Stefano Azzarà: Globalisti contro sovranisti. Un conflitto tutto interno alle classi dominanti

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Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzarà 

Ancora sul fenomeno cosiddetto “populista”. Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzarà, docente di Filosofia moderna presso l’Università di Urbino e autore del volume “Democrazia cercasi”. (da http://www.ilbenecomune.it)

Visto che lei è un marxista, inizierei dalla critica. Uno dei paradigmi interpretativi che si sta affermando nettamente, non solo tra i rappresentanti dell’establishment (lo ha dichiarato qualche settimana fa in un’intervista sul Corriere della Sera, il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker) ma anche tra molti compagni, riguardo alla reazione che sta montando in occidente contro chi ha governato la globalizzazione negli ultimi 20 anni, è quello secondo cui lo scontro fondamentale non è più fra destra e sinistra ma tra populisti e globalisti. Ecco, rispetto a questo, qual è la sua analisi?

Ritengo profondamente sbagliata, per non dire foriera di grandi pericoli, questa impostazione, che appare nuova ma che in realtà si è presentata più volte sulla scena politica e culturale non solo nel XX ma già nel XIX secolo. La vera differenza rispetto al passato è semmai che mentre prima queste tesi erano smentite nella pratica, oltre che nella teoria, oggi l’impotenza pressoché totale acquisita dalla sinistra lascia un campo totalmente aperto alle destre per un’operazione egemonica in grande stile. Un’operazione che sta già cambiando il modo di pensare delle generazioni più giovani e ha aperto una breccia anche a sinistra.

Come lei stesso fa notare, oltretutto, il fantomatico potenziale “antagonistico’* di questa impostazione, che individua la contraddizione fondamentale non più in quella capitale-lavoro ma nella coppia antagonistica universale/particolare (globale/nazionale; astratto/concreto; artificiale/storico), e per questo invita a superare categorie considerate obsolete, è immediatamente smentito dal fatto che la versione più influente di questa tesi – che io chiamo Mito Transpolitico e che ha molte sfaccettature e varianti – è appunto e in primo luogo la versione tecnocratica, ovvero quella neoliberale. Su questo terreno, si può dire, de Benoist e Dugin la pensano esattamente come Matteo Renzi e Mario Draghi, perché in effetti si tratta di due facce diverse di un’egemonia che è però tutta di destra. Siamo purtroppo in una situazione nella quale le idee delle classi dominanti occupano senza trovare resistenza tutto lo spettro ideologico e soddisfano perciò tutti i bisogni simbolici sociali. Tutto si riduce insomma a un confronto interno alle destre. La sinistra è letteralmente assente, come diceva un recente libro di Domenico Losurdo.

In realtà, destra e sinistra sono ancora categorie politiche irrinunciabili, senza le quali non è possibile comprendere il nostro tempo e il nostro mondo. Esse vengono ridefinite dalla storia, come ogni cosa umana, ma non è possibile prescinderne per l’interpretazione della realtà. L’equivoco di fondo, che è presente in primo luogo in un autore al quale sono stato assai legato sul piano culturale come Costanzo Preve – un autore che però non si è mantenuto fino in fondo all’altezza di quanto aveva prodotto negli anni Novanta e ha finito per generare anche una “destra previana”, oltre che una “sinistra previana” – è tutto di natura nominalistica. Si tende cioè a identificare la sinistra con ciò che si autodefinisce tale o che tale viene definito dal sistema dei media. E di conseguenza si denuncia la presenza di un’egemonia culturale della sinistra che farebbe da accompagnamento universalistico, dirittumanista e libertario all’avanzata di un capitalismo finanziario globale e disgregante.



In realtà, proprio per criticare la sinistra ufficiale – nelle sue varianti idealtipiche della sinistra imperiale e di quella postmoderna – e per mostrarne le gravi responsabilità, noi siamo costretti sistematicamente a fare riferimento a queste categorie presunte obsolete e a dire che essa ha fatto proprio il programma della destra. A denunciare anzi come essa si sia fatta destra pur mantenendo il nome di sinistra e conservando questa collocazione convenzionale nella rappresentazione dei sistemi politici. Bisogna ancora spiegare le profonde e complicate ragioni storiche per cui questo è avvenuto, ovviamente. E però non si capisce nulla di quanto è accaduto negli ultimi decenni se non si coglie il gigantesco slittamento a destra che ha traslato l’intero quadro politico: questo slittamento è infatti l’esito di una gigantesca sconfitta delle classi subalterne nell’ambito del conflitto politico-sociale all’interno delle nazioni come su scala globale. Affermare che destra e sinistra non esistono più significa esattamente rimuovere sia la sconfitta, sia – ancor prima – l’esistenza stessa del conflitto. Giudicare il conflitto di classe insussistente mi sembra un modo veramente super partes per dimostrare l’obsolescenza di destra e sinistra…

Va allora ribadito che rimangono pienamente operative la destra come la sinistra ma che queste categorie vanno profondamente ridefinite. Come dicevo prima, infatti, la destra occupa oggi nelle sue diverse forme pressoché tutto lo spettro politico mentre la sinistra vera e propria, quella che è tale non solo nella nomenclatura ma anche sul piano programmatico e storico, si è ridotta ai minimi termini, oltre ad essere assai confusa.

