Ciò che fa la differenza nel mare magnum di modelli che possono essere ricompresi sotto il concetto di “economia della condivisione” è l’accento posto sul modello di governance, elemento fondamentale in quanto definisce sia la dimensione identitaria (le finalità perseguite) sia il suo funzionamento, guardando all’esercizio di una risorsa-chiave: il potere. Ecco quindi perché una delle principali questioni che riguardano l’ampliamento della sfera di influenza di una economia realmente “condivisa” nel più ampio quadro della on demand economy (rappresentata da big player globali come Uber, AirB&B, ecc.) consiste nell’applicazione della governance cooperativa.

Cooperare significa porsi gli stessi fini e condividere i mezzi per raggiungerli ed è, pertanto, un concetto più ampio rispetto alla mera collaborazione

ovvero un condivisione legata meramente ai mezzi per l’ottenimento di una pluralità di fini diversi. Nel modello cooperativo, in cui la democrazia, il controllo e l’assunzione di rischio si fondono tra loro, chi condivide i mezzi è anche socio e, per questa ragione, necessariamente condivide i fini dell’organizzazione di cui fa parte con gli altri membri. Di solito la questione viene risolta nell’ambito dell’esercizio di un diritto di proprietà, ma la questione è ben più complessa soprattutto quando oggetto di intervento sono beni di interesse collettivo (commons). In questo caso è meglio parlare non di ownership, ma piuttosto di stewardship ovvero modelli in grado di incorporare gli interessi e le risorse di una pluralità di attori che convergono verso obiettivi riconosciuti come “comuni”. Per questo il patrimonio diventa indivisibile e il mero incremento del valore economico generato non è il fine ultimo cui i soci tendono.

Con la crisi, il modello cooperativo, oltre a dimostrare la propria resilienza in termini di tenuta occupazionale, ha altresì dato evidenza di essere in grado di intraprendere strade nuove in risposta a bisogni emergenti.

Un esempio, tutto italiano, è dato dalle cooperative di comunità, imprese cooperative spesso collocate in “aree interne” del nostro paese, lontane cioè dalle “luci” delle smart cities, in cui i cittadini aderiscono ad un progetto di rigenerazione territoriale, piuttosto che di gestione di beni comuni come l’acqua o l’energia rinnovabile, diventando soci di nuove cooperative. Organizzazioni che pur essendo spesso fieramente offline rappresentano un insegnamento utile anche per gli esponenti delle imprese sociali che scaturiscono dall’economia digitale o che operano nei sistemi di welfare tradizionali.

Una delle sfide principali, oggi, rispetto al tema della sharing economy è dunque quello di alimentare le condizioni affinché il modello cooperativo e i suoi benefici per le comunità possano essere traslati all’interno dell’economia della condivisione e beneficino dei mezzi tecnologici a disposizione. Un percorso di sviluppo verso quello che molti chiamano platform cooperativism, di cui tra i primi casi a livello internazionale si possono citare Loconomics, una start-up di San Francisco che gestisce professionisti di servizi locali, fornendo loro strumenti, sostenendoli nel crearsi il proprio mercato e nel mettersi in contatto con le comunità. Una realtà imprenditoriale dove gli amministratori e i freelancer sono soci con gli stessi diritti di voto. Stocksy  è una piattaforma contenente un database di immagini fotografiche – come il più famosoShutterstock – dove però i proprietari sono gli artisti e i fotografi stessi. L’inglese OpenSpace Cooperative è invece un esempio di co-working cooperativo: se, da un lato, il funzionamento è quello tipico dei co-working,  dall’altro lato la differenza sta nel fatto che i soci beneficiano dei vantaggi derivanti dall’essere proprietari, tra cui affitto più basso e la possibilità di avere una voce in capitolo nelle questioni di governance e societarie.

Ecco perché è indispensabile anche in Italia avviare una nuova stagione capace di trasformare le “piattaforme che condividono i mezzi” in piattaforme che condividono anche i fini: piattaforme cooperative in cui la partecipazione della cittadinanza attiva si trasforma in impresa di comunità.

Il potenziale quindi esiste e, inevitabilmente, passa attraverso un’ibridazione intenzionalmente ricercata tra attori che, solo in apparenza, sono distanti ma che in realtà mirano allo stesso obiettivo.

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