UN TRUMP CHIAMATO DESIDERIO

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La vittoria elettorale di Donald Trump ha assunto le forme di un evento storico. In primo luogo perchè, come tutti gli eventi storici, mostra dei contorni inattesi. In secondo luogo perchè, proprio come tutti gli eventi storici, presenta più di un aspetto inedito. D’altra parte, nel divenire delle cose umane, difficilmente un evento storico può essere ben valutato se lo si osserva troppo da vicino. A meno che non sia possibile inquadrarlo in una visuale già abbastanza definita.

La vittoria di Trump focalizza innanzi tutto la natura dei processi decisionali e di delega dei poteri politici del sistema liberal-democratico di stampo americano che è in sostanza quello esteso a tutti i paesi di modello occidentale e che si tenta di imporre con la forza laddove non sia presente. L’evidente impegno di imponenti apparati di coercizione mass-mediatica articolati sotto varie forme, non ha garantito questa volta il successo della candidata designata. Anzi, questo stesso appoggio ha finito per apparire come contro-producente.

Questo significa che tale processo decisionale di delega sia effettivamente democratico? Direi proprio di no. Direi piuttosto che esso si qualifica una volta di più come un indispensabile momento di ipostatizzazione, non solo dello stato dei conflitti tra gruppi di potere dominanti, ma anche (o forse soprattutto) dei rapporti tra l’intreccio di interessi di cui ciascuno di questi è portatore e gli interessi o le percezioni delle aree sottostanti dei sub-dominanti e dei non-decisori (questi ultimi da considerare come tali solo in rapporto al loro naturale e consueto stato di frammentazione e dispersione).

Quando i conflitti sono sufficientemente sopiti e le linee generali di direzione abbastanza ben rimarcate, i risultati elettorali sono facilmente orientabili verso questa o quell’altra preferenza, con qualche limitata screpolatura assolutamente marginale. Addirittura sovente si può giungere alla condizione ideale che le preferenze per questo o quel personaggio o partito o linea politica, siano del tutto sovrapponibili, senza che ciò comporti delle apprezzabili variazioni nello schema generale.

Se tuttavia, i conflitti e le zone di faglia tra gruppi dominanti si acuiscono, allora ecco che le onde d’urto si propagano anche anche alle zone inferiori, o se si vuole adottare una simbologia tellurica, agli strati più superficiali della crosta terrestre.

Questo andamento tuttavia non è mono-direzionale. Esso produce delle onde di ritorno che dalla periferia rimbalzano verso il centro del sistema ed hanno un effetto sulle incertezze, i conflitti e le fratture che in esso si manifestano. Un processo di questo tipo è continuo e permanente e tanto più si accentuano in misura esponenziale i suoi effetti, quanto più si vengono a determinare condizioni di instabilità e di squilibrio tra i gruppi dominanti, a loro volta amplificate ed allargate da quegli stessi effetti di ritorno proprio da essi stessi determinati.

Nessun sistema di potere può sussistere senza un codice di comunicazione che muova in senso binario, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’altro. I due termini non sono sovrapponibili né equivalenti e tuttavia sono entrambi ineludibili e incancellabili, pena la completa destabilizzazione ed il tracollo del sistema stesso. Le componenti subalterne non presentano caratteristiche decisionali né strategiche (a meno che una parte di esse non si ponga come sostitutiva di una o più componenti dominanti). Esse rimandano però verso l’alto condizioni di consenso o di resistenza, che possono assumere forme più o meno compatte o frammentate, più o meno dirette e manifeste o sordamente articolate. Da queste onde di rimando, nessun gruppo dominante può prescindere. I vari gruppi dominanti possono, con buoni margini di riuscita, costituire forme di orientamento e di condizionamento nei riguardi dei corpi sociali sottostanti, ma a condizione che i punti di conflitto tra di essi non siano eccessivamente estesi e protratti e che i gruppi dominanti (momentaneamente) vincenti non avvertano la necessità di schiacciare i gruppi dominanti (momentaneamente) perdenti, fino alla loro totale estinzione, causando con ciò forme di estensione dei conflitti completamente deregolamentate e perciò in parte o del tutto incontrollabili nei loro effetti e ricadute.

In termini pratici, i vari gruppi dominanti debbono farsi carico di una o più istanze di interesse dei subalterni affinchè questi producano il consenso necessario al complessivo funzionamento del sistema. La capacità dei dominanti di dosare, frammentare e parcellizzare i grumi di interesse dei subalterni è l’elemento costitutivo dell’antichissima arte del comando. Ciò nondimeno i gruppi di dominanti che vogliano manifestare una loro volontà di predominio nei confronti di altri gruppi della stessa specie, sia interni, che (a maggior ragione) esterni alla propria area geopolitica (paese o stato che dir si voglia), debbono per forza di cose, assegnare ai gruppi subalterni a loro più prossimi condizioni di sia pur relativo benessere e riconoscimento. Queste condizioni non riguardano solo aspetti materiali, ma anche e non di rado in misura rilevante, anche elementi psicologici e di natura ideologico-culturale. Capita infatti che parti considerevoli dei corpi sociali subalterni, forniscano un vasto consenso ad istanze dei dominanti che a rigor di logica dovrebbero essere del tutto al di fuori dei loro interessi più ovvi e diretti. Valga per tutti l’esempio dell’enorme consenso di massa che ebbe in paesi come Germania, Gran Bretagna e Francia l’entrata nel primo conflitto mondiale.