Per come la penso io, dalla fase giacobina della Rivoluzione francese in avanti la sinistra dovrebbe essere il partito dell’emancipazione e del progresso integrali, che guarda a un universalismo pieno e compiuto, capace di riconoscere le differenze. In questo senso, la sinistra è anzitutto il partito della mediazione e della totalità (linea Hegel-Marx). La destra nelle sue diverse forme – e questo ne spiega anche il facile successo popolare – è invece il partito dell’immediatezza e della parzialità, ovvero il partito del particolarismo. La contrapposizione tra populismo e globalismo, se affrontata da questo punto di vista, è del tutto formale e incapace di spiegare la realtà. Bisognerebbe entrare nel merito e qui manca lo spazio E però già ad un approccio superficiale è del tutto evidente che vengono oggi rivendicati sia un “populismo” di sinistra (kirchnerismo, Podemos, Syriza ) che uno di destra (Trump, Le Pen); così come vengono rivendicati sia un “globalismo” di sinistra (sinistra liberale) che uno di destra (tecnocrazia) Ma in questo modo non abbiamo fatto un solo passo avanti, perché si tratta appunto di andare oltre il formalismo per guardare la sostanza delle cose.

Personalmente, allora, distinguo tra un processo di “mondializzazione” che accompagna tutta l’età moderna e lo sviluppo del modo di produzione capitalistico e che, attraverso innumerevoli contraddizioni, si è intrecciato al processo di costruzione del genere umano, da un processo di ‘globalizzazione” che costituisce invece la versione distorta del primo processo, conseguenza dell’affermazione dell’imperialismo statunitense. La globalizzazione di marca americana, che rimonta al progetto wilsoniano e poi a Bretton Woods, era in realtà non un fenomeno naturale o endogeno allo sviluppo tecnologico ma nient’altro che il progetto di costruzione dell’egemonia statunitense nel XXI secolo. Questo processo ha inevitabilmente generato spinte e controspinte, perché mai nella storia chi ha scatenato energie immani ha poi potuto controllare tutta la catena di cause e concause. La crisi economica è ad esempio un inciampo imprevisto di questo progetto. Ma lo è anche il risveglio di alcune aree geopolitiche, penso anzitutto alla Cina, che hanno saputo cavalcare le contraddizioni della globalizzazione americana per installarvi un proprio autonomo piano di modernizzazione.

L’emergere dell’ex Terzo Mondo colonizzato inevitabilmente ha ridotto la “torta” a disposizione per l’Occidente Ma questa torta non si è ridotta in maniera proporzionale per tutti. Gli USA ne ricevono comunque una porzione maggiore e anche in Europa, come è noto, ci sono forti squilibri tra gli Stati. AH’intemo di ciascuna nazione, poi, è chiaro che le classi dominanti scaricano il più possibile su quelle subalterne la necessità di fare posto a tavola anche ad altri Paesi che prima erano esclusivamente dominati.

Chi respinge tout court la “globalizzazione” con una negazione indeterminata, allora, respinge non solo i suoi effetti negativi come la concorrenza crescente e l’impauperimento di massa ma anche quelli positivi, anche la “mondializzazione”, anche la costruzione del genere. Rimuovendo tra l’altro il ruolo delle classi dominanti all’Interno degli Stati nazionali: in nome di una comunità compatta e organica che non esiste da nessuna parte, respinge in realtà un grandioso processo rivoluzionario che riguarda il mondo ex coloniale. In maniera reciproca, chi esalta la “globalizzazione” in maniera acritica, senza fare distinzioni, fiancheggia di fatto l’imperialismo statunitense e i vari sub-imperialismi regionali. Si tratta perciò, come in ogni processo, di sviluppare un’analisi concreta della situazione concreta. E di capire, come ha spiegato assai bene di recente Xi Jinping a Davos, che il processo di mondializzazione non è univoco ma è un campo di forze. Un campo nel quale, semmai, dobbiamo aiutare a prevalere le forze favorevoli allo sviluppo di una forma di democrazia internazionale e di un commercio più equo. L’arresto della globalizzazione non eliminerà lo sfruttamento di classe. Al contrario, l’affermazione di ideologie organicistiche, che nascondono dietro l’idea di popolo quella che è una guerra ferocissima interna alle classi dominanti, in parte favorite e in parte svantaggiate dalla globalizzazione – come negli anni Venti e Trenta del Novecento l’industria leggera era favorevole al libero scambio e quella pesante al protezionismo – ne renderà ancora più difficile la critica.



