimoniale ancora di qualità sufficiente.

Poi all’improvviso, puffete! Yves vi spiega cosa è successo, la velocità con la quale la valanga ha travolto la banca spagnola, come le attuali regole sembrano fatte apposta per provocare una fuga dei depositi, in sintesi ci si chiede se si sia trattato davvero di una crisi di effettiva solvibilità o di una crisi di liquidità causata dalle stesse procedure europee, la responsabilità del governo spagnolo.

Yves ripropone il rischio che queste operazioni portino a colosso davvero troppo grandi per fallire, banche troppo grandi che creano pericolosi rischi sistemici per l’intera Europa, per anni ha sostenuto che la crisi bancaria sarebbe nata in Spagna e si sarebbe diffusa in Italia.

Parlando della banche italiane, si ripropone il rischio di quanto è accaduto in Spagna, le premesse sono pessime, se il governo italiano dovesse sbagliare l’approccio al salvataggio delle banche venete, ciò alimenterà il clima antieuro in vista delle prossime elezioni legislative di gennaio.

Come San Tommaso io non credo sino a quando non avrò visto, forse ci siamo sbagliati, il vento che spazzerà via l’euro, arriverà dal fallimento del sistema bancario europeo, prima la Spagna, poi l’Italia, perché quello tedesco e quello francese sono già falliti, come testimonia il nostro modellino preferito o forse chissà dal voto del popolo italiano anche se ci credo davvero poco, sarebbe troppo per un Paese sostanzialmente di fessi e di furbi.

Ai posteri l’ardua sentenza, noi intanto ci stiamo preparando per un’estate di ferro e di fuoco, la corsa ai bond sovrani è appena iniziata, buon divertimento insieme al nostro Machiavelli.



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