Andare fuori a cena? Ma fatemi il piacere. La “cena fuori” non esiste più, la cena è finita, è morta, lo sapete?

A meno che non siate, per disgrazia vostra, impiegati, manager o qualche altra desueta categoria di persone costretta ancora oggi a partecipare alle cosiddette “cene di lavoro”, una grandissima iattura dove si è costretti a ingollare bocconi mentre si parla di business plan e budget trimestrali, per gli altri il rituale della cena fuori –da intendere nel senso di “al ristorante” e non come condizione mentale–  si è praticamente dissolto.

Estinto, evaporato come una bollicina di spumante sorseggiato, o meglio ingurgitato, nel bel mezzo di una moderna nonché trendy “aperi-cena”.

E già qui, già solo dal  nome, capiamo che siamo nell’era 3.0 del cibo, nella modernità, nell’epoca “gender” applicata alla ristorazione di massa: l’apericena, infatti, non ha un genere definito, può essere maschile o femminile, un misto tra “l’aperitivo” e “la cena”, tra maschi e femmine, per non far torti a nessuno, con buona pace di Vladimir Luxuria e Maurizia Paradiso.

Peccato che l’apericena, non sia né l’ uno, ne’ l’altra.

Non goda cioè né della soave leggerezza di un rito semplice e ormai obsoleto come l’aperitivo, servito con qualche tartina e qualche olivella, e che lascia ampio spazio alla conversazione e al convivio, né della completezza e gratificazione di una vera cena, dove poter degustare con compiaciuta soddisfazione le pietanze ordinate.

L’apericena è infatti  un ibrido insulso che non ha nessuno dei pregi dei suoi padri.

Nel moderno rito tribale dell’apericena, infatti, orde di giovani (e non) con in mano i piattini di plastica d’ordinanza si avventano con classe (poca) ed eleganza  (ancor meno) sui banconi stracolmi di vivande che nemmeno nelle nozze del Padrino parte uno due e tre messi assieme, facendone ampio scempio nonché strati sovrapposti.

E già qui, già solo dal  nome, capiamo che siamo nell’era 3.0 del cibo, nella modernità, nell’epoca “gender” applicata alla ristorazione di massa: l’apericena, infatti, non ha un genere definito, può essere maschile o femminile, un misto tra “l’aperitivo” e “la cena”, tra maschi e femmine, per non far torti a nessuno, con buona pace di Vladimir Luxuria e Maurizia Paradiso.

Peccato che l’apericena, non sia né l’ uno, ne’ l’altra.

Non goda cioè né della soave leggerezza di un rito semplice e ormai obsoleto come l’aperitivo, servito con qualche tartina e qualche olivella, e che lascia ampio spazio alla conversazione e al convivio, né della completezza e gratificazione di una vera cena, dove poter degustare con compiaciuta soddisfazione le pietanze ordinate.

L’apericena è infatti  un ibrido insulso che non ha nessuno dei pregi dei suoi padri.

Nel moderno rito tribale dell’apericena, infatti, orde di giovani (e non) con in mano i piattini di plastica d’ordinanza si avventano con classe (poca) ed eleganza  (ancor meno) sui banconi stracolmi di vivande che nemmeno nelle nozze del Padrino parte uno due e tre messi assieme, facendone ampio scempio nonché strati sovrapposti.

Peccato che a saperla lunga, ancora una volta, sia il furbo ristoratore, che nel retro, osservando la bolgia infernale di noi allocchi si frega le mani assaporando in beata solitudine il suo (vero) aperitivo. Con due olivette taggiasche e una fettina di salame nostrano.

A noi, invece, la focaccia del giorno prima e le patatine rimestate dal sacchetto rabboccato.

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