Dunque, la vittoria di Trump negli USA non è affatto uno schiaffo alle élite dominanti, semmai dimostra – come direbbe Christian Lavai – la capacità di queste ultime di recuperare l’opposizione… Si tratta, in definitiva di uno scontro interno al fronte neo-liberale, giusto?

Non ho alcun dubbio su questo punto. Il fascino che Trump esercita a sinistra è il sintomo della compensazione di un’insormontabile impotenza, oltre che il sintomo di una confusione a causa della quale abbiamo dimenticato anche l’ABC della politica. La crisi economica impoverisce i ceti medi, i quali ad un certo punto hanno revocato il mandato che dopo la Seconda guerra mondiale avevano conferito alla grande borghesia a patto che questa tutelasse in parte anche loro. Ecco che le élites dominanti sul terreno economico, politico ma anche culturale e ideologico (banche, corporations, “caste” politiche, grandi giornali e tv, cordate universitarie), si sono trovate improvvisamente delegittimate dallo scioglimento di un intero blocco sociale. La piccola borghesia pretenderebbe ora di fare da sé, di salvarsi da sé, e genera movimenti populistici. Ma ovviamente non ne è capace, perché è per definizione priva di autonomia, di forza di direzione e di un ceto intellettuale. Essa diventa perciò preda di una contesa furibonda dentro le classi dominanti. Nelle quali le vecchie cordate “stabilite” che avevano approfittato della globalizzazione americana devono subire l’assalto di nuove cordate “outsider”, che non sono state capaci di cavalcarla fino in fondo. E che si ergono adesso a improbabili rappresentanti della piccola borghesia offesa e degli strati più poveri (essi stessi totalmente privi di autonomia e consapevolezza). E ne sfruttano perciò le energie di mobilitazione. Si tratta di un normalissimo fenomeno di circolazione delle élites interno alle classi dominanti, con gli ovvi corollari della cooptazione di élites emergenti provenienti da altri strati sociali.

Il fatto che Trump sia – a parole – più attento ai bisogni sociali e ai ceti disagiati non è affatto una novità, sotto questo aspetto, ma rientra nella tradizione del liberal-conservatorismo compassionevole. Anche l’atteggiamento della nuova amministrazione statunitense verso lo Stato – visto che molti a sinistra si eccitano solo a sentire questa parola tanto quanto altri, di tendenza anarcoide, se ne adontano – non è chissà quale grande sconvolgimento. Il liberalismo sa modulare pragmaticamente l’intervento statale secondo le esigenze di fase dei propri stakeholders. Non è affatto vero che liberalismo è sempre stato sinonimo di laissez-faire e di non intervento statale. Intanto, anche il non intervento è un intervento al contrario, se messo in relazione alle forze del mercato. In secondo luogo, infinite volte i liberali hanno sviluppato politiche interveniste. L’intervento statale è certamente importante ma anche questa categoria è formalistica: si tratta di vedere che tipo di intervento e in quale direzione si muove.

Anche sul piano della politica estera, mi pare che molti a sinistra stiano prendendo lucciole per lanterne. “America First“, lo slogan principale del discorso di insediamento di Trump, è una diversa formula per ribadire il primato e l’eccezionalismo americano, il Manifest Destiny. Il quale può essere perseguito tramite una strategia egemonica e il soft power, associato a un’ideologia pseudo-universalistica che sfrutta la retorica della democrazia sovranazionale, dei diritti umani, ecc. ecc. Ma che può essere perseguito anche tramite strategie diverse, nelle quali la rinuncia alla retorica universalistica in nome di un esplicito approccio particolaristico non comporta minori pericoli per la pace nel mondo e per la giustizia internazionale.

Leggo ad esempio che molti sono impressionati dalle “confessioni” di Trump e vi leggono l’avvio di un processo di revisione della storia degli Stati Uniti, i quali ammetterebbero finalmente le loro colpe imperialiste per voltare pagina. Mi spiace per chi crede alle favole ma non è affatto così. Nell’ideologia dominante, il crimine colonialista viene di solito imbellettato con fiumi di retorica al fine di apparire sempre e comunque buoni (universalismo, Wilson, Fukuyama); ma in determinate fasi storiche lo stesso crimine può essere rivendicato in maniera cinica e sprezzante (particolarismo, Spengler, Huntington) Noi siamo esattamente in una di queste fasi.

Certamente molti a sinistra sono rimasti impressionati dalla simpatia di Trump verso la Russia di Putin, come se la Russia di Putin fosse l’URSS. Abbiamo qui una dimostrazione di quanta confusione e frustrazione ci siano in giro: la politica è ridotta a tifo e, privi di un progetto autonomo e sensato, non siamo più in grado di guardare dialetticamente la realtà senza identificarci con questo o con quel campione, senza distinguere ciò che è positivo da ciò che è negativo. Personalmente ritengo che la Russia svolga un positivo ruolo geopolitico e che sia un pilastro imprescindibile di un futuribile ordine multipolare e della pace nel mondo. Tuttavia, pur essendomi trovato il più delle volte dalla parte di Putin, non ci penso minimamente a identificarmi con lui e lo sostengo solo nella misura in cui le sue scelte vanno nella direzione di un programma oggettivamente progressista.

