Il vertice “scomparso” tra USA e Cina, ma poi che hanno deciso Trump e Jinping?

Il vertice tra USA e Cina, il primo sotto la presidenza Trump, è stato oscurato dagli attacchi missilistici americani contro il regime siriano di Assad. Ma com'è finito?

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USA CINA

Giuseppe Timpone –

In pochi sembrano ricordarsene, ma giovedì e venerdì scorsi, a Mar-a-Lago, in Florida, nel golf resort del presidente Donald Trump, si è tenuto un vertice tra USA e Cina, quest’ultima rappresentata dal presidente Xi Jinping. La visita è stata preceduta da settimane di analisi politiche, economiche e da giorni di nervosismo a Wall Street, riguardando il primo faccia a faccia tra i capi di stato delle due principali economie del pianeta da quando alla Casa Bianca c’è il tycoon. E poiché la Cina è stata al centro degli attacchi di Trump sin dalla campagna elettorale, le preoccupazioni sono state tante.

Gli USA hanno chiuso il 2016 con un deficit commerciale di 347 miliardi nei confronti della Cina. Le esportazioni americane sono state pari a soli 116 miliardi, a fronte di 463 miliardi di importanti di merci cinesi. Il tema è stato centrale nell’incontro con Jinping, ma la due giorni è stata eclissata dall’attacco militare a sorpresa ordinato dalla Casa Bianca contro il regime siriano di Bashar al-Assad, dopo l’uso di armi chimiche da parte di questi contro la popolazione.

Attacco di Trump in Siria ha oscurato il vertice con la Cina

Di quello che hanno concordato Trump e il collega cinese non si è minimamente più discusso nelle prime pagine della grande stampa internazionale, il tutto oscurato dall’attenzione mediatica per la Siria e i rapporti tesi tra Washington e Mosca. E sulla base proprio di quanto accaduto, possiamo affermare che l’attacco missilistico di Trump si sia tradotto in un grande successo mondiale, non solo di immagine per il recupero da parte degli USA della leadership dell’Occidente, ma anche strategico: i rapporti con la Cina sono usciti dalle “headlines” principali, almeno per questi giorni.

Dopo la sconfitta subita da Trump sull’Obamacare, il presidente non poteva permettersi di uscire dal vertice con Jinping a mani vuote, ma sapeva benissimo che una questione complessa come quella del riequilibrio delle relazioni commerciali tra le due potenze non si sarebbe potuta risolvere con un faccia a faccia di poche ore o di un paio di giorni. Ecco, quindi, che spostare l’attenzione da Pechino a Damasco è servito a Trump a trasformare in un successo quello che altrimenti sarebbe potuto passare alle cronache come un ordinario, quanto fallimentare, vertice bilaterale.

Il risultato del bilaterale USA-Cina

Le parti hanno concordato maggiori possibilità per gli USA di effettuare investimenti finanziari in Cina, così come Pechino ha concesso a Washington la rimozione del divieto di importazione della carne di manzo americana. Al contempo, lo staff della Casa Bianca ha chiesto e ottenuto che i due governi tengano colloqui entro 100 giorni, miranti a trovare una soluzione al disavanzo commerciale eccessivo degli USA. Infine, entrambi si sono impegnati a collaborare per la cyber-sicurezza, un tema che era già stato affrontato negli incontri precedenti tra Barack Obama e il presidente cinese.

Il vertice USA-Cina è andato sostanzialmente bene, anche se sul piano mediatico non era nelle condizioni di fare scalpore. Le decisioni concordate in Florida rappresentano un buon punto di partenza per giungere a una collaborazione nei mesi e negli anni per rendere più equilibrate le relazioni commerciali. E’ evidente, che nessuno può immaginare che l’America possa con qualche soluzione miracolistica passare da un deficit di 350 miliardi a una bilancia commerciale equilibrata con la Cina.

La questione Corea del Nord

Importante, poi, è stato il fatto che il cuore dei colloqui non sia stato incentrato su come tagliare le importazioni americane, bensì su come accrescere quelle cinesi, rimuovendo le varie limitazioni ad oggi esistenti. Siamo passati, quindi, dalla minaccia di una guerra commerciale (tutt’ora esistente) a un possibile compromesso per consolidare le relazioni economiche, allontanando le nubi più scure sul rischio di mettere in crisi il commercio mondiale.

Inevitabile, però, che l’incontro Trump-Jinping sia stato dominato dalle tensioni geo-politiche. L’attacco alla Siria è stato un segnale lanciato sulla Corea del Nord, che il presidente cinese ha colto benissimo, non fosse altro perché è arrivato nelle stesse ore della sua prima visita al nuovo collega di Washington. Nel tentativo di segnalare disponibilità a porre un freno ai colpi di testa nucleari di Kim Jong-Un, Pechino ha stretto un accordo con la Corea del Sud, teso a contrastare le minacce di Pyongyang con l’adozione di più stringenti sanzioni contro il suo regime.

Trump è reduce da un successo d’immagine

Che basti a rasserenare gli animi alla Casa Bianca non sembra, anche perché la linea prevalente tra i ministri del governo americano è che i cinesi non faranno mai concretamente nulla per provocare il collasso istituzionale nordcoreano. Anche per questo, l’avere spostato l’attenzione su Assad può essere considerato il primo vero colpo di genio di Trump da presidente. Ha preso due piccioni o forse più con una sola fava, consentendogli di guadagnare tempo, prima di giungere a un accordo “onorevole” con Pechino.

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