I subalterni dunque possono essere efficacemente indirizzati e la loro adesione alle istanze dei dominanti spingersi fino al disconoscimento dei loro interessi più immediati, ma tutto ciò solo fino ad un certo punto; fintanto cioè che la direzione indicata dai loro gruppi dominanti appaia sufficientemente chiara e ben delineata e soprattutto che porti ad una soluzione accettabile in tempi ragionevolmente brevi. Eccezioni a questo schema ce ne sono e non sono rare, soprattutto nei termini della durata e dell’entità dei sacrifici richiesti ai subalterni. Tuttavia, nelle sue linee essenziali, questo è il meccanismo funzionante. Quando la fiducia dei subalterni cade, gli effetti sugli equilibri di forza tra i dominanti assume aspetti imprevedibili e difficilmente controllabili.

Questo è ciò che si è manifestato con l’inaspettata vittoria di Trump. Improvvisamente, una parte della società americana, quella apparentemente più lontana dall’estabilishment, ha voltato la testa alle minacce, ai ricatti ed alle blandizie dell’enorme apparato di controllo ideologico-mediatico che presiede alle proprie elezioni politiche. Ha eletto presidente uno dei personaggi più improbabili che mai si siano candidati a questo ruolo, portatore di una linea politica che definire ondivaga ha il sapore di un complimento, ma che tuttavia presenta i caratteri di un’accentuata attenzione al malessere interno della nazione, attraverso un ricompattamento identitario, con qualificazioni all’occorrenza (ma non necessariamente) anche di stampo razziale.

Il militarismo di Trump è muscolare e nuclearizzato. Il suo atteggiamento verso alleati e vassalli appare aggressivo ed indisponente, le sue prese di posizione verso i tradizionali nemici ricordano i film di John Wayne con in più un lieve tocco di ebbrezza alcolica. Certamente sarà chiamato a compiere dei gesti eclatanti che giustifichino le sue prese di posizione politiche (si vedrà quanto efficaci e/o pericolosi), ma difficilmente potrà discostarsi più di tanto dalle linee nelle quali si sono trovati costretti i suoi predecessori, sia pure tra vari raggiri e contorsioni. Il punto è che questo così improbabile personaggio emerge proprio perchè la politica di potenza americana, per quanto tuttora preponderante, non riesce più a nascondere i suoi limiti di portata, il suo affaticamento da gigantismo che inevitabilmente si riverbera sulle sicurezze e sul senso di stabilità delle sue componenti interne non dominanti. Ecco quindi che l’intolleranza verso l’immigrazione qualificata o dequalificata che sia che toglie il lavoro o ne abbassa le garanzie, si assomma all’ostilità ed al rancore verso le grandi holding delocalizzatrici che ammazzano il lavoro americano.

Il protezionismo e l’isolazionismo non appaiono certo funzionali alle attuali politiche estere americane e certo Trump non potrà portare la sua azione troppo in là su questo sentiero, tuttavia sono questi gli elementi su cui ha catalizzato un vasto consenso popolare. Un contrasto polarizzato tra le esigenze di potenza dominante, che tuttavia non riesce più a tirare le fila delle tante controversie accese in giro per il pianeta e il senso di instabilità e di incertezza che caratterizza parti sempre più consistenti del ceto medio americano.

Se la sorpresa è caratterizzata dell’apparizione sulla scena politica di questo così poco credibile personaggio, l’aspetto inedito sta nell’incapacità dei gruppi dominanti finora prevalenti, di continuare a coinvolgere nella lotta per il predominio mondiale, resa pesantemente costosa ed incerta dall’emergere di nuovi, autonomi, soggetti, parti consistenti dei ceti subalterni americani non più disponibili a questa sempre più accentuata precarizzazione della propria esistenza, non solo e forse nemmeno tanto di natura economica, quanto di prospettiva e di aspettative per il futuro.

L’affermazione trumpiana ed il suo caratterizzarsi come evento di rilevanza storica stanno in questo: Il desiderio delle componenti subalterne della società americana di ritrovare al tempo stesso, forza, potenza e sicurezza. Elementi tradizionali dell’identità americana e sua condizione di reciprocità tra dominanti e subalterni. Un desiderio oggi difficilmente realizzabile, stretto tra opzioni concorrenti ed antagoniste tra loro. Stabilità interna contro mantenimento dell’iniziativa politico-economico-ideologico-militare sul terreno internazionale.

Le inaudite pressioni, anch’esse inedite, da parte di componenti importanti dell’apparato burocratico-giudiziario e della sicurezza, nei confronti di un presidente appena insediato e del suo staff, stanno a testimoniare le difficoltà e le incongruenze nella scelta di prevalenza tra questi percorsi, segnalando nel contempo, a pelo d’acqua, la virulenza dello scontro di potere sottostante. Di certo prossimamente ne vedremo delle belle (o brutte).

Roma 17 Aprile 2017

Roberto Di Giuseppe

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