La cosa più importante è però questa. Trump non mette in discussione la globalizzazione nella misura in cui coincide con il progetto imperialista americano per il XXI secolo. Prende semplicemente atto delle sue defaillances, dei contraccolpi indesiderati, e la ridefinisce su basi bilaterali al fine di rafforzarla in chiave americana. In particolare, intende porre rimedio ad alcune spiacevoli conseguenze della diffusione degli accordi commerciali e cioè, come si diceva prima, all’ascesa della Cina e di alcuni altri paesi. Consapevole del rischio di overstretching del proprio Impero (Paul Kennedy), Trump vuole fare la pace a Est per fare la guerra a Ovest, o viceversa a seconda del punto di vista geografico. Vuole cioè congelare i conflitti con la Russia per aprire il vero fronte, quello contro la Cina, il vero avversario strategico del XXI secolo.

Voglio vederli, i populisti italiani “oltre destra e sinistra” che sono convinti di controllare ora il Cremlino come la Casa Bianca, cosa faranno quando le frizioni con la Cina diventeranno più calde. È facile auspicare un asse eurasiatico o pan-populista con i russi, che sono bianchi. Voglio proprio vederli mantenere lo stesso equilibrio e la stessa voglia di multipolarismo quando i nemici dell’Occidente diventeranno i musi gialli, ovvero i sottouomini asiatici già massacrati al tempo del colonialismo europeo in Cina, i quali oltretutto si schierano oggi per il libero commercio. Per fortuna, come attesta la telefonata a Xi a proposito del principio “Una sola Cina”, Trump sembra aver trovato consiglieri più saggi e realisti di quanto lui stesso non sia.

In sintesi, non ci vuole molto a capire che Trump si sta semplicemente sbarazzando di ogni artificio morale e che critica la Nato perchè vuole mano ancor più libera e pretende che gli alleati ci mettano più soldi. Cosi come non ci vuole molto per capire che Marine Le Pen attacca la UE per ragioni molto diverse da quelle che sono sempre state e dovrebbero ancora essere le preoccupazioni della sinistra. Il problema non è allora, come si sente dire, che una cosa rimane valida anche se a dirla è uno di destra: il problema è che si possono volere cose apparentemente simili per ragioni molto diverse e che le ragioni per cui si vuole una cosa non sono secondarie. Non è che per andare contro “sinistra” neoliberale o postmoderna uno è costretto a diventare di destra: è sufficiente ragionare in maniera dialettica e non binaria e rimanere coerentemente di sinistra.

Do per scontato che in queste condizioni ogni ipotesi di “Fronte Ampio”, praticabile in teoria durante le fasi di ascesa e quando il movimento cresce, significhi consegnarsi mani e piedi a queste destre, che sono largamente egemoni. E vada respinta perché è un suicidio deliberato. Lo dico pensando a chi lancia campagne per l’uscita dall’UE o dalla Nato pensando di fare propaganda all’assemblea nazionale della Lega Nord, o pescando nel bacino dei sovranisti.



La critica della globalizzazione capitalista è stata sempre una prerogativa della sinistra, per lo meno fino a quando si è conclusa l’esperienza del Social Forum. Oggi siamo al punto che personalità autorevoli della sinistra storica iniziano a tifare per Trump e a invocare la discesa in campo di un “uomo forte”…

Non sono d’accordo su questa premessa. Non c’è bisogno di tornare a Marx ed Engels e al Manifesto, con la sua elegia della globalizzazione (che si contrapponeva all’atteggiamento di molti socialisti piccolo-borghesi o nostalgici del feudalesimo). In realtà la critica della globalizzazione è stata sin dalla prima metà del XX secolo un argomento della destra europea, la quale nella tendenza alla globalizzazione descritta come spinta verso lo Stato Mondiale o l’Impero ha individuato una messa in discussione del primato europeo e della storicità differenziata e stratificata dell’Europa, culla della civiltà in contrapposizione alla barbarie dei sottouomini delle colonie in rivolta ma anche all’”artificiale” rappresentato dagli Stati Uniti o dalla Russia bolscevica. Penso a Heidegger e Schmitt in primo luogo. Dopo la Seconda guerra mondiale e ancora negli anni Ottanta e Novanta, la critica dell’estrema destra di ispirazione neonazista al “mondialismo” è esplicita. È in quell’ambiente che vanno rintracciati i prodromi dell’attuale rivolta “populistica” di ispirazione eurasiatista, ad esempio.

Nei Social Forum io all’epoca ho visto un’altra cosa, invece. Non ho mai visto nessun “No Global’. Ho visto invece da un lato tantissimi ‘Sì Global’, ovvero tantissimi fautori di una globalizzazione ancora più spinta. Che pretendevano una totale liberalizzazione dei movimenti delle persone e della circolazione delle idee, criticando le restrizioni dovute alla direzione capitalistica della globalizzazione stessa da parte delle Corporations. Era una posizione nella quale c’era qualcosa di buono, perché si teneva ferma l’esigenza della costruzione del genere e si sviluppava una critica della sua amministrazione capitalistica. Tuttavia era anche una posizione ingenua, perché la globalizzazione del genere deve comunque avere a che fare con il commercio internazionale e la liberalizzazione degli scambi. Mentre invece – e qui entra in gioco la seconda componente, quella luddista – i Social Forum pretendevano di coniugarla con la negazione dello sviluppo delle forze produttive, con la decrescita, con la piccola produzione locale e artigianale. E con la negazione del ruolo dello Stato nazionale come degli organismi sovranazionali e regionali, immaginando una rete di produttori indipendenti in armoniosa cooperazione, secondo un sogno anarco-proudhoniano di esodo. In questo modo, per questa ingenuità, è stata completamente mancata la questione di una reale democratizzazione degli organismi sovranazionali, che a sua volta si sarebbe potuta porre però solo a partire da un riconoscimento del ruolo ancora persistente degli Stati nazione. Tutto ciò ha lasciato un vuoto spaventoso, che la critica della globalizzazione da destra ha provveduto a riempire. È qualcosa di simile a quanto è accaduto nella Germania di Weimar. Quando la sinistra ha sottovalutato clamorosamente la questione nazionale, rispetto alla quale era la più titolata a intervenire, lasciando campo aperto alle destre.

All’epoca, Karl Radek fu uno dei pochi comunisti che negli anni Venti compresero la lezione leninista sul nesso tra questione nazionale e questione sociale. Proprio la scarsa ricezione della sua linea, in un contesto politico e ideologico ancora fortemente influenzato dal luxemburghismo, spalancò le porte all’egemonia dell’estrema destra sulla piccola borghesia tedesca. La situazione oggi è completamente diversa, ovviamente, perché anche se avessimo le migliori posizioni soggettive manco esistiamo. Però le sue parole possono essere ancora di utile orientamento. Ma quando Radek parla dei tedeschi come di un «popolo che fa parte della famiglia dei popoli che lottano per la propria liberazione» e esalta la «libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania», troviamo formule decisive per distinguere l’internazionalismo universalista e il mondialismo anti-imperialistico del leninismo dal mero sovranismo piccolo-borghese come dal cosmopolitismo astratto.

Sono parole pronunciate da Radek tre anni dopo aver stroncato la frazione cosiddetta “na-zional-bolscevica” di Amburgo (esecrata da Lenin nell’Estremismo), gli equivalenti di quei rozzo-bruni che oggi vorrebbero fare il “fronte comune anticapitalista oltre destra e sinistra”. Ieri come oggi, nella contestazione dei processi di globalizzazione le destre fanno certamente leva sulle contraddizioni e i disagi sociali che essi provocano, ma lo fanno con l’obietttivo chiarissimo di una contestazione della costruzione del genere umano e della riaffermazione del primato bianco e euro-occidentale. In queste aree politiche comincia già adesso a farsi strada una rivendicazione aperta del diritto dell’Europa alla ricolonizzazione del mondo, a partire dall’Africa. Per il momento c’è ancora qualche remora ad affrontare questo tabu. Ma se il linguaggio razziale non è praticabile, esso viene metaforizzato nel senso delle differenze culturali.

Di fronte a questa ripresa delle destre, la sinistra è impotente perché assente. La sinistra non ha ancora smaltito la sconfitta di sistema della fine della Guerra Fredda, sebbene in molti casi non voglia ammetterlo. Percepisce vagamente gli errori commessi in questi decenni ma ormai è troppo tardi. Ed ecco che di fronte a certi argomenti “sociali” è esposta all’egemonia delle destre. Così come negli anni passati è stata completamente egemonizzata dalla narrazione neoliberale, oggi è succube della revanche piccolo borghese. L’attrazione verso Trump, o Putin, l’esigenza di un uomo forte che magicamente risolva ogni contraddizione e indichi la via giusta, è in questo senso la compensazione proiettiva di una impotenza acquisita, rispetto alla quale non sembra esserci via d’uscita. Del resto, questo atteggiamento codista è favorito da decenni di politica neobonapartista, la quale in Italia è stata sperimentata proprio a sinistra. Penso all’uso disinvolto del maggioritario, o al mito delle primarie e della leadership carismatica, tutte cose che chiamano in causa responsabilità precise dell’estrema sinistra.

Quali dovrebbero essere le parole d’ordine di una sinistra autonoma che si ponga l’obiettivo di recuperare il consenso popolare – il popolo della Rust Belt, per capirci – senza tuttavia cedere alle debolezze nostalgiche di un ritorno al protezionismo?

Il segreto della democrazia moderna è nell’unità conseguita dalle classi subalterne in un secolo e mezzo di storia. Ceti sociali dispersi e debolissimi nel XIX secolo, attraverso il conflitto sono riusciti ad affermare la propria dignità, tanto che il primo aspetto della lotta di classe consiste in una lotta per il riconoscimento della comune umanità. Ma i deboli possono difendersi dai forti e sconfiggerli solo se uniscono le proprie debolezze. La crisi della democrazia moderna, che è la crisi di un riequilibrio sociale avvenuto appunto nell’interesse dei più deboli (i più forti non hanno bisogno della democrazia), è di conseguenza proprio la frantumazione di quella unità. Una frantumazione che è avvenuta nel corso di due o tre decenni.

La prima cosa da fare perciò è capire dove siamo, capire che usciamo da una sconfitta storica e che alla fine degli anni Ottanta è iniziata una fase di resistenza e di ritirata strategica che durerà per decenni. Non c’è nessuna ragione di credere che il compito che abbiamo davanti – che è un compito obbligato e che consiste nel riunire ciò che è stato diviso, nel perseguire una nuova unità che, sola, può consentirci di difenderci – possa richiedere meno tempo di quanto non ne abbia già richiesto nell’epoca della costruzione del movimento operaio. In questo senso, dobbiamo ripercorrere oggi, in condizioni diverse, quanto è stato fatto dai nostri progenitori politici. E per far ciò dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un compito di lunga durata, il cui contenuto è la ricucitura del mondo del lavoro e di un’alleanza di ceti sociali attorno ad esso.

È un compito che richiederà 20 o 30 anni, sempre che partiamo subito, e che comporterà un massiccio lavoro culturale, sindacale e politico che sarà per un lungo tratto oscuro e misconosciuto. Ma se questa è la prospettiva che abbiamo di fronte, l’ultima cosa che dobbiamo fare è disperderci in quello che è ormai lo sport nazionale della sinistra in Italia: la preparazione delle liste elettorali. Finché la misurazione elettoralistica della nostra impotenza sarà l’ossessione pressoché unica della sinistra – e dunque finché due o tre generazioni non avranno passato la mano – non ci sarà tempo e non ci saranno energie sufficienti per occuparci di quello che è invece il compito principale ma che viene sempre rimandato.

Per il resto, si tratta di fare il mestiere della sinistra riscoprire la centralità del lavoro e riscoprire il fatto che le classi sociali esistono, che esse sono in conflitto perché alcune sono più forti e altre più deboli -altro che “popolo” indifferenziato nel quale tutte le vacche sono nere… – e sono la dimensione fondamentale dei processi in atto. Tutto il resto è importante, certamente, e anche le elezioni lo sono; ma nulla ha senso se non a partire da ciò, da questo preliminare lavoro di radicamento.

In che modo, ad esempio, mettersi tutti dietro a D’Alema dovrebbe modificare in senso progressivo i rapporti di forza nella società e dare finalmente un programma condiviso e sensato a chi sinora non è mai riuscito nemmeno a capire cosa vuole dalla vita, conciliando strategie che sono sempre state opposte nel nome del comune interesse al superamento del quorum? Lo abbiamo già fatto innumerevoli volte e ogni volta ci siamo divisi il giorno dopo: non funziona. Le camarille come quella di D’Alema e Vendola, da questo punto di vista, sono semmai proprio quegli incomprensibili marchingegni che spingono la sinistra dispersa a esprimere la propria frustrazione votando i grillini o astenendosi.

Mi chiedo: quale essere senziente, dopo aver ripetutamente verificato nel corso di 20 anni di merda che nei vigenti rapporti di forza un determinato percorso politico, magari sensato in altre epoche, non offre altro sbocco se non – di compromesso al ribasso in compromesso al ribasso -un ulteriore slittamento a destra, si ostina a ripetere il medesimo errore ad ogni nuovo baluginare delle elezioni, sbavando cupido al pensiero dello scranno e ratto rimuovendo ogni accenno di autocritica formulato dopo l’ultimo recentissimo fallimento, perché tanto “non c’è alternativa”? È anche a partire da questo contesto che va spiegato il successo del Movimento 5 Stelle.

Scorciatoie perciò non ce ne sono, con i baffi o senza. Se non facciamo i conti con la realtà e con noi stessi – Europa, migrazioni, capitale e lavoro, fisco e Welfare – nemmeno Togliatti redivivo potrebbe salvarci, altro che D’Alema. Non siamo più espressione di bisogni e interessi sociali reali. Un’epoca è finita per sempre. Finché non riusciremo ad esserlo, stiamo a casa che è meglio. La fiducia e il consenso si riguadagnano con un umile lavoro di ricucitura di lunga durata, non giocando a risiko a tavolino. Tutto ciò spiace assai, perchè dio sa quanto sarebbe necessario un processo di convergenza a sinistra. Ma un processo serio, programmatico e ancorato a dei referenti sociali reali, non questi trucchetti da ceto politico che riproduce se stesso.

Il problema a questo punto è un altro. Quasi 30 anni di maggioritario hanno devastato i partiti politici, che già non se la passavano particolarmente bene. Adesso abbiamo un accenno di proporzionale che non solo è virtuale (la spinta alle coalizioni crescerà in relazione all’altezza degli sbarramenti), ma è soprattutto privo di quelle forme fondamentali di auto-organizzazione e partecipazione delle classi sociali che sono indispensabili al suo funzionamento. Tutte le forze politiche rimangono infatti sigle in franchising e comitati elettorali in perpetua competizione interna e privi di programma e autonomia. Nessuna di esse ha una proposta condivisa e sensata su ciascuna delle questioni fondamentali, dall’Europa alle migrazioni, dal rapporto capitale-lavoro all’ambiente. Ma non sarà possibile ricostruire un programma politico che aiuti la ricomposizione del mondo del lavoro se non ricostruiremo anche le forme della nostra organizzazione, se non ricostruiremo nel XXI secolo quel tessuto politico, sindacale, associativo e cooperativo che ha segnato la fortuna e la crescita del socialismo dal XIX.



Analogamente, come si esce dalla contrapposizione fanatica – anche questa interna alla sinistra – tra chi sostiene la funzione progressiva a-priori della moneta unica e chi invece vede in essa l’origine di tutti i mali?

Più leggo in giro più me ne convinco: né quelli che sono assolutamente certi che sarebbe meglio uscire dall’euro, né quelli che vogliono rimanere ad ogni costo – parlo degli esperti di queste faccende, non degli sprovveduti dei social network – hanno in realtà la piu pallida idea delle conseguenze dell’una e dell’altra scelta, sul breve, medio e lungo periodo. Per lo più sviluppano un ragionamento politico e ci costruiscono sopra un discorso, forti del fatto che comunque non dipende certamente da loro e nessuno gliene chiederà mai conto. È evidente che il nocciolo della questione è squisitamente politico, come del resto in tutti i ragionamenti relativi all’economia. Proprio per questo, bisognerebbe invece affrontare queste questioni in maniera lucida e non dogmatica, senza ridurre la politica a tifo e propaganda.

Penso che la questione del rapporto con i’UE e l’Euro sia paradigmatica dello stato di impotenza delle classi subalterne e persino della ‘‘tragicità” della loro condizione. Nel senso che esse si trovano letteralmente in un vicolo cieco. Sono in difficoltà sia in un caso che nell’altro e non esiste uno scenario che si presenti come immediatamente più favorevole, perché in entrambe le circostanze ciò che conta sono i rapporti di forza reali tra le classi e questi rapporti in nessun modo sarebbero messi in discussione dalla scelta di uscire come da quella di rimanere In quest’ultima alternativa, dunque, ciò che è in gioco è in primo luogo una resa dei conti tutta interna alle classi dominanti stesse.

È ormai a tutti chiaro ciò che del resto era già chiaro sin dall’inizio, ovvero che l’architettura di Maastricht non è neutrale ma politicamente orientata. L’Euro e l’attuale UE nascono con l’obiettivo esplicito di ridurre il costo del lavoro e ri-sottomettere le classi lavoratrici, consentendo una facile accumulazione di ricchezza alle classi proprietarie. In questo, l’Euro è stato un grande successo ed è evidente che lo scenario di una persistenza degli attuali assetti sia uno scenario di destra estrema tecnocratica. Uno scenario nel quale andremo incontro a ulteriori umiliazioni del lavoro, costretto a vendersi a un costo sempre più basso.

In questo senso, poiché nel giudizio storico-politico ciò che conta per capire se un processo sia progressivo o regressivo sono appunto i rapporti di forza, è del tutto fuori luogo l’analogia che alcuni sostenitori dell’UE fanno tra il processo di convergenza europea e quello che ha condotto agli Stati nazionali, in particolare alla formazione di quello italiano e di quello tedesco Perché in quei casi il processo finiva per metter capo a una costellazione progressiva, in quanto metteva almeno in parte in discussione l’Ancien Régime, doveva fare i conti con i residui di feudalesimo presenti in quei paesi, favoriva la diffusione dei principi liberali, facilitava l’unificazione delle classi subalterne e la loro lotta per aumentare i salari. La convergenza europea ottiene invece esattamente l’effetto programmatico opposto. Mentre il superamento dell’anarchia e del particolarismo verso lo Stato nazionale era un processo progressivo, qui è avvenuto l’inverso e la UE, come ha dimostrato Vladimiro Giacché, è in contraddizione con quell’equilibrio relativo dei rapporti di forza definito dalla Costituzione italiana, la quale è a sua volta un vero e proprio monumento alla lotta delle classi subalterne in Italia. Lo Stato nazionale è stato storicamente il luogo nel quale la classi lavoratrici hanno accumulato la maggior quota di ricchezza e potere, è stato il luogo della democrazia moderna. Chi denuncia le posizioni dei difensori dello Stato nazionale come retrograde, antiprogressiste, ecc. ecc. dice solo sciocchezze perché non si pone nemmeno il problema di fare i conti con un bilancio dei rapporti di forza. Magari quella situazione potesse essere ripristinata! Le ragioni per cui le posizioni euroscettiche lasciano perplessi, perciò, non hanno niente a che fare con la paura ridicola del “nazionalismo”, oltretutto in un paese che è una semicolonia e che da un sano nazionalismo – ovvero dall’internazionalismo – avrebbe tutto da guadagnare. Le ragioni sono altre. Anzitutto, infatti, già dentro la cornice nazionale i rapporti di forza “costituzionali” erano stati squilibrati in favore delle classi dominanti già molto prima dell’adesione all’Euro. È dalla metà degli anni Settanta che è iniziata la restaurazione borghese. Soprattutto, però, nelle condizioni attuali non ci sono dubbi sulla tragicità della situazione in cui ci troviamo se rimanere significa ancorarsi a destra, anche l’uscita avverrebbe a destra.

In questo senso possiamo misurare in tutta la sua portata la vera e propria catastrofe politica compiuta da Tsipras e dai suoi sostenitori, i quali sono una vera e propria iattura, un’ipoteca e una zavorra per chiunque voglia impegnarsi a ricostruire il campo progressista. Se fosse stato fatto il necessario e preliminare lavoro internazionale, ci sarebbe stata la possibilità di un’uscita da sinistra dall’Euro, che costituisse un modello e che ponesse le basi per una ridiscussione del processo di integrazione europea tramite un incastro, nel nome delle classi subalterne, tra il conflitto organizzato dal basso e una costellazione di Stati nazionali, la quale avrebbe potuto cercare le proprie sponde. Invece la sinistra, che per la sua cultura politica non è internazionalista ma è cosmopolita e succube dell’europeismo ideologico strumentale, ha avuto terrore e si è tirata indietro. È stata perduta così un’occasione storica. L’unico vero caso di uscita è stato infatti Brexit, e cioè una fuoriuscita che sin dall’inizio è stata ampiamente egemonizzata da destra.

Ecco allora che nel primo caso, Remain, abbiamo l’egemonia di una destra tecnocratica interessata a gestire nei propri interessi il libero scambio. Ma nel secondo, Exit, abbiamo l’egemonia di una destra populista protezionista a base piccolo borghese, che inevitabilmente scaricherebbe sul costo del lavoro i margini di svalutazione della eventuale Lira 2.0 nei confronti dell’Euro, in maniera analoga a quanto per ragioni diverse avviene oggi. Sia in un caso che nell’altro a rimetterci sarebbero i segmenti inferiori del mercato del lavoro.

C’è chi ritiene addirittura possibile un fronte ampio che guardi con favore a questo mondo della piccola borghesia in fibrillazione. Ma anche tra chi semplicemente ritiene che con un’Exit comunque si determinerebbero condizioni più favorevoli e la sinistra potrebbe giocarsi meglio le sue carte, a mio avviso sbaglia suonata: la sinistra sarebbe completamente fagocitata e ci vorrebbero comunque decenni per ricostruirla.

Ecco allora il punto decisivo: sia nel primo scenario che nel secondo, qualcosa impedisce alla sinistra di fare ciò che dovrebbe comunque fare per rientrare in sintonia con i propri ceti di riferimento? Sia in un caso che nell’altro, quel lavoro di ricucitura di cui parlavo prima andrebbe fatto comunque. Senza quel lavoro, infatti, sia che si rimanga sia, che si esca, prenderemo solo dolorose bastonate. Rispetto alla priorità di questo lavoro, allora, la decisione sul rimanere o uscire, che tra l’altro non spetta a noi, è del tutto secondaria. Essa, anzi, potrebbe essere presa con più facilità e con la coscienza tranquilla. Perché avremmo comunque fatto i compiti a casa e ci saremmo comunque messi nelle condizioni di resistere e combattere più efficacemente, nel primo come nel secondo scenario. Ancora una volta, invece, siamo di fronte al pensiero magico. All’idea che un coniglio dal cilindro – rimanere o uscire – possa miracolisticamente risolvere tutti i nostri problemi. E possa soprattutto evitarci la fatica di quel duro lavoro di lunga durata senza il quale è meglio andare a casa sin d’ora